Gli spiritosi ladri di Tokyo

Incipit

Si racconta che, in tempi assai lontani, l’imperatore del Giappone, cavalcasse al comando del suo esercito, di ritorno da una campagna sfortunata contro lo shogun ribelle Musonaki. Il vassallo infedele aveva messo in fuga, l’uno dopo l’altro, tutti i luogotenenti del sovrano e aveva posto sotto assedio la fortezza di Chikanaua.  Il mikado, allora, si era deciso a intervenire personalmente,  mettendo in campo le sue truppe migliori e più fidate, ma mentre era a metà strada col suo esercito, aveva incrociato un messaggero con la notizia che Chikanaua era caduta.

La cittadella aveva resistito a lungo e valorosamente,  ma alla fine aveva ceduto alla fame e alla superiorità numerica, ed ora Musonaki ne aveva fatto la sede della sua corte. Più ancora della perdita strategica, tuttavia, per il Mikado grave era s tata l’umiliazione morale. Egli stesso aveva scelto Chikanaua come residenza d’inverno e aveva voluto perfino mettere nel palazzo della città i suoi tre oggetti più preziosi, reputandoli più al sicuro lì che nella stessa capitale.  Essi erano la corona di ferro, simbolo di sovranità, la bacchetta di bambù, simbolo di giustizia, e la palla d’oro, simbolo del sole che, nel suo corso, bacia per prime le benedette terre del Giappone.

La sera stessa, un concilio di guerra fu radunato. Il mikado avrebbe voluto vendicare l’onta all’istante, ma i generali più anziani e prudenti gli fecero notare che, se a Musonaki erano occorsi due eserciti per prendere Chikanaua, difficilmente a riconquistarla ne sarebbe bastato uno, per quanto valoroso. Meglio era tornare a Tokyo, radunare le truppe disperse, arruolarne di nuove e tentare l’impresa in condizioni più favorevoli. Il mikado aveva finito per convenire ma il pensiero che forse i tre oggetti sacri ora servivano da giocattoli per il buffone di Musonaki non aveva finito di tormentarlo per un attimo.

Riassunto

L’imperatore passa davanti a una forca già preparata per l’impiccagione del giovane ladro Toshiro. Ammirato dalla spavalderia con cui il ragazzo affronta la morte imminente, l’imperatore gli promette la grazia se ruberà per lui i tre oggetti sacri dalla fortezza di Chikanaua.

Toshiro, ovviamente accetta, ma, una volta sotto le mura della cittadella, si rende conto che l’impresa è impossibile. Viene in suo aiuto un bonzo vagabondo, che gli presta una piuma in grado di trasformarlo in gazza ladra e, nella forma di uccello, ruba corona, bacchetta e palla d’oro.

Una volta che l’usurpatore è stato sconfitto, Toshiro si presenta al mikado e gli restituisce i tre oggetti. Rifiuta il titolo nobiliare che gli è offerto e, come ricompensa, ottiene il diritto di rubare impunemente, poiché sarà l’imperatore a risarcire le vittime dei suoi furti. Per questo ancora oggi i ladri giapponesi lasciano sul luogo del delitto un biglietto con sopra scritto: “Fatevi pagare dall’imperatore”

Commento

Originariamente, questa storia era scritta in versi, come una parodia delle ballate medievali, ed era ambientata nella Russia delle invasioni tartare.

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Il tema del figlio del boss

Incipit

Tema : Ora che abbiamo terminato la lettura della prima parte dei Promessi sposi, dite qual è il vostro personaggio preferito e spiegate perché.

Svolgimento

Innanzitutto, io dico che i Promessi Sposi non mi è piaciuto un gran che, perché ci mettono troppo tempo a entrare nel vivo. Ho fatto i conti che, fra il primo capitolo, con l’avvertimento al prete, e l’ottavo, dove c’è il tentato rapimento, passano quattro giorni in cui non succede un accidente, salvo che i personaggi chiacchierano e vanno avanti e indietro per il paese. A Gomorra non aspettano l’ottava puntata, prima di mostrare un po’ d’azione.

Renzo, alle prime pagine, mi era anche simpatico, perché sembrava uno furbo e insieme coi coglioni, quando riusciva a far parlare sia Perpetua che Don Abbondio. Ero sicuro che, a quel punto, lui avrebbe fatto come don Calogero Ficuri che, quando ebbe una divergenza di opinioni con don Rosario Belladonna, andò da solo nella sua villa, con un revolver nascosto nella custodia del cellulare, e sistemò la questione definitivamente. Però poi Renzo si è rammollito subito, e per tutti i capitoli successivi si lascia comandare dalle donne. Mio padre dice sempre: “Nun chiedere pariri alle fimmine, e se li chiedi fai sempre u cuntrariu”.

Lo stesso è con frate Cristoforo: Quando ho cominciato a leggere la sua storia, mi sono detto: “Ecco finalmente un personaggio fico, che non ha paura di nessuno e si fa rispettare.” Ho letto il capitolo col duello, e quello faceva proprio venire la pelle d’oca. Mi sembrava quasi di leggere uno dei ritagli di giornale nell’album, che mio padre teneva nascosto in un cassetto segreto e faceva leggere solo a me, prima che lo pigliassero. E poi, manco a dirlo, anche lui frate Cristoforo si rammollisce di colpo e si fa frate, solo per aver visto due morti ammazzati. Cosa avrebbero dovuto dire quelli della mia famiglia, che di morti ammazzati ne avranno visti a centinaia? E almeno lui fosse un frate serio, che se ne sta nel suo convento a pregare, invece di diventare come uno di quei preti rompicoglioni che adesso sono sempre in  televisione, a dare addosso alla gente di rispetto, e adire che non bisogna dargli la comunione e fargli i funerali religiosi. Mio nonno è stato latitante per vent’anni, e però quando ha avuto bisogno di un prete per la Messa, il matrimonio o i funerali, ce n’era sempre qualcuno disposto a venire da lui, officiare e tornarsene alla sua parrocchia senza fare domande.

Trama

Il ragazzo prosegue il suo compito, facendo riferimento ai “valori” che ha ricevuto dalla sua famiglia mafiosa, per cui i giudizi sono tutti rovesciati: se Lucia è stata molestata, era colpa sua che aveva provocato il molestatore; Don Rodrigo non era un prepotente, ma al contrario troppo buono, ed il personaggio preferito è il Griso. Il tema si conclude con una minaccia, non tanto velata, di gravi rappresaglie al professore se oserà dare un’insufficienza.

Il racconto è stato pensato come un’appendice scherzosa a Il pretendente di Maria Tramaglino anche se, alla fin fine, il suo umorismo è risultato (giustamente) più nero e sinistro che divertente.

Gli imb®ecilli del web

Lettera pubblicata sul forum Italians in data 9 febbraio 2019.

In vent’anni che uso la posta elettronica, pensavo di aver ricevuto di tutto in materia di spam, dagli afrodisiaci alle aspiranti fidanzate russe; perfino la lettera del sedicente impiegato in una banca africana che mi proponeva di associarmi a lui in una truffa per impadronirmi di un’eredità non reclamata. Mi mancavano però i messaggi minatori. Qualche giorno fa, mi arriva un’e-mail, mittente il mio stesso indirizzo, più o meno di questo tenore: “Come vedi, conosco la tua e-mail. Ho infettato il tuo computer con un malware mentre stavi guardando un filmato porno. Inviami 250 euro in bit-coin all’indirizzo indicato, se non vuoi che tutti i tuoi contatti ricevano un filmato con alla sinistra il porno e alla destra l’immagine di te che lo guardi. Non provare ad avvertire la polizia, o te ne pentirai”. Inutile negarlo: un messaggio così un po’ d’inquietudine te la dà, sul momento. In fondo, qualche filmato osé in rete l’ho guardato anch’io, pur se evitando la pornografia vera e propria. Poi vedo che l’e-mail non fa il mio nome come destinatario e che è scritta nell’italiano sgrammaticato di Google translate. Rifletto che per l’ignoto ricattatore sarebbe tecnicamente impossibile mettere in atto le sue minacce, a meno di non essere dotato dei mezzi della CIA. E poi, siamo seri, caro corvo; l’Italia non è un paese così vittoriano. Duecentocinquanta euro tu li chiedi a un pedofilo o a un adultero, non a chi può aver dato un’occhiata a Youporn. Così, cancello l’e-mail minatoria, sperando che non fosse la copertura di qualche scherzo peggiore, e di non ritrovarmi il computer infettato da un virus.

Lapidaria risposta di Severgnini.

Se n’è parlato molto. Sono imbrecilli (imbroglioni+imbecilli): ignorali.

Sull’argomento, ho ricevuto due e-mail.

A me arrivano quasi quotidianamente mail che annunciano un finanziamento, generalmente (chissà perché) di 13.000 euro. L’oggetto varia un po’: “Urgente, pagamento confermato!” oppure “Dove potrò mettere tutto questo denaro?”, e addirittura “Dovresti vergognarti di te stesso!”.  Naturalmente, per usufruire di questo allettante “pagamento” dovrò comunicare le mie coordinate bancarie.

P.S. Le minacce sul porno sono arrivate anche a me, con la differenza che in quel caso pretendevano il pagamento di 7.000 euro.

Maurizio Landi

Gentile sig. Cappelli,

sa che anch´io sono nel mirino di uno che mi manda e-mail simili a quelle che riceve Lei? Secondo Lei questa persona è anche in grado di leggere le nostre mail? Perché questo mi preoccuperebbe non poco.

Paola Eckert-Palvarini (dalla Germania)

Penso di poter rassicurare la signora Paola, sulla base di questa nota della polizia postale.

Quando il nonno rubava le gomme

Incipit

Ai mie tempi, studiare la storia era una cosa semplice: leggevi quello che c’era sul libro e lo ripetevi al maestro o al professore. Adesso invece ti mandano a fare le interviste ai nonni.

Così, ieri il mio nipotino è venuto a chiedermi un ricordo sulla guerra per la ricerca della scuola. Io gli ho risposto che quando c’è stato il passaggio del fronte io ero più piccolo di lui e quindi non ricordavo nulla. Lui ha insistito: – Nonno, anche se non è proprio della guerra ma di qualche anno dopo, l’importante è raccogliere qualcosa, altrimenti lo spazio sul giornalino di classe se lo prende tutto Dario Buardia.

Dario Buardia è il nipote di Gastone, che da decenni vive di rendita sull’essere stato da ragazzino una strofetta partigiana.  È anche riuscito a farsi eleggere sindaco per questo.

Non volevo che il mio Gianni dovesse sentirsi inferiore al nipotino di uno sbruffone, e quindi mi sono spremuto le meningi. Si dice che più le cose sono lontane, e più noi vecchi le ricordiamo meglio, ma si vede che io faccio eccezione. L’unico ricordo con un minimo d’interesse che sono riuscito a tirar fuori è stato questo, datato 1946, l’anno del referendum.

Noi della banda eravamo sempre stati un po’ discoli, ma cose gravi non ne avevamo mai fatte, prima che arrivasse Benito.

Il nome uno non se lo può scegliere, e quindi non si poteva fare una colpa al nostro compagno di classe se si chiamava così, tanto più che era della classe 1934, periodo del consenso, quando all’anagrafe i piccoli Beniti spuntavano come funghi. È però anche vero, ripensandoci, che c’era qualcosa in comune fra quel ragazzino e il suo illustre omonimo. Tutti e due avevano lo spirito del leader, la propensione a cacciarsi nei guai e a cacciarvi anche gli altri assieme a loro.

Trama

Il narratore anonimo ricorda come Benito fosse diventato il capo della banda di ragazzini, li avesse spinti a compiere azioni sempre più monellesche, e infine avesse proposto loro di andare a rubare pneumatici nell’accampamento che i soldati inglesi hanno stabilito nello stadio del paese, per rivenderli a Drudi, un borsaro nero.

Soldati inglesi in Romagna dopo il passaggio del fronte

Una sera, Benito, il narratore e altri tre ragazzi penetrano nell’impianto sportivo, attraverso uno squarcio della recinzione nascosto da una siepe, e rubano un copertone ciascuno. Quando però il soldato di guardia li vede, e spara un colpo in aria, i ladruncoli si lasciano prendere dal panico, e fuggono precipitosamente; solo Benito riesce a portar fuori il suo pneumatico.

Il narratore ricorda come lui e i suoi amici, dopo quell’episodio, abbiano condotto esistenze onestissime; e come abbia perso di vista Benito, mentre parecchi anni dopo ha incontrato casualmente Drudi, ormai un vecchietto qualunque. Decide infine di non raccontare la storia al nipotino, per salvare la reputazione sua e dei suoi amici.

Commento

Questo racconto di tipo neorealista mi ha dato una notevole soddisfazione: è arrivato secondo ex-aequo al concorso Città di Forlì per la narrativa ed è stato pubblicato sulla rivista dei donatori di sangue. Per farlo stare nei limiti previsti dal regolamento, ho dovuto tagliarlo impietosamente e ridurlo quasi alla metà ma credo che la potatura gli abbia giovato. In ogni caso, l’incipit qui riportato è quello della versione originale.

Il racconto vuole fare anche un po’ di ironia su un luogo comune della letteratura romagnola, quella del vecchio nonno saggio, custode degli antichi valori, e ricordare che anche i vecchi, a loro tempo, hanno fatto le stesse sciocchezze dei loro nipoti.

Tre matrimoni

La morte è l’epilogo logico di un racconto ma anche il matrimonio lo termina opportunamente. Avvenuto il matrimonio, non c’è in fondo altro da dire.

Incipit

Non staremo a raccontare per filo e per segno le successive fasi dell’inchiesta e come, una alla volta, i quadri coinvolti nei giochi di prestigio e nei falsi in bilancio si convincessero a collaborare con gli inquirenti; e neppure parleremo del processo che ne seguì l’anno successivo, quando ormai l’opinione pubblica, stanca di una vicenda protrattasi fin troppo a lungo, e distratta da altri scandali, cominciava a dimenticarsi del Credito Cisalpino. Basterà dire che alla fine anche il maggiore responsabile si convinse di aver perso la partita, e che per quanto potesse far tirare le cose in lungo dall’avvocato Zoli, non ci sarebbero stati né interventi dello stato né accomodamenti coi creditori né altri miracoli a salvare la sua banca. Così, un venerdì di gennaio, Merloni lasciò il suo comodo nido in uno di quei paesi dell’Europa orientale, che, dopo essere stati rifugio dei comunisti inguaiati con la giustizia, adesso svolgevano la stessa funzione per i capitalisti; prese un aereo per l’Italia e scese alla Malpensa, dove ad attenderlo c’erano i finanzieri ed i fotoreporter. A quanto pare, si decise al rientro in seguito a una letterina, che lo informava dell’istanza di divorzio presentata dalla signora Elisa.

E non faremo neppure, come nei romanzi di Dickens, un elenco completo di tutti i personaggi, dal nuotatore Marzetti al giornalista Bernazza, e il racconto del loro destino finale. Ma delle tante storie che si intrecciarono al crac del Credito Cisalpino, tre almeno meritano di non essere lasciate a metà.

 

Riassunto

Dei personaggi del romanzo, Leonardo Pezzola, depresso per il risultato disastroso della sua rivolta e agli arresti domiciliari, passa le giornate in casa, assistito dalla moglie. Come ulteriore umiliazione, apprende che Irina Dimenti, le cui teorie trasgressive lo avevano spinto al gesto sconsiderato, è anche lei rientrata nell’ordine, sposandosi e accettando un incarico universitario.

Anche Giulio ed Eva si sposano, nella cappella del carcere. Il matrimonio, sollecitato dall’avvocato Zoli per ragioni d’immagine, vede un grande afflusso di reporter e fotografi, e fa passare inosservato il terzo matrimonio: quello fra Arturo ed Amelia.

La cerimonia, semplice e di poche pretese, è celebrata da don Mario, con Valerio come testimone dello sposo. Gli invitati sono pochi amici e parenti. Tavella fa avere agli sposi, come regalo di nozze, una copia del suo libro: Come ho tentato di farmi furbo: manuale del perfetto uomo d’affari. Il romanzo, come era iniziato, si conclude al suono della canzone dei Raminghi Me ne frego di un mucchio di verdoni, anche se stavolta, vista l’atmosfera più dimessa, a intonarla non è il complesso originale ma il coro dei boy scout.

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