Quando il nonno rubava le gomme

Incipit

Ai mie tempi, studiare la storia era una cosa semplice: leggevi quello che c’era sul libro e lo ripetevi al maestro o al professore. Adesso invece ti mandano a fare le interviste ai nonni.

Così, ieri il mio nipotino è venuto a chiedermi un ricordo sulla guerra per la ricerca della scuola. Io gli ho risposto che quando c’è stato il passaggio del fronte io ero più piccolo di lui e quindi non ricordavo nulla. Lui ha insistito: – Nonno, anche se non è proprio della guerra ma di qualche anno dopo, l’importante è raccogliere qualcosa, altrimenti lo spazio sul giornalino di classe se lo prende tutto Dario Buardia.

Dario Buardia è il nipote di Gastone, che da decenni vive di rendita sull’essere stato da ragazzino una strofetta partigiana.  È anche riuscito a farsi eleggere sindaco per questo.

Non volevo che il mio Gianni dovesse sentirsi inferiore al nipotino di uno sbruffone, e quindi mi sono spremuto le meningi. Si dice che più le cose sono lontane, e più noi vecchi le ricordiamo meglio, ma si vede che io faccio eccezione. L’unico ricordo con un minimo d’interesse che sono riuscito a tirar fuori è stato questo, datato 1946, l’anno del referendum.

Noi della banda eravamo sempre stati un po’ discoli, ma cose gravi non ne avevamo mai fatte, prima che arrivasse Benito.

Il nome uno non se lo può scegliere, e quindi non si poteva fare una colpa al nostro compagno di classe se si chiamava così, tanto più che era della classe 1934, periodo del consenso, quando all’anagrafe i piccoli Beniti spuntavano come funghi. È però anche vero, ripensandoci, che c’era qualcosa in comune fra quel ragazzino e il suo illustre omonimo. Tutti e due avevano lo spirito del leader, la propensione a cacciarsi nei guai e a cacciarvi anche gli altri assieme a loro.

Trama

Il narratore anonimo ricorda come Benito fosse diventato il capo della banda di ragazzini, li avesse spinti a compiere azioni sempre più monellesche, e infine avesse proposto loro di andare a rubare pneumatici nell’accampamento che i soldati inglesi hanno stabilito nello stadio del paese, per rivenderli a Drudi, un borsaro nero.

Soldati inglesi in Romagna dopo il passaggio del fronte

Una sera, Benito, il narratore e altri tre ragazzi penetrano nell’impianto sportivo, attraverso uno squarcio della recinzione nascosto da una siepe, e rubano un copertone ciascuno. Quando però il soldato di guardia li vede, e spara un colpo in aria, i ladruncoli si lasciano prendere dal panico, e fuggono precipitosamente; solo Benito riesce a portar fuori il suo pneumatico.

Il narratore ricorda come lui e i suoi amici, dopo quell’episodio, abbiano condotto esistenze onestissime; e come abbia perso di vista Benito, mentre parecchi anni dopo ha incontrato casualmente Drudi, ormai un vecchietto qualunque. Decide infine di non raccontare la storia al nipotino, per salvare la reputazione sua e dei suoi amici.

Commento

Questo racconto di tipo neorealista mi ha dato una notevole soddisfazione: è arrivato secondo ex-aequo al concorso Città di Forlì per la narrativa ed è stato pubblicato sulla rivista dei donatori di sangue. Per farlo stare nei limiti previsti dal regolamento, ho dovuto tagliarlo impietosamente e ridurlo quasi alla metà ma credo che la potatura gli abbia giovato. In ogni caso, l’incipit qui riportato è quello della versione originale.

Il racconto vuole fare anche un po’ di ironia su un luogo comune della letteratura romagnola, quella del vecchio nonno saggio, custode degli antichi valori, e ricordare che anche i vecchi, a loro tempo, hanno fatto le stesse sciocchezze dei loro nipoti.

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Tre matrimoni

La morte è l’epilogo logico di un racconto ma anche il matrimonio lo termina opportunamente. Avvenuto il matrimonio, non c’è in fondo altro da dire.

Incipit

Non staremo a raccontare per filo e per segno le successive fasi dell’inchiesta e come, una alla volta, i quadri coinvolti nei giochi di prestigio e nei falsi in bilancio si convincessero a collaborare con gli inquirenti; e neppure parleremo del processo che ne seguì l’anno successivo, quando ormai l’opinione pubblica, stanca di una vicenda protrattasi fin troppo a lungo, e distratta da altri scandali, cominciava a dimenticarsi del Credito Cisalpino. Basterà dire che alla fine anche il maggiore responsabile si convinse di aver perso la partita, e che per quanto potesse far tirare le cose in lungo dall’avvocato Zoli, non ci sarebbero stati né interventi dello stato né accomodamenti coi creditori né altri miracoli a salvare la sua banca. Così, un venerdì di gennaio, Merloni lasciò il suo comodo nido in uno di quei paesi dell’Europa orientale, che, dopo essere stati rifugio dei comunisti inguaiati con la giustizia, adesso svolgevano la stessa funzione per i capitalisti; prese un aereo per l’Italia e scese alla Malpensa, dove ad attenderlo c’erano i finanzieri ed i fotoreporter. A quanto pare, si decise al rientro in seguito a una letterina, che lo informava dell’istanza di divorzio presentata dalla signora Elisa.

E non faremo neppure, come nei romanzi di Dickens, un elenco completo di tutti i personaggi, dal nuotatore Marzetti al giornalista Bernazza, e il racconto del loro destino finale. Ma delle tante storie che si intrecciarono al crac del Credito Cisalpino, tre almeno meritano di non essere lasciate a metà.

 

Riassunto

Dei personaggi del romanzo, Leonardo Pezzola, depresso per il risultato disastroso della sua rivolta e agli arresti domiciliari, passa le giornate in casa, assistito dalla moglie. Come ulteriore umiliazione, apprende che Irina Dimenti, le cui teorie trasgressive lo avevano spinto al gesto sconsiderato, è anche lei rientrata nell’ordine, sposandosi e accettando un incarico universitario.

Anche Giulio ed Eva si sposano, nella cappella del carcere. Il matrimonio, sollecitato dall’avvocato Zoli per ragioni d’immagine, vede un grande afflusso di reporter e fotografi, e fa passare inosservato il terzo matrimonio: quello fra Arturo ed Amelia.

La cerimonia, semplice e di poche pretese, è celebrata da don Mario, con Valerio come testimone dello sposo. Gli invitati sono pochi amici e parenti. Tavella fa avere agli sposi, come regalo di nozze, una copia del suo libro: Come ho tentato di farmi furbo: manuale del perfetto uomo d’affari. Il romanzo, come era iniziato, si conclude al suono della canzone dei Raminghi Me ne frego di un mucchio di verdoni, anche se stavolta, vista l’atmosfera più dimessa, a intonarla non è il complesso originale ma il coro dei boy scout.

Le gemelle astrali

Incipit

Dipanare una matassa non è facile come tesserla, e per questo ad Amelia non fu sufficiente presentarsi in tribunale con i registri dell’agenzia di viaggio, ed il nuovo avvocato al fianco, per uscirne immacolata e libera da ogni sospetto (anche se ci aveva sperato). I magistrati la ringraziarono della sua disponibilità, la trattarono cortesemente, tennero conto delle sue affermazioni, però il suo nome rimase sul registro degli indagati.

Se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi, non sarebbe poi tanto male.

In realtà, già da parecchio tempo la procura aveva capito che l’Amelia Dorriti che andava in giro per l’Europa a fare giochi di prestigio finanziari non poteva essere lei. Era vero che il Politburo aveva fatto in modo, finché era possibile, di far coincidere i viaggi all’estero dell’Amelia reale e di quella finta; ma era chiaramente impossibile che una ragazza normale, e non dotata del dono dell’ubiquità, riuscisse a fare un lavoro impegnativo come l’accompagnatrice turistica e nei ritagli di tempo, invece di buttarsi su letto a recuperare un po’ di energie, facesse una puntatina in un istituto di credito. Si aggiunga che il suo telefono era stato sotto controllo per mesi, senza che ne fosse emerso nulla di minimamente compromettente; che, come aveva detto lei stessa, di operazioni bancarie ne sapeva solo quel tanto che le serviva per il lavoro; e che le sue colleghe l’avevano definita una ragazza acqua e sapone, dai gusti semplici (il che non si conciliava con le ingenti spese in abiti firmati, gioielli e profumi di marca che erano passate sul conto 21230).

Perché, allora, Amelia non fu immediatamente scagionata? Perché, si erano detti i solerti investigatori della procura, se anche non aveva fatto nulla direttamente, probabilmente sapeva qualcosa e conveniva tenerla sotto pressione, finché non l’avesse detto. Ci vollero diversi mesi, diversi interrogatori, diverse confessioni, perché finalmente i magistrati capissero che in questo mondo poteva esistere ancora un’anima innocente, e cancellassero le due parole “Amelia Dorriti” dal registro degli indagati.

Trama

La deposizione spontanea di Amelia segna una svolta nell’inchiesta. Molti altri impiegati e piccoli funzionari del Credito Cisalpino cominciano a collaborare coi magistrati e, presto, anche il ruolo avuto da Eva nei trucchetti finanziari del Credito Cisalpino è scoperto. La cinica ragazza riceve un avviso di garanzia; prima di essere arrestata, farà in tempo a ricevere la visita di di Amelia e pranzare con lei in un ristorante di lusso.

Le due donne, così diverse anche se hanno condiviso la stessa identità, parlano dei loro rispettivi fidanzati (entrambe sono prossime al matrimonio) e finalmente mettono a confronto le loro diverse concezioni del mondo. Eva, nonostante i problemi che ha creato ad Amelia, nonostante la prospettiva della prigione, non è affatto pentita delle sue azioni ed è anzi fiera di essersi goduta la vita; Aemlia è ancora legata agli ideali dell’onestà e della dignità personale.

Cantantessa? No, cantatrice

Lettera pubblicata  sul forum Italians  il 2 luglio 2018, in cui riprendo le argomentazioni di un precedente lettore a proposito del termine “cantantessa” coniato da Carmen Consoli per definire sé stessa e le sue colleghe.

Cari Italians, da ex professore d’italiano, vorrei dire la mia a proposito del termine “cantantessa”. Oltre alle argomentazioni già fatte dal lettore Fiorenzo Cardone, oltre alla sua evidente cacofonia, c’è anche una ragione grammaticale ben precisa per bandirlo dal vocabolario. “Cantante” è il participio presente del verbo “cantare” e i verbi, in tutte le forme, escluso il participio passato, sono neutri, senza distinzione di maschile o femminile. La regola vale anche nei casi in cui il participio è usato, come aggettivo (“pesante”) o sostantivo (“amante”), con tanta frequenza da non essere più percepito come un verbo. Quindi, se vogliamo distinguere le donne cantanti dai colleghi maschi, piuttosto che creare un così sgraziato neologismo, meglio sarebbe, in analogia con le altre donne artiste (la scrittrice, l’attrice, la pittrice, la compositrice) recuperare dalla tradizione rinascimentale il termine di “cantatrice”, desueto ma ben altrimenti musicale. Provate infatti a sostituire “La cantatrice calva” con “La cantantessa calva”: un titolo suggestivo, anche se senza rapporto con la commedia, diventa uno scioglilingua. Fra l’altro, è curioso che una richiesta analoga a quella di Carmen Consoli non sia venuta da una cantante (pardon, cantatrice) d’opera. E sì che soprani, mezzosoprani e contralti, femmine per definizione e maschi grammaticalmente, avrebbero qualche ragione di lamentarsi e di voler correggere un’anomalia citata in tutte le grammatiche; però, a quel che mi risulta, nessuna di loro vuole farsi chiamare “soprana” o “tenoressa”.

Non te li puoi portare appresso

I morti non sono mai stati peccatori.

Incipit

Nella vita, può succedere anche questo: che tu prenda la macchina, diretto alla villa nei dintorni di Monza dove è nascosta la tua ragazza, deciso a non tornare indietro fino a quando non avrai parlato con lei e chiarito tutte le cose; che per tutto il percorso immagini quello che dirai tu e quello che dirà lei, come un autore che prova le battute di una commedia; che quando esci dal casello autostradale sei già arrivato al punto in cui lei ti butta le braccia al collo e fugge con te, lontano dalla soffocante tutela dell’avvocato Zoli; e poi, quando arrivi alla villa e suoni il campanello, ti rispondono che Amelia non c’è.

Naturalmente, tu, già scottato da esperienze precedenti, pensi che si tratti di una scusa e, facendo forza alla tua natura di persona mite e tranquilla, fai una scampanellata dietro l’altra e sbraiti al citofono, finché non vengono ad aprirti. Ti prepari ad affrontare quel tizio pelato e con il fisico di un armadio che finora ti ha sempre respinto; e invece, dietro la porta, appare un viso ben conosciuto, quello di Edmondo, il figliastro di Merloni e il cognato della tua bella. Normalmente, non ti daresti molta pena di lui; lo hai sempre considerato un bamboccione, tanto inutile quanto innocuo, l’unica giustificazione della cui esistenza è aver fornito la materia prima perché nascesse la deliziosa nipotina di Amelia.

Quel giorno, tuttavia, Edmondo aveva una strana espressione, seria e aggrondata, che Arturo non gli aveva mai visto e che imponeva il rispetto, quasi contro la propria volontà; l’espressione de i fatui quando le circostanze ricordano loro l’esistenza della morte.

Riassunto

Edmondo informa Arturo che il padre di Amelia è ricoverato all’ospedale, in condizioni disperate, per un’emorragia al fegato, e che le sue due figlie sono al suo capezzale. I due hanno un colloquio relativamente cordiale e Arturo scopre così che in realtà Amelia aveva cercato di mettersi in contatto con lui, ma ne era stata impedita dall’avvocato Zoli e da Colombo, il capo della sorveglianza. Quella notte stessa, Amelia, reduce dall’ospedale, telefona a Arturo, e questo semplice fatto basta a dissipare d’un colpo i malintesi fra i due fidanzati; la ragazza si lascia anche convincere ad accettare il patrocinio legale di Valerio, anziché quello dell’ambiguo Zoli.

Vede, proprio qui, regola numero sei. Non te li puoi portare appresso.

Mentre il vecchio Dorriti agonizza, suscita scalpore nell’opinione pubblica il caso del dottor Martini, rovinatosi per aver investito nella banca del suo vicino di villa Merloni. Finalmente, il padre di Amelia muore; i suoi funerali si svolgono alla presenza di pochi intimi e molti giornalisti.

Durante la cerimonia, ascoltando la parabola di Lazzaro ed Epulone, e poi un biglietto di pentimento del defunto, Arturo ha modo di riflettere sulla vanità di tutte le cose umane di fronte alla morte, non solo la ricerca della ricchezza, ma anche quella dell’onestà. Invece l’avvocato Zoli, anche lui presente alla funzione, si preoccupa solo del modo in cui sfruttare il lutto di Amelia per le sue strategie legali.

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