Gli imb®ecilli del web

Lettera pubblicata sul forum Italians in data 9 febbraio 2019.

In vent’anni che uso la posta elettronica, pensavo di aver ricevuto di tutto in materia di spam, dagli afrodisiaci alle aspiranti fidanzate russe; perfino la lettera del sedicente impiegato in una banca africana che mi proponeva di associarmi a lui in una truffa per impadronirmi di un’eredità non reclamata. Mi mancavano però i messaggi minatori. Qualche giorno fa, mi arriva un’e-mail, mittente il mio stesso indirizzo, più o meno di questo tenore: “Come vedi, conosco la tua e-mail. Ho infettato il tuo computer con un malware mentre stavi guardando un filmato porno. Inviami 250 euro in bit-coin all’indirizzo indicato, se non vuoi che tutti i tuoi contatti ricevano un filmato con alla sinistra il porno e alla destra l’immagine di te che lo guardi. Non provare ad avvertire la polizia, o te ne pentirai”. Inutile negarlo: un messaggio così un po’ d’inquietudine te la dà, sul momento. In fondo, qualche filmato osé in rete l’ho guardato anch’io, pur se evitando la pornografia vera e propria. Poi vedo che l’e-mail non fa il mio nome come destinatario e che è scritta nell’italiano sgrammaticato di Google translate. Rifletto che per l’ignoto ricattatore sarebbe tecnicamente impossibile mettere in atto le sue minacce, a meno di non essere dotato dei mezzi della CIA. E poi, siamo seri, caro corvo; l’Italia non è un paese così vittoriano. Duecentocinquanta euro tu li chiedi a un pedofilo o a un adultero, non a chi può aver dato un’occhiata a Youporn. Così, cancello l’e-mail minatoria, sperando che non fosse la copertura di qualche scherzo peggiore, e di non ritrovarmi il computer infettato da un virus.

Lapidaria risposta di Severgnini.

Se n’è parlato molto. Sono imbrecilli (imbroglioni+imbecilli): ignorali.

Sull’argomento, ho ricevuto due e-mail.

A me arrivano quasi quotidianamente mail che annunciano un finanziamento, generalmente (chissà perché) di 13.000 euro. L’oggetto varia un po’: “Urgente, pagamento confermato!” oppure “Dove potrò mettere tutto questo denaro?”, e addirittura “Dovresti vergognarti di te stesso!”.  Naturalmente, per usufruire di questo allettante “pagamento” dovrò comunicare le mie coordinate bancarie.

P.S. Le minacce sul porno sono arrivate anche a me, con la differenza che in quel caso pretendevano il pagamento di 7.000 euro.

Maurizio Landi

Gentile sig. Cappelli,

sa che anch´io sono nel mirino di uno che mi manda e-mail simili a quelle che riceve Lei? Secondo Lei questa persona è anche in grado di leggere le nostre mail? Perché questo mi preoccuperebbe non poco.

Paola Eckert-Palvarini (dalla Germania)

Penso di poter rassicurare la signora Paola, sulla base di questa nota della polizia postale.

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Quando il nonno rubava le gomme

Incipit

Ai mie tempi, studiare la storia era una cosa semplice: leggevi quello che c’era sul libro e lo ripetevi al maestro o al professore. Adesso invece ti mandano a fare le interviste ai nonni.

Così, ieri il mio nipotino è venuto a chiedermi un ricordo sulla guerra per la ricerca della scuola. Io gli ho risposto che quando c’è stato il passaggio del fronte io ero più piccolo di lui e quindi non ricordavo nulla. Lui ha insistito: – Nonno, anche se non è proprio della guerra ma di qualche anno dopo, l’importante è raccogliere qualcosa, altrimenti lo spazio sul giornalino di classe se lo prende tutto Dario Buardia.

Dario Buardia è il nipote di Gastone, che da decenni vive di rendita sull’essere stato da ragazzino una strofetta partigiana.  È anche riuscito a farsi eleggere sindaco per questo.

Non volevo che il mio Gianni dovesse sentirsi inferiore al nipotino di uno sbruffone, e quindi mi sono spremuto le meningi. Si dice che più le cose sono lontane, e più noi vecchi le ricordiamo meglio, ma si vede che io faccio eccezione. L’unico ricordo con un minimo d’interesse che sono riuscito a tirar fuori è stato questo, datato 1946, l’anno del referendum.

Noi della banda eravamo sempre stati un po’ discoli, ma cose gravi non ne avevamo mai fatte, prima che arrivasse Benito.

Il nome uno non se lo può scegliere, e quindi non si poteva fare una colpa al nostro compagno di classe se si chiamava così, tanto più che era della classe 1934, periodo del consenso, quando all’anagrafe i piccoli Beniti spuntavano come funghi. È però anche vero, ripensandoci, che c’era qualcosa in comune fra quel ragazzino e il suo illustre omonimo. Tutti e due avevano lo spirito del leader, la propensione a cacciarsi nei guai e a cacciarvi anche gli altri assieme a loro.

Trama

Il narratore anonimo ricorda come Benito fosse diventato il capo della banda di ragazzini, li avesse spinti a compiere azioni sempre più monellesche, e infine avesse proposto loro di andare a rubare pneumatici nell’accampamento che i soldati inglesi hanno stabilito nello stadio del paese, per rivenderli a Drudi, un borsaro nero.

Soldati inglesi in Romagna dopo il passaggio del fronte

Una sera, Benito, il narratore e altri tre ragazzi penetrano nell’impianto sportivo, attraverso uno squarcio della recinzione nascosto da una siepe, e rubano un copertone ciascuno. Quando però il soldato di guardia li vede, e spara un colpo in aria, i ladruncoli si lasciano prendere dal panico, e fuggono precipitosamente; solo Benito riesce a portar fuori il suo pneumatico.

Il narratore ricorda come lui e i suoi amici, dopo quell’episodio, abbiano condotto esistenze onestissime; e come abbia perso di vista Benito, mentre parecchi anni dopo ha incontrato casualmente Drudi, ormai un vecchietto qualunque. Decide infine di non raccontare la storia al nipotino, per salvare la reputazione sua e dei suoi amici.

Commento

Questo racconto di tipo neorealista mi ha dato una notevole soddisfazione: è arrivato secondo ex-aequo al concorso Città di Forlì per la narrativa ed è stato pubblicato sulla rivista dei donatori di sangue. Per farlo stare nei limiti previsti dal regolamento, ho dovuto tagliarlo impietosamente e ridurlo quasi alla metà ma credo che la potatura gli abbia giovato. In ogni caso, l’incipit qui riportato è quello della versione originale.

Il racconto vuole fare anche un po’ di ironia su un luogo comune della letteratura romagnola, quella del vecchio nonno saggio, custode degli antichi valori, e ricordare che anche i vecchi, a loro tempo, hanno fatto le stesse sciocchezze dei loro nipoti.

Tre matrimoni

La morte è l’epilogo logico di un racconto ma anche il matrimonio lo termina opportunamente. Avvenuto il matrimonio, non c’è in fondo altro da dire.

Incipit

Non staremo a raccontare per filo e per segno le successive fasi dell’inchiesta e come, una alla volta, i quadri coinvolti nei giochi di prestigio e nei falsi in bilancio si convincessero a collaborare con gli inquirenti; e neppure parleremo del processo che ne seguì l’anno successivo, quando ormai l’opinione pubblica, stanca di una vicenda protrattasi fin troppo a lungo, e distratta da altri scandali, cominciava a dimenticarsi del Credito Cisalpino. Basterà dire che alla fine anche il maggiore responsabile si convinse di aver perso la partita, e che per quanto potesse far tirare le cose in lungo dall’avvocato Zoli, non ci sarebbero stati né interventi dello stato né accomodamenti coi creditori né altri miracoli a salvare la sua banca. Così, un venerdì di gennaio, Merloni lasciò il suo comodo nido in uno di quei paesi dell’Europa orientale, che, dopo essere stati rifugio dei comunisti inguaiati con la giustizia, adesso svolgevano la stessa funzione per i capitalisti; prese un aereo per l’Italia e scese alla Malpensa, dove ad attenderlo c’erano i finanzieri ed i fotoreporter. A quanto pare, si decise al rientro in seguito a una letterina, che lo informava dell’istanza di divorzio presentata dalla signora Elisa.

E non faremo neppure, come nei romanzi di Dickens, un elenco completo di tutti i personaggi, dal nuotatore Marzetti al giornalista Bernazza, e il racconto del loro destino finale. Ma delle tante storie che si intrecciarono al crac del Credito Cisalpino, tre almeno meritano di non essere lasciate a metà.

 

Riassunto

Dei personaggi del romanzo, Leonardo Pezzola, depresso per il risultato disastroso della sua rivolta e agli arresti domiciliari, passa le giornate in casa, assistito dalla moglie. Come ulteriore umiliazione, apprende che Irina Dimenti, le cui teorie trasgressive lo avevano spinto al gesto sconsiderato, è anche lei rientrata nell’ordine, sposandosi e accettando un incarico universitario.

Anche Giulio ed Eva si sposano, nella cappella del carcere. Il matrimonio, sollecitato dall’avvocato Zoli per ragioni d’immagine, vede un grande afflusso di reporter e fotografi, e fa passare inosservato il terzo matrimonio: quello fra Arturo ed Amelia.

La cerimonia, semplice e di poche pretese, è celebrata da don Mario, con Valerio come testimone dello sposo. Gli invitati sono pochi amici e parenti. Tavella fa avere agli sposi, come regalo di nozze, una copia del suo libro: Come ho tentato di farmi furbo: manuale del perfetto uomo d’affari. Il romanzo, come era iniziato, si conclude al suono della canzone dei Raminghi Me ne frego di un mucchio di verdoni, anche se stavolta, vista l’atmosfera più dimessa, a intonarla non è il complesso originale ma il coro dei boy scout.

Le gemelle astrali

Incipit

Dipanare una matassa non è facile come tesserla, e per questo ad Amelia non fu sufficiente presentarsi in tribunale con i registri dell’agenzia di viaggio, ed il nuovo avvocato al fianco, per uscirne immacolata e libera da ogni sospetto (anche se ci aveva sperato). I magistrati la ringraziarono della sua disponibilità, la trattarono cortesemente, tennero conto delle sue affermazioni, però il suo nome rimase sul registro degli indagati.

Se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi, non sarebbe poi tanto male.

In realtà, già da parecchio tempo la procura aveva capito che l’Amelia Dorriti che andava in giro per l’Europa a fare giochi di prestigio finanziari non poteva essere lei. Era vero che il Politburo aveva fatto in modo, finché era possibile, di far coincidere i viaggi all’estero dell’Amelia reale e di quella finta; ma era chiaramente impossibile che una ragazza normale, e non dotata del dono dell’ubiquità, riuscisse a fare un lavoro impegnativo come l’accompagnatrice turistica e nei ritagli di tempo, invece di buttarsi su letto a recuperare un po’ di energie, facesse una puntatina in un istituto di credito. Si aggiunga che il suo telefono era stato sotto controllo per mesi, senza che ne fosse emerso nulla di minimamente compromettente; che, come aveva detto lei stessa, di operazioni bancarie ne sapeva solo quel tanto che le serviva per il lavoro; e che le sue colleghe l’avevano definita una ragazza acqua e sapone, dai gusti semplici (il che non si conciliava con le ingenti spese in abiti firmati, gioielli e profumi di marca che erano passate sul conto 21230).

Perché, allora, Amelia non fu immediatamente scagionata? Perché, si erano detti i solerti investigatori della procura, se anche non aveva fatto nulla direttamente, probabilmente sapeva qualcosa e conveniva tenerla sotto pressione, finché non l’avesse detto. Ci vollero diversi mesi, diversi interrogatori, diverse confessioni, perché finalmente i magistrati capissero che in questo mondo poteva esistere ancora un’anima innocente, e cancellassero le due parole “Amelia Dorriti” dal registro degli indagati.

Trama

La deposizione spontanea di Amelia segna una svolta nell’inchiesta. Molti altri impiegati e piccoli funzionari del Credito Cisalpino cominciano a collaborare coi magistrati e, presto, anche il ruolo avuto da Eva nei trucchetti finanziari del Credito Cisalpino è scoperto. La cinica ragazza riceve un avviso di garanzia; prima di essere arrestata, farà in tempo a ricevere la visita di di Amelia e pranzare con lei in un ristorante di lusso.

Le due donne, così diverse anche se hanno condiviso la stessa identità, parlano dei loro rispettivi fidanzati (entrambe sono prossime al matrimonio) e finalmente mettono a confronto le loro diverse concezioni del mondo. Eva, nonostante i problemi che ha creato ad Amelia, nonostante la prospettiva della prigione, non è affatto pentita delle sue azioni ed è anzi fiera di essersi goduta la vita; Aemlia è ancora legata agli ideali dell’onestà e della dignità personale.

Cantantessa? No, cantatrice

Lettera pubblicata  sul forum Italians  il 2 luglio 2018, in cui riprendo le argomentazioni di un precedente lettore a proposito del termine “cantantessa” coniato da Carmen Consoli per definire sé stessa e le sue colleghe.

Cari Italians, da ex professore d’italiano, vorrei dire la mia a proposito del termine “cantantessa”. Oltre alle argomentazioni già fatte dal lettore Fiorenzo Cardone, oltre alla sua evidente cacofonia, c’è anche una ragione grammaticale ben precisa per bandirlo dal vocabolario. “Cantante” è il participio presente del verbo “cantare” e i verbi, in tutte le forme, escluso il participio passato, sono neutri, senza distinzione di maschile o femminile. La regola vale anche nei casi in cui il participio è usato, come aggettivo (“pesante”) o sostantivo (“amante”), con tanta frequenza da non essere più percepito come un verbo. Quindi, se vogliamo distinguere le donne cantanti dai colleghi maschi, piuttosto che creare un così sgraziato neologismo, meglio sarebbe, in analogia con le altre donne artiste (la scrittrice, l’attrice, la pittrice, la compositrice) recuperare dalla tradizione rinascimentale il termine di “cantatrice”, desueto ma ben altrimenti musicale. Provate infatti a sostituire “La cantatrice calva” con “La cantantessa calva”: un titolo suggestivo, anche se senza rapporto con la commedia, diventa uno scioglilingua. Fra l’altro, è curioso che una richiesta analoga a quella di Carmen Consoli non sia venuta da una cantante (pardon, cantatrice) d’opera. E sì che soprani, mezzosoprani e contralti, femmine per definizione e maschi grammaticalmente, avrebbero qualche ragione di lamentarsi e di voler correggere un’anomalia citata in tutte le grammatiche; però, a quel che mi risulta, nessuna di loro vuole farsi chiamare “soprana” o “tenoressa”.

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