Il professor Cerruti e la critica femminista

Incipit

Pochi luoghi assomigliano alle sale d’aspetto delle stazioni o degli aereoporti quanto le aule docenti degli istituti superiori di provincia. Vi si incrociano persone di entrambi i sessi, di ogni priovenienza, di ogni temperamento, di ogni idea polticia, con solo una cosa in comune, l’essere docenti. Il professore terrone salito al Nord per fare punti in graduatoria saluta la lettrice inglese scesa al Sud per insegnare la lingua e fare un po’ di turismo gratis; il professore di filosofia, fra gli ultimi marxisti d’Italia, sbandiera orgogliosamente Il manifesto, mentre il professore laico di religione legge un periodico ciellino. E, come nelle sale di aspetto, ci sono gli estroversi, pronti ad attaccare discorso con uno sconosciuto che non rivedranno mai più in vita loro, e i timidi, che se ne stanno tranquilli in un angolo a leggere.

 

La professoressa Irene Garini era seduta, appunto, nell’angolo più tranquillo dell’aula docenti dell’ITC Tal dei Tali di Roccacannuccia, con in mano Mansfield Park in lingua originale. L’anno scolastico era appena cominciato, non c’erano ancora compiti da correggere o moduli burocratici da compilare, e lei poteva ancora permettersi di riempire le ore vuote con la lettura per diletto.

Durante le vacanze, Irene aveva accarezzato l’idea di far leggere alla classe quinta durante l’anno un romanzo di Jane Austen o qualche altro classico dell’Ottocento, ma già il suo primo contatto con gli studenti le aveva ricordato quanto quel proposito sarebbe stato utopistico; già avevano problemi con la grammatica italiana, figuriamoci con quella inglese. Già solo colmare le lacune che la classe si portava dietro dagli anni precedenti, sarebbe stato un lavoro impegnativo; farli arrivare tutti all’esame di maturità in grado di scrivere una breve e corretta lettera commerciale indirizzata a Londra, avrebbe significato vincere la maratona.

E poi, siamo sincere, quanti ragazzi in piena tempesta ormonale sono oggi in grado di apprezzare la storia di un amore pudico, inconfessato, eppure alla fine vittorioso? Nella preistoria, quando Irene era dall’altra parte della cattedra, le professoresse romantiche potevano almeno contare sul pubblico delle studentesse, ma adesso anche loro avevano adottato i valori della tribù maschile. Il professor Castelli, l’anziano insegnante d’italiano ,andato in pensione proprio quell’anno, le aveva detto: Non oserei più leggere in classe i racconti erotici di Boccaccio. Le nostre care fanciulle li troverebbero troppo poco osé.

Riassunto

La professoressa Garini, insegnante d’inglese, fa conoscenza con il suo nuovo collega d’italiano, il professor Cerruti, che, a causa di una cabala accademica, ha rinunciato a un posto di assistente universitario per insegnare alle superiori. Cerruti è impegnato nella stesura di una controstoria della letteratura italiana in chiave femminista (i cui brani vengono citati in alternanza al racconto vero e proprio), in cui capovolge le interpretazioni tradizionali date ai personaggi femminili; così, le donne del Boccaccio sono viste come personaggi più attuali di Beatrice,

Armida non è più una seduttrice ma la sostenitrice del “fate l’amore e non la guerra”, e così via. Poco dopo l’inizio dell’anno scolastico, la vita dell’istituto è sconvolta dall’arrivo come alunna di Jessica Veronelli, una ragazza che ha ottenuto una certa popolarità per aver partecipato a un reality show e che, non essendo riuscita a sfondare nel mondo dello spettacolo, sta tentando di terminare gli studi. Jessica diventa presto l’idolo di alunne e alunni, nonché il tormento dei professori, per il suo comportamento sprezzante e altezzoso verso la scuola e la cultura. L’unico insegnante che sembra vedere in lei delle qualità nascoste è proprio il raffinato intellettuale Gino Cerruti, tanto da far sospettare una sua infatuazione per l’allieva; ma anche per lui arriverà il momento della disillusione…

Berlusconi, il proporzionale e la regola del catenaccio

Lettera pubblicata sul forum Italians il 9 giugno 2017.

Cari Italians, riprendendo le affermazioni del lettore Dino Librandi, (“Il proporzionale? Figlio del No al referendum“) vorrei ricordare che noi italiani abbiamo già avuto l’occasione di farla finita definitivamente col proporzionale, e l’abbiamo sprecata.

Nel 1999, Mario Segni promosse un referendum per abolire la quota proporzionale prevista dal Mattarellum e trasformare così la cosiddetta legge Minotauro in un maggioritario a tutti gli effetti. Il referendum non raggiunse il quorum per un soffio e, allora come lo scorso dicembre, a far pendere la bilancia fu l’atteggiamento di Berlusconi, che definì sprezzantemente la consultazione uno spreco di denaro. Lo stesso Berlusconi ci doveva poi ripristinare il proporzionale, prima col Porcellum e poi con la pasticciata legge elettorale che ci si accinge a varare. A questo punto, sorge spontanea una domanda: perché un politico di destra, decisionista e che ha dichiarato di rimpiangere quello che avrebbe potuto fare se avesse ottenuto il 51% dei voti, sostiene così energicamente un sistema che, per sua natura, crea dei governi deboli e fragili? È vero che, trattandosi di Mr. B., si rischia sempre di scambiare un umore di pancia per una raffinata manovra politica, ma provo ugualmente ad azzardare due risposte.

1) Col maggioritario, è più facile governare un paese ma più difficile governare un partito, e Berlusconi preferisce ottenere il 30% con un esercito di elettori e deputati fedelissimi piuttosto il 60% con un partito in cui convivono anime diverse e bisogna fare i conti con una possibile opposizione interna.

2) Colui che, stupidamente, la sinistra italiana ha dipinto per vent’anni come un potenziale dittatore, in realtà segue anche lui, come quasi tutti coloro che fanno politica in Italia, la regola del catenaccio. Non conta il governare ma il non lasciar governare gli altri ed è meglio rinunciare alle leggi che vorresti fare quando sei tu al governo piuttosto che subire una legge sgradita (come una antitrust) quando al governo ci sono i tuoi avversari.

Ho ricevuto questa lettera di risposta

Sig. Cappelli,

A mio parere tutto questo discutere di legge elettorale, come che fosse la
panacea dei mali italiani, mi sembra esagerato per questi motivi: 1)
cambiare la legge elettorale senza modificare l’impianto
costituzionale è un non sense. E le Costituzioni non si cambiano come ha
provato a fare Renzi, discuto il metodo e non i contenuti, ma in maniera
condivisa altrimenti si è punto e a capo; 2) mi sembra che in questa
legislatura circa 400 parlamentari abbiano cambiato casacca. Forse un
vincolo di mandato non sarebbe una violazione delle libertà costituzionali
o sbaglio?
La Germania che ha un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al
4% è il paese più stabile in Europa con governi di tutti i colori anche
perché per farne cadere uno bisogna dimostrare di averne un altro che
abbia la fiducia del parlamento.
P.s. Mentre le scrivo escono i risultati finali delle elezioni inglesi, con
sistema uninominale maggioritario, e ahimè sarà difficile fare un governo.
La differenza è che in Inghilterra nessuno si sogna di dire che è colpa
della legge elettorale.

La saluto cordialmente
Daniele Vecchi

Faccio alcune contro-obiezioni:

  1. Sono trent’anni che in Italia si cerca di riformare la costituzione in maniera condivisa, e non si combina nulla. Temo proprio che i metodi di Renzi (come a suo tempo quelli di De Gaulle), pur discutibili in astratto, siano gli unici con cui si possa sperare di ottenere qualcosa.
  2. Il vincolo di mandato va contro il principio base della democrazia parlamentare: che i rappresentanti del popolo sono i deputati, come persone e non i partiti. E poi, non credo che cambiare casacca sia la cosa peggiore in assoluto che si possa rimproverare ad un politico. Ferruccio Parri cambiò partito cinque volte, e nessuno ha mai messo in dubbio la sua integrità; Razzi e Scilipoti, anche rimanendo fedeli al partito in cui sono stati eletti, sarebbero stati ugualmente dei cialtroni.

L’ultimo dei McShafton

Contravvenendo all’ammonimento di Victor Hugo, secondo cui, “se il vostro romanzo nasce zoppo, è inutile aggiungervi una gamba di legno”, ho inserito un capitolo supplementare ne La ragazza che vedeva oltre , per rimpolpare il personaggio di Peter McShafton, che mi sembrava mancare di spessore. Nell’azione del romanzo, questo capitolo andrebbe letto fra La veggente riluttante e Il reverendo e lo zingaro.

Incipit

Peter non aveva sempre considerato Holeycomb Manor come un peso: c’era anzi stato un periodo in cui era stato discretamente orgoglioso all’idea di esserne il futuro proprietario. Era stato negli anni beati dell’infanzia, quando era ancora in grado di impressionare i compagni di scuola, dicendo di essere “Peter McShafton, figlio di Aldous McShafton, nipote del visconte Lionel McShafton, ultimo discendente del clan Mcshafton”.

A quei tempi, la dimora avita non era del tutto abbandonata, anche se la maggior parte delle sue stanze era già chiusa. Per gran parte dell’anno, vi abitava con la moglie il Visconte titolare Sir Lionel, che, dopo essere tornato dalla seconda guerra mondiale con due medaglie al petto, aveva passato il resto della sua vita impegnato in una battaglia ben più difficile e sfortunata: quella per spremere una rendita decente dai pochi residui di quelle che un tempo erano state le vaste proprietà terriere del clan. Inoltre, in un appartamento nelle ex stanze della servitù, vi era alloggiata una vecchietta bisbetica, che era stata, un tempo, la bellissima seconda moglie dello scandaloso visconte bisnonno. Dopo aver dato un notevole contributo agli sperperi del marito, continuava a pesare sulle finanze del clan, rifiutandosi di lasciare il palazzo per una casa di riposo e obbligando il figliastro a pagare un’infermiera che si prendesse cura di lei tutto l’anno.

Al nonno piaceva raccontare storie di famiglia e al nipote piaceva ascoltarle. L’eroe della seconda guerra mondiale faceva lunghissimi preamboli genealogici, intrecciati di matrimoni, figli cadetti e illegittimi, che Peter rinunciava a capire in partenza, ma quando il vecchio arrivava al dunque, il bambino era rapito nel sentirsi raccontare la storia del visconte Hildebrand, che, schiaffato nelle segrete del castello di Edimburgo sotto Cromwell, vi scoprì il proprio talento di poeta, o di Alec, il cadetto che, a quanto dicevano voci mai confermate, ai tempi della guerra americana aveva disertato le giubbe rosse per unirsi agli irochesi.

Riassunto

Il piccolo Peter, già nell’infanzia, si rende però conto di quanto la sua famiglia sia impoverita e che nemmeno i contadini di  Holeycomb, ormai liberi proprietari, provano più l’antico rispetto per gli antichi signori feudali. Cresciuto, Peter studia a Cambridge, poi va a vivere a Londra e sempre più si allontana dai vecchi valori del clan scozzese per quelli dell’Inghilterra moderna. Richiamato in patria dalla malattia e poi dalla morte del padre, Peter si rende conto che la dimora avita, fra spese di manutenzione e tasse di successione, è una palla al piede per le finanze della famiglia; per questo, senza rimpianti, decide di venderla agli americani, per poi iniziare una nuova attività in proprio.

Il pretendente di Maria Tramaglino

Incipit

Vent’anni prima, a Lecco, erano avvenute faccende da romanzo: la famosa notte degli inganni e dei sortilegi, di cui si era parlato per mesi, prima che si fosse capito precisamente cosa era successo, e poi tutto il subbuglio del passaggio dei lanzichenecchi, e per finire la peste.

Adesso, però, le cose andavano molto più lisce, al punto che l’arrivo di uno straniero all’osteria di Menico era già un avvenimento; figuriamoci quando ne arrivarono tre nello stesso giorno, e d ciascuno con un mezzo di trasporto differente.

I primi due stranieri erano due giovani, poco più che ragazzi, che venivano dalle parti di Bergamo, lungo la strada che risaliva l’Adda. A vederli, si capiva che i doni del cielo sono distribuiti con equilibrio, affinché non tocchino tutti all’uno o tutti all’altro. Il primo giovane era a cavallo, e vestito con decoro, se non con sfarzo; il secondo era a piedi, in abiti da lavoratore, stanco e impolverato per una lunga camminata a piedi. Eppure, quando passarono per le strade di Lecco, tutti gli sguardi delle ragazze del paese si girarono per vedere il pedone, che appariva povero ma bello, ignorando il cavaliere, che appariva benestante ma dall’aspetto comune e che aveva per di più un poco di precoce pancetta. Qualche fanciulla riuscì anche a carpire un pezzo della loro conversazione.

– Roderico – diceva il ragazzo grasso – non c’era bisogno che prendessi alla lettera quello che ti ha detto mio zio e che ti macinassi a piedi tutto il percorso. Potevamo anche fare assieme un pezzo di strada a cavallo, tanto nessuno lo avrebbe mai saputo.

– Ho dato la mia parola e la mantengo. Lui dice che si è fatto la strada da Milano a Bergamo in ventiquattro ore, con gli sbirri dietro? Che quando ha avuto la peste, appena si è levato dal letto, si è fatto a piedi Bergamo-Lecco-Milano e ritorno? Io non sono da meno di lui – aveva risposto il ragazzo bello.

Riassunto

Siamo a Lecco, vent’anni dopo gli avvenimenti dei Promessi Sposi. Uno scrittore (quello che Manzoni chiama l’anonimo) è venuto da Milano per fare ricerche sulla storia di quei due contadinelli che, per una strana sorte, si sono trovati in mezzo a tutti gli avvenimenti più importarti dellla generazione precedente. Lo straniero intervista il ragazzo Menico (adesso divenuto l’oste del paese) e uno dei due bravi di don Rodrigo, ridottosi all’accattonaggio; poi fa la conoscenza di due ragazzi venuti da Bergamo. Uno è il figlio di Bortolo, il cugino di Renzo; l’altro è Roderico, il figlio di Bettina, l’amica di Lucia sedotta da don Rodrigo. (Episodio presente nel Fermo e Lucia e soppresso nell’edizione definitiva). Roderico era stato assunto per carità nel filatoio di Renzo, ma poi aveva cominciato a fare la corte a Maria, la figlia del padrone, e addirittura a progettare un matrimonio clandestino (sull’esempio, del resto, degli stessi sposi promessi). Renzo, furente, aveva sfidato Roderico a fare per la figlia quello che lui stesso aveva fatto per la madre, andare a piedi da Bergamo a Lecco e Milano, più il ritorno, e il ragazzo lo aveva preso in parola.

L’anonimo accompagna allora i ragazzi a Bergamo. Lì, Renzo, convintosi dell’amore sincero di Roderico per Maria, e soprattutto accertatosi che il ragazzo non è, come credeva, il figlio illegittimo del suo vecchio nemico, acconsente al matrimonio. Lo scrittore raccoglie la testimonianza dei promessi sposi, ma, una volta completato, il libro rimane inedito, perché, come aveva previsto Renzo, la storia di due poveracci non interessa a nessuno; tuttavia, una copia del manoscritto finisce a Lecco, negli archivi della famiglia Manzoni…

Lo ammetto: l’idea di base non è originalissima.

Commento

Questo racconto è nato da una mia visita a Lecco e cerca di rispondere a due domande che ogni lettore di Manzoni ha finito per farsi. Chi era l’anonimo e come poteva essere così ben informato sugli avvenimenti del 1627? Come sarebbero stati i due protagonisti del romanzo dopo vent’anni? Ho cercato di darvi una risposta ironica ma che non stravolgesse il romanzo. Probabilmente, Lucia avrebbe finito per assomigliare sempre più a sua madre Agnese e Renzo sarebbe diventato un patriarca, burbero ma bonario, un padre da commedia goldoniana, ma nell’intimo sarebbero sempre stati i due promessi sposi che ben conosciamo. Nella mia continuazione, se Renzo alla fine acconsente al matrimonio di Maria è perché ha finito per riconoscere in Roderico un suo alter ego.

La bella addormentata di Central Park (fine)

Incipit

Poi, dopo la sera, venne la notte, e molti la passarono insonni.

022617_1248_Labellaaddo1.jpgLa passarono insonni i coniugi Rudolph, sperando e temendo di sentire il telefono trillare e portare loro una notizia, buona o cattiva; l’unico a chiamare era stato lo zio Walter, ma solo per ripetere la raccomandazione di stare calmi e non prendere iniziative, neanche quella di andare alla polizia, senza prima averlo avvertito.

La passò insonne il signor Altman, come tutti i cronisti di nera, e se non lo avesse tenuto sveglio il lavoro lo avrebbe fatto la preoccupazione per suo figlio, che aveva avuto bisogno di un doppio sedativo per andare a letto. Altman sapeva che gli uomini di Sideboards avrebbero fatto il possibile, e anche di più, per trovare Dawn, ma le cartelle del suo archivio erano piene di ragazze morte, nonostante la polizia avesse fatto il suo dovere, e anche di più.

La passò insonne il sedicente Marcel Carabas, in un motel di Newark, maledicendo la sorte che gli aveva impedito di trovare un aereo per Las Vegas quella sera stessa.

La passò insonne Gwen Caruso, sul pullmann che la riportava mestamente a casa, dopo una fuga d’amore durata meno di una giornata.

La passò per metà insonne Brewster McCloud, cercandosi un rifugio in Central Park; fu sul punto di rinunciare al parco e di passare la notte nella prima stazione della metropolitana che avesse incontrato, ma poi incontrò un confratello che gli offrì ospitalità nella sua baracca, un ex chiosco di gelati decaduto.

Tu invece dormi, principessa Dawn, non hai fatto altro, da quando la signora Newman ti ha offerto il liquore. Certo, ci sono stati dei momenti in cui, tecnicamente, eri sveglia, quelli in cui ti hanno dato da mangiare; ma erano momenti brevi, e la robaccia che circola nel tuo sangue ti aveva talmente intontita, che adesso non sapresti neppure dire se erano momenti veri o sognati. Credimi, è meglio così. Se venisse un momento in cui tu fossi pienamente sveglia, proveresti un’angoscia e una disperazione peggiore di quelle che stanno provando adesso i tuoi genitori. Loro, perlomeno, sanno chi ha voluto tutto questo, e perché.

Riassunto

022617_1248_Labellaaddo2.jpgLa mattina dopo, il capo del distretto, il commissario Sideboard, si incontra con un agente dell’FBI, Walter Huston, addetto alla protezione testimoni, che gli spiega le ragioni del rapimento di Dawn. La ragazza è la figlia di un contabile che accettò di testimoniare contro Nhu, un imprenditore cinese che sfruttava il lavoro clandestino dei suoi connazionali. Nonostante il delatore abbia, da allora, continuamente cambiato identità e residenza, la moglie di Nhu ha continuato a perseguitare la sua famiglia inviando loro delle cartoline minacciose, finché, quando Dawn ha compiuto diciotto anni, ha attirato la ragazza in una trappola e l’ha rapita.

Intanto, Lebowicz scopre la vera identità del gato botado e di Marcel Carabas: sono Carlos Figueroa e Laurien Perrault, un giovane ristoratore di origine canadese, che aveva perduto il suo locale a causa dei debiti con Caruso. I due si costituiscono e raccontano quale fosse il loro piano. Perrault, usando la villa e i vestiti di Ernest Haller (rimasti a disposizione di Figueroa dopo la fuga del bancarottiere ai Caraibi), avrebbe dovuto sedurre Gwen Caruso, sposarla a Las Vegas e poi ricattarne il padre per far annullare il matrimonio. Perrault non ha avuto, però, il coraggio di andare fino in fondo e, prima di prendere l’aereo per il Nevada, ha confessato tutto a Gwen. Il caso si risolve con un accomodamento extragiudiziale: Gwen non solo rifiuta di sporgere denuncia contro i due truffatori ma, per ripagare Perrault del danno subito per colpa di suo padre, gli presta il denaro per aprire un nuovo ristorante.

022617_1248_Labellaaddo3.jpgPrima di andarsene, Figueroa lascia a Lebowicz alcuni documenti riservati, che gli ha affidato Jerome Corwin, l’amministratore degli immobili di Haller. Da essi risulta come Corwin avesse affittato alla signora Nhu sia l’appartamento in cui Dawn è stata rapita sia un baraccone abbandonato in Central Park, Il castello delle streghe. Dalla confessione di Corwin, e dalla testimonianza di alcuni barboni che hanno notato degli strani movimenti intorno al baraccone, gli uomini del 66. Distretto deducono che è quello il luogo dove la ragazza è tenuta prigioniera. Dopo un breve conflitto a fuoco tra la polizia e gli uomini della signora Nhu, Dawn viene liberata, viva ma ancora incosciente per gli effetti della droga che le è stata iniettata. Come la bella addormentata nel bosco, si risveglierà dal coma solo quando, in ospedale, sentirà la voce del suo fidanzato Arthur.

Commento

Riguardo ai nomi, accanto a quelli scelti solo per caratterizzare i personaggi per la loro origine etnica (Figueroa, Lebowicz) ce ne sono altri che costituiscono strizzate d’occhio alle fiabe di Perrault (Laurien Perrault, Marcel Carabas, come il sedicente marchese di Carabas del Gatto con gli stivali) e al film di Walt Disney (l’agente dell’FBI che cerca di proteggere la famiglia di Dawn è soprannominato “zio Walt”; Dawn, “alba”, rimanda alla principessa Aurora; la cattiva signora Nhu firma le sue cartoline minatorie Maleficent). Infine, il commissario Sideboard è una traduzione del commissario Basettoni dei fumetti di Topolino.

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