Tutto quello che rimpiangeremo dei tempi del Coronavirus

Lettera pubblicata sul forum Italians il 23 giugno 2020.

Adesso che, direbbe Sergio Caputo, il peggio sembra essere passato, e lutti e arresti domiciliari paiono essere alle nostre spalle, possiamo fare un elenco delle cose che rimpiangeremo del tempo del corona-virus, una volta che saremo tornati alla normalità.

Rimpiangeremo i benefici ecologici della chiusura, il calo dello smog e dell’anidride carbonica, le volpi ed i caprioli che si avventuravano fino in città; già adesso le strade sono tornate pericolose non solo per gli animali ma anche per i cristiani.

Rimpiangeremo la TV pubblica, che ha fatto suo lo slogan “la scuola non si ferma”. Vero è che l’ha fatto più che altro a parole, e solo sui canali tematici; ma è già qualcosa, per la RAI di oggi, ricordarsi di quella che dovrebbe essere la sua missione primaria.

Rimpiangeremo la politica tornata nei suoi luoghi istituzionali, il governo e il parlamento. Non ho particolare simpatia per Conte, ma preferisco un presidente del consiglio onnipresente a uno invisibile perché oscurato dai due vice; ed è un fatto che, al telegiornale, le aule parlamentari si sono viste più spesso in questi mesi che non nel resto della legislatura.

Rimpiangeremo i matrimoni con prete (o sindaco), sposi, testimoni di legge e nessun altro, e la festa rimandata a settembre, perché ci hanno ricordato che le nozze sono la nascita di una famiglia e non l’occasione per una cerimonia sfarzosa e talvolta pacchiana (con tutto il rispetto per i problemi economici di chi lavora nel settore).

Rimpiangeremo i treni e i bus diventati improvvisamente comodi e spaziosi, dove i pochi pendolari superstiti possono scegliere il posto migliore, e non devono sorbirsi le conversazioni altrui al telefonino; forse, in questi tre mesi, i trasporti pubblici sono stati paradossalmente più igienici che in condizioni normali.

Ho ricevuto due brevi e-mail di risposta: un insulto irripetibile (e che infatti non ripeto) e una considerazione filosofica del signor Franco Bifani.

Certo che se per avere i miglioramenti generali da Lei citati è necessaria
una pandemia con milioni di contagiati e migliaia e migliaia di morti,
andiamo malaccio.

L’assedio alla vedova

Incipit

Quando entrai nello studio Armaroli, ero in un momento un po’ delicato della mia esistenza. Vivevo a Milano da due anni, e stavo già considerando l’idea di tornare dalle mie parti, dove perlomeno non avrei dovuto sgomitare con centinaia di altri giovani architetti, ambiziosi e laureati con 110 e lode. Lavoravo per uno studio di seconda categoria, ricavandone poche soddisfazioni economiche e ancor meno di morali. Poi, un giorno, ebbi il colpo di fortuna. A un convegno, mi incontrai con un compagno di studi e gli raccontai della mia situazione. Lui sembrò sinceramente stupito che un giovane così promettente fosse ancora ai piedi della scala e mi chiese:

– Hai provato a mandare il tuo curriculum a qualche studio più prestigioso?

– Decine di volte e in genere non mi hanno neppure risposto.

– Hai provato da Armaroli? Il mio vecchio lo conosce abbastanza bene e mi ha detto che sta cercando un giovane per riempire un vuoto nell’organico.

No, non ci avevo provato e a ragion veduta. Ero ambizioso ma realista, e lo studio Armaroli e associati era fra i quattro o cinque più prestigiosi della città.

– Non vorrei fare il passo più lungo della gamba.

– E cos’hai da perdere? Poi, te l’ho detto, Ernesto Armaroli per me è quasi uno zio. Visto che non ha un figlio maschio, ha sempre sognato di scoprire un giovane e brillante architetto a cui lasciare lo studio. Non dico che ti adotterà su due piedi, però vale la pena di tentare. Adesso ti scrivo una lettera di raccomandazione e ti procuro un colloquio; poi, sta a te giocare bene le tue carte.

Non se fosse per la lettera di raccomandazione o semplicemente per una fortunata combinazione, però ottenni il posto, e questo nonostante un colloquio non eccessivamente caloroso. Il mio amico mi disse comunque di non fare troppo caso alla freddezza del mio futuro boss. Era il suo modo di fare con tutti e, in più, in quel momento doveva affrontare dei gravi problemi famigliari, con ripercussioni anche sul lavoro.

 Trama

L’anonimo io narrante acquista su una bancarella una serie di incisioni che rappresentano una leggenda medievale: la bella vedova Jolanda, assediata nel suo castello dal guerriero Novello, finisce per cadere alla corte del suo nemico e per sposarlo. Poco dopo, però, lui stesso si trova a vivere una situazione analoga a quella della leggenda.

La bella figlia del proprietario dello studio, Estella Armaroli, infatti, sta divorziando da “Mario Rossi”, un giovane architetto rampante che l’aveva sposata per avere dal suocero il posto di associata e che l’aveva poi tradita vergognosamente. Il narratore comincia anche lui a corteggiare Estella, ma usando una tattica del tutto particolare: le dice chiaramente di non essere innamorato di lei nel senso romantico della parola e di volerla sposare per la carriera. La donna, già scottata negli affetti dall’esperienza matrimoniale, accetta di stringere una relazione senza sentimenti.

Nonostante questo, il narratore non riesce a conquistare il “castello della vedova”, perché il divorzio di Estella in va per le lunghe; in più, sul lavoro, l’architetto deve subire la diffidenza di Armaroli (ancora legato al genero) e la gelosia del collega Colombo, che è invece sinceramente innamorato della donna. Il narratore, tronato al paese natale per un lutto di famiglia, ritrova la fidanzatina del liceo e riceve una proposta per un lavoro (il restauro delle ville neogotiche) mal pagato ma stimolante. Sceglie quindi di lasciare sia lo studio che Estella; quest’ultima, ormai divorziata, aveva già deciso per conto suo di chiudere la relazione.

Più tardi, il narratore apprende che Estella ha sposato Colombo, dopo che questi, per dimostrarle il suo disinteresse, ha dato le dimissioni dallo studio; l’ambito posto di associato va così a un terzo architetto, Camerini, che non aveva fatto nulla per ottenerlo.

Commento

Iniziai il racconto due anni e poi lo interruppi; adesso, in questo periodo d’inattività forzata, l’ho ripreso, aggiustato e completato (ho tagliato una cornice alla Maupassant che lo appesantiva inutilmente). Due erano le cose che mi attiravano nella storia: descrivere un moderno studio professionale come se fosse una corte del Rinascimento, con i suoi intrighi dinastici; e dipingere un’inedita figura di seduttore, che conquista la donna non mentendole ma con la sua sfacciata sincerità. Al fine del racconto, però, sono i sentimenti ad avere l’ultima parola.

Partiti e formaggini, un concorso del 1946

Lettera pubblicata sul forum Italians, il 17 febbraio 2020.

Il manifesto potrebbe sembrare l’invenzione satirica di qualche commedia all’italiana. Figuriamoci, un concorso a premi in cui chi indovina i primi cinque partiti classificati alle elezioni e il numero dei seggi ottenuti vince una cassetta di formaggini! L’idea sembra grottesca anche oggi, per quanto sia scaduto il livello della politica. E invece, il concorso era autentico; le elezioni erano quelle per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946, come si può dedurre anche dall’elenco dei partiti, di metà dei quali si è persa da tempo anche la memoria ; e l’immagine è tratta dalla seconda di copertina del Radiocorriere TV numero 22 di quell’anno. Chi vuole, può controllare la riproduzione on-line della rivista, all’indirizzo http://www.radiocorriere.teche.rai.it.

Ho ricevuto un solo messaggio di risposta, da parte del signor Franco Bifani.

Io all’epoca del concorso avevo poco più di un anno, non lo ricordo. Ricordo invece molto bene il Radiocorriere, che informava con precisione sui programmi radio e poi TV, girava sempre in casa mia. Poi se n’è andato, sostituito da riviste deteriori. E anche Galbani è caduta in mani straniere e sforna prodotti di qualità inferiore. Il Bel Paese era servito anche nei migliori ristoranti e Certosa e Certosino erano cremosi e saporiti. Un tempo…

Un tempo (e questa è la cosa più da rimpiangere) i politici per cui votare si chiamavano De Gasperi, Nenni ed Einaudi.

Fine estate, riviera sul Danubio

Lettera pubblicata sul forum Italians del Corriere della Sera il 28 novembre 2019, a commento di una foto scattata da me.

L’atmosfera bucolica della scena non deve trarre in inganno. Era fine estate, la foto è stata scattata alla periferia di Vienna e l’atletico signore in primo piano sta emergendo da una nuotata nelle acque del Danubio (beninteso, il fiume vero e proprio e non il Donaukanal che scorre in centro). Il ponte sullo sfondo è quello della metropolitana, utilizzato da alcuni ardimentosi come trampolino per tuffarsi nel fiume. Per un romagnolo come me, è stata una sorpresa trovare nella capitale asburgica, a pochi passi dai palazzoni delle Nazioni Unite, un pezzo di Riviera Adriatica, completo di minibar, beach-volley, pedalò e signore al sole in topless. Mancava soltanto Salvini.

Gli spiritosi ladri di Tokyo

Incipit

Si racconta che, in tempi assai lontani, l’imperatore del Giappone, cavalcasse al comando del suo esercito, di ritorno da una campagna sfortunata contro lo shogun ribelle Musonaki. Il vassallo infedele aveva messo in fuga, l’uno dopo l’altro, tutti i luogotenenti del sovrano e aveva posto sotto assedio la fortezza di Chikanaua.  Il mikado, allora, si era deciso a intervenire personalmente,  mettendo in campo le sue truppe migliori e più fidate, ma mentre era a metà strada col suo esercito, aveva incrociato un messaggero con la notizia che Chikanaua era caduta.

La cittadella aveva resistito a lungo e valorosamente,  ma alla fine aveva ceduto alla fame e alla superiorità numerica, ed ora Musonaki ne aveva fatto la sede della sua corte. Più ancora della perdita strategica, tuttavia, per il Mikado grave era s tata l’umiliazione morale. Egli stesso aveva scelto Chikanaua come residenza d’inverno e aveva voluto perfino mettere nel palazzo della città i suoi tre oggetti più preziosi, reputandoli più al sicuro lì che nella stessa capitale.  Essi erano la corona di ferro, simbolo di sovranità, la bacchetta di bambù, simbolo di giustizia, e la palla d’oro, simbolo del sole che, nel suo corso, bacia per prime le benedette terre del Giappone.

La sera stessa, un concilio di guerra fu radunato. Il mikado avrebbe voluto vendicare l’onta all’istante, ma i generali più anziani e prudenti gli fecero notare che, se a Musonaki erano occorsi due eserciti per prendere Chikanaua, difficilmente a riconquistarla ne sarebbe bastato uno, per quanto valoroso. Meglio era tornare a Tokyo, radunare le truppe disperse, arruolarne di nuove e tentare l’impresa in condizioni più favorevoli. Il mikado aveva finito per convenire ma il pensiero che forse i tre oggetti sacri ora servivano da giocattoli per il buffone di Musonaki non aveva finito di tormentarlo per un attimo.

Riassunto

L’imperatore passa davanti a una forca già preparata per l’impiccagione del giovane ladro Toshiro. Ammirato dalla spavalderia con cui il ragazzo affronta la morte imminente, l’imperatore gli promette la grazia se ruberà per lui i tre oggetti sacri dalla fortezza di Chikanaua.

Toshiro, ovviamente accetta, ma, una volta sotto le mura della cittadella, si rende conto che l’impresa è impossibile. Viene in suo aiuto un bonzo vagabondo, che gli presta una piuma in grado di trasformarlo in gazza ladra e, nella forma di uccello, ruba corona, bacchetta e palla d’oro.

Una volta che l’usurpatore è stato sconfitto, Toshiro si presenta al mikado e gli restituisce i tre oggetti. Rifiuta il titolo nobiliare che gli è offerto e, come ricompensa, ottiene il diritto di rubare impunemente, poiché sarà l’imperatore a risarcire le vittime dei suoi furti. Per questo ancora oggi i ladri giapponesi lasciano sul luogo del delitto un biglietto con sopra scritto: “Fatevi pagare dall’imperatore”

Commento

Originariamente, questa storia era scritta in versi, come una parodia delle ballate medievali, ed era ambientata nella Russia delle invasioni tartare.

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