I giocolieri

Incipit

A un punto tale / Che guarda li quattrini ne lo specchio / Pe vedè radoppiato er capitale

C’era stata una curiosa inversione di ruoli tra il consiglio d’amministrazione ufficiale del Credito Cisalpino, e il Politburo Affari Coperti. Quando i cinque padrini di Vittorio Bianchi si incontravano fra di loro (in genere nella villa o sullo yacht di Merloni, a volte in ristoranti o night club poco frequentati, mai negli uffici della banca) ci si sarebbe potuto aspettare che si concedessero il lusso della sincerità. Invece, in quelle riunioni, nessuno aveva il coraggio di dire ciò che tutti, in un certo momento, avevano pensato: “Forse stiamo giocando un gioco troppo pericoloso e faremmo meglio a tornare indietro”. Una regola non scritta imponeva l’ottimismo riguardo ai fini, e la fede nella giustezza dei mezzi, come condizione imprescindibile per l’ammissione al circolo.

Nel consiglio d’amministrazione, invece, poteva capitare che si facesse sentire la voce della prudenza e della ragione, da parte degli esterni al Politburo. Costoro sentivano che i muri dell’edificio erano pencolanti, pur non immaginando di tenere le loro riunioni in cima alla torre di Pisa. Era soprattutto il caso del dottor Brunori, l’ultimo superstite della precedente gestione della banca, quella le cui ambizioni non oltrepassavano la scala regionale. Degli altri tre, Vittorini e Fossati erano personalità troppo scialbe per mettersi contro il boss. L’ultimo consigliere, Tavella,  era un caso a parte.

Tavella era, culturalmente, l’opposto di Brunori: un figlio degli anni Ottanta, l’epoca in cui, dopo il tabù del sesso, era caduto quello della ricchezza, e fare i soldi per il solo gusto di farli non era stato più visto come un peccato. Raccogliendo dagli aridi verbali dei consigli le sue battute e i suoi paradossi, si sarebbe potuto mettere assieme un manuale d’immoralismo applicato al mondo degli affari, con una giustificazione per qualsiasi attività proibita dal codice.

La cosa strana era che, in quel consiglio, Tavella era uno degli onesti. Merloni non si era mai fidato abbastanza di lui da ammetterlo nel Politburo; temeva che il suo cinismo, come in altre persone la virtù, fosse troppo ostentato per essere sincero. C’era un’altra cosa che rendeva Tavella sospetto. Qualche tempo prima, aveva avuto un incarico in una piccola casa editrice, e si diceva che ne avesse approfittato per pubblicare due romanzi sotto pseudonimo.

Riassunto

Il capitolo descrive la situazione del Credito Cisalpino, che è in grave deficit. Solo il presidente Merloni e il gruppo dei suoi fedelissimi (il cosiddetto Politburo), come Giulio Monti, ne sono del tutto a conoscenza, ma continuano a illudere se stessi sulla possibilità di evitare la bancarotta. Intanto, il vero stato dei conti è tenuto nascosto, oltre che con le spettacolari iniziative promozionali, con lo spostamento di capitali della banca da una filiale estera all’altra, da Barbadilla a Macao, per opera dei due personaggi fantasma Vittorio Bianchi e Amelia Dorriti. (Il titolo e l’epigrafe di Trilussa fanno riferimento a questo gioco di prestigio, che consente di moltiplicare artificiosamente la ricchezza della banca).

Il resto dei dirigenti ha solo vaghi sospetti riguardo al baratro in cui l’istituto sta per precipitare. A un consiglio di amministrazione, un anziano consigliere, Brunori, esprime le sue perplessità sul modo in cui è gestito il Credito Cisalpino, ma è rimbeccato da Niccolò Tavella. Questi (in cui si può riconoscere l’io narrante de I soldi, le donne, il potere)  è una sorta d’ipocrita alla rovescia: sebbene sia personalmente onesto e all’oscuro dei maneggi di Merloni, si diverte a atteggiarsi a cinico e a giustificare la disonestà negli affari con battute paradossali alla Oscar Wilde. Il consiglio di amministrazione finisce con l’approvazione di un aumento di capitale (puramente sulla carta) e di uno stanziamento per ciclo di conferenze rivolto ai quadri della banca e tenuto dalla psicologa e sessuologa Irina Dimenti. Nel pomeriggio, Giulio incontra alla stazione Eva, reduce da una delle sue missioni all’estero sotto il nome di Amelia Dorriti; la giovane sta prendendo fin troppo gusto alla sua seconda identità di elegante donna in carriera e al pericoloso gioco che sta conducendo, tanto da suscitare qualche preoccupazione anche nel suo amante senza scrupoli.

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Un amore intercettato

Fra la giustizia e mia madre, scelgo mia madre.

Incipit

È un lavoro tedioso quello del poliziotto addetto alle intercettazioni, anche se è sempre meglio che affrontare i rapinatori, pistola alla mano; si passano le giornate in uno scantinato o in un camioncino, leggendo e rileggendo il giornale, in attesa che uno dei telefoni sotto sorveglianza entri in funzione. Naturalmente, non si può pretendere che i cattivi, quando sono al telefono, dicano a chiare lettere “Ho comprato la dinamite per l’attentato” oppure “Ho incontrato il latitante”, e quindi bisogna trascrivere ogni chiamata, anche la più stupida, e rintracciarne l’autore; chi ci dice che il tale che si scusa per aver sbagliato numero non stia in realtà mandando un messaggio in codice?

Pure, anche questo lavoro ha il suo lato divertente: puoi seguire un’esistenza umana in diretta, ventiquattr’ore su ventiquattro, e conoscere l’intercettato meglio dei suoi parenti stretti.

 

Una settimana dopo la festa sul lago, da un ufficio della questura partì un’e-mail indirizzata al Palazzo di Giustizia:

Si chiede il controllo del telefono della signorina Amelia Dorriti, nell’ambito dell’inchiesta sulla Finanziaria Merloni, per le seguenti motivazioni:

1) il legame di parentela, pur se indiretto, fra la signorina Amelia e il dottor Merloni;

2) i precedenti penali per bancarotta del padre della signorina;

3) il lavoro di guida turistica della signorina, implicante ripetuti viaggi all’estero.

Si precisa che tali elementi sono puramente indiziari e che non risultano, al momento, prove specifiche di un coinvolgimento effettivo della signorina negli affari del dottor Merloni.

Un’altra e-mail partì in risposta dall’ufficio di un procuratore della repubblica:

Richiesta approvata. Si raccomanda, tuttavia, di agire con la consueta discrezione.

Così, il telefono di Amelia fu messo sotto controllo, assieme a quelli di una decina di altre persone più o meno lontanamente legate al finanziere. I primi tre giorni, i ragazzi addetti all’intercettazione non ebbero un gran che da ascoltare: in genere, telefonate di amiche che si complimentavano per il bel matrimonio della sorella. Poi, al quarto giorno, si sentì una voce maschile, un po’ imbarazzata:

– Pronto, Amelia Dorriti? Ti ricordi di me? Ci siamo visti al matrimonio di tua sorella… No, non ero uno degli invitati… Ti ricordi che ci hai dato il tuo biglietto da visita?… No, non sono la guida scout, sono l’altro… Perché un uomo telefona ad una bellissima donna?… Ecco, esatto volevo chiederti un appuntamento… Sei libera domenica? … Devi mostrare la città ad una comitiva di americani?… Allora, facciamo così: io mi aggrego agli americani, così posso vedere se sei brava nel lavoro, oltre che carina e poi, quando hai finito, andiamo a cena assieme.

Riassunto

Il telefono di Amelia è messo sotto controllo, a causa dei legami famigliari della ragazza con Merloni. Così, i poliziotti addetti alle intercettazioni possono seguire, passo a passo, l’idillio fra la ragazza e Arturo: le prime timide avance del giovane, gli appuntamenti, il perfetto amore e poi la prima crisi. Amelia, infatti, è figlia di uno spregiudicato palazzinaro finito in prigione anni prima per bancarotta ed è stata segnata profondamente dalla vicenda. Quando Arturo fa una battuta sugli speculatori immobiliari che meriterebbero la prigione, Amelia, che si ostina ancora a credere all’innocenza del genitore, se ne sente personalmente offesa, e acconsentirà a perdonare il fidanzato e a riprendere la relazione solo quando papà Dorriti, pur senza ammettere le sue colpe, le dirà di non rovinarsi la vita per difendere la reputazione di un vecchio rudere come lui. Si mostra così, per la prima volta, una differenza nella coppia Arturo-Amelia: il valore supremo per lui è la moralità, per lei (che pure è integerrima) sono gli affetti famigliari.

L’uomo di carta

Avevo sempre sospettato che tu fossi un impenitente bumburista, e ora ne sono sicuro. Ti rivelerò il significato di questa incomparabile espressione quando avrai avuto la gentilezza di spiegarmi perché sei Ernest in città e Jack in campagna.

Incipit

Alcuni bambini ricevono un libretto di risparmio già alla loro nascita. Vittorio Bianchi fu ancora più fortunato: ebbe un conto in banca (numero 21214) prima ancora di venire al mondo ed anzi doveva la propria evanescente esistenza proprio al conto numero 21214. A differenza dei normali esseri umani, non fu concepito e partorito in un letto, bensì in una sala riunioni; non ebbe un padre e una madre, ma cinque padrini presiedettero alla sua nascita, tutti membri dello stesso consiglio di amministrazione: il presidente Merloni, il vicepresidente Tambini e i consiglieri Monti, Artigiani e Sormani.

Vittorio fu indubbiamente un ragazzo precoce: appena nato, aveva già trent’anni, ed era in possesso di tutta la serie di documenti necessari per gestire un conto sul quale passano milioni di euro. Bisogna però precisare che, nel riempire quei documenti, Vittorio aveva commesso una piccola scorrettezza. Aveva preso in prestito, senza dir niente al loro legittimo proprietario, i necessari dati anagrafici (data e luogo di nascita, titolo di studio, e lo stesso nome) ad un altro Vittorio Bianchi, che dirigeva una piccola filiale della stessa società, e che sicuramente si sarebbe stupito nell’apprendere l’esistenza di un Doppelganger assai più ricco e potente di lui. Purtroppo, a Vittorio Bianchi (quello ricco) mancava un piccolo dettaglio per poter gestire adeguatamente i propri affari: un corpo. Non che la cosa creasse problemi quotidiani, in un’epoca in cui la maggior parte delle transazioni si fanno per via telematica; però, anche nell’età di Internet, ogni tanto era necessario che il proprietario del conto 21214 lasciasse il regno delle astrazioni per firmare dei documenti. In questi casi, erano i tre consiglieri Monti, Sormani e Artigiani, a turno, a prestare al loro protetto il corpo per recarsi nelle banche di Lugano o di Dublino e la mano per apporre l’autografo. Quando poi i versamenti effettuati da Vittorio si fecero più frequenti, ai tre consiglieri di amministrazione si affiancarono un pari numero di fidatissimi impiegati. Nessuno degli impiegati che ricevevano i documenti, a quanto si dice, fece molto caso al fatto che quel ricchissimo uomo d’affari italiano fosse, a primavera, biondo e robusto, e invece bruno e longilineo in autunno; e che la sua calligrafia avesse un’uguale tendenza a cambiare secondo le stagioni.

Non bisogna però farsi un’idea sbagliata di Vittorio Bianchi, e pensare che la sua esistenza si riducesse al lavoro e agli affari; al contrario, simile in questo ad uno spiritello burlone, ogni volta che veniva evocato non accettava di rientrare nel nulla senza prima essersi divertito. Accanto al conto 21214, ne possedeva un altro per le spese voluttuarie, il 21215, il cui bancomat riforniva con una certa regolarità le casse di negozi di lusso, ristoranti a cinque stelle, discoteche, case da gioco e saloni di massaggio.

Riassunto

Vittorio Bianchi è, in realtà, un personaggio virtuale; l’identità, presa a prestito da un ignaro direttore di filiale, che i dirigenti del Credito Cisalpino assumono a turno quando si recano all’estero per compiere le spregiudicate operazioni finanziarie con cui nascondere l’enorme deficit della banca. Uno di questi dirigenti, il giovane e rampante Giulio Monti, durante una trasferta a Londra ha un breve flirt con una ragazza italiana di nome Eva Manzoni. Costei è un po’ la sua controparte femminile: ambiziosa e cinica, si è trasferita nel Regno Unito per far carriera come donna d’affari, ma con scarso successo, tanto da essersi ridotta a lavorare come interprete.

Eva, nonostante Giulio le si sia presentato sotto l’identità di “Vittorio Bianchi”, riesce a seguirne le tracce fino in Italia e a scoprirne la vera identità, nonché a farsi una prima idea degli affari poco puliti del Credito Cisalpino. Giulio ed Eva si incontrano in un ristorante veneto e stringono un accordo, diventando complici negli affari e compagni di vita. Eva ottiene un posto al Credito Cisalpino come interprete; in più, comincia anche lei a svolgere operazioni finanziarie clandestine, usando come identità di copertura proprio quella dell’ignara Amelia Dorriti (di cui fra l’altro è stata collega a Londra). Si è costituita così, dopo quella Arturo-Amelia, la seconda coppia del romanzo: quella Giulio-Eva, belli, brillanti, intelligenti, ma anche mostruosamente cinici in tutto quello che non riguardi il loro rapporto reciproco.

“I 50 libri che hanno cambiato il mondo” di Andrew Taylor

Messaggio pubblicato su Italians in data 16 ottobre 2017.

Cari Italians, a proposito di Brexit, segnalo che un paio di anni fa, presso Garzanti è uscito I cinquanta libri che hanno cambiato il mondo di Andrew Taylor, un giornalista della BBC. Mentre i saggi che compongono il volume in se stessi sono informati e piacevolmente divulgativi, la scelta dei libri è talmente anglocentrica da ricordare la famosa battuta “nebbia sulla Manica, il continente è isolato”. Su cinquanta libri scelti, venticinque sono in inglese, però poi la lingua di Shakespeare si assicura la maggioranza assoluta, perché Le Mille e una Notte sono messe sotto la data della versione di Burton (doppio scippo, ai danni degli arabi e del primo traduttore, il francese Galland). Riguardo ai testi scientifici o filosofici, le scelte di Taylor sono nel complesso equilibrate; quello che fa scandalosamente pendere la bilancia è la letteratura, dove poeti e romanzieri inglesi e americani hanno ben quindici titoli, il doppio di quelli del resto del mondo messi assieme. La Francia, che coi suoi grandi scrittori ha dominato il secondo millennio, deve accontentarsi di due piazzamenti; la Germania arriva a quattro, grazie ai pensatori; la Russia è a quota due titoli (uno dei quali sono gli imbarazzanti Protocolli dei savi di Sion). Noi italiani non ne usciamo troppo male, con tre piazzamenti (Machiavelli, Galileo e Primo Levi) ma c’è un’assenza che grida vendetta. Si può onestamente, in una graduatoria di questo genere, ignorare la Divina commedia? (Beninteso, se il maestro Dante è stato dimenticato, il discepolo Chaucer è stato compreso nella lista). È vero non si può giudicare la cultura di un popolo da un singolo libro, però è difficile, dalle scelte di Mr. Taylor, sottrarsi all’impressione che l’inglese medio si senta più vicino a uno scrittore dell’Arizona o dell’Uganda, piuttosto che a uno continentale, da cui lo separa una barriera più larga della Manica: la lingua. C’è da stupirsi, quindi, se questo atteggiamento si estende anche alla politica?

Per conoscere la lista completa, premere sull’immagine

Un matrimonio

Incipit

Considerava la vita un’immensa arena, dove gli uomini, rispettando onestamente le regole, gareggiano nel raggiungere la perfezione. Quando si accorse che non era così, non gli venne in mente di aver torto.

Così racconta una vecchia fiaba: C’erano una volta due cacciatori che si perdettero nel bosco, finché, cammina cammina, non arrivarono ad un castello in riva ad un lago, dove si teneva una festa per il matrimonio del figlio del re. Quella volta, però, i due viandanti sperduti non erano cacciatori ed anzi, in qualità di vecchi boy scout, erano convinti difensori della natura; a rigore, non erano neppure viandanti, visto che erano a bordo di un’utilitaria.

Arturo e Valerio avevano passato la giornata girando per le colline che si specchiavano sul lago, alla ricerca di prati e boschi da usare come accampamento scout nella futura stagione.

Valerio era una guida, e Arturo no, però, dei due, era forse lui quello che, nell’anima, aveva conservato il fazzoletto azzurro intorno al collo. Se accettava di fare da navigatore all’amico nelle sue gite di ricognizione, non era solo per passare una domenica all’aria aperta. Era anche per una nostalgia sentimentale verso i bivacchi sotto le stelle, le notti all’addiaccio e l’idealismo preadolescenziale.

Come tutti coloro che sono vissuti abbastanza da indossare i pantaloni lunghi, Arturo si era reso conto, ad un certo momento, che il mondo non seguiva le regole di Baden Powell e che l’umana società assomigliava ad un’immensa equazione, ammirevole per la sua eleganza e complessità, ma che produceva un risultato chiaramente sbagliato. I più decidono di prendere il risultato per quello che è, e sono i conformisti; qualcuno decide di cancellare l’intera formula con un colpo di cimosa, e sono i rivoluzionari; e poi ci sono quelli come Arturo, non abbastanza cinici per la prima soluzione e troppo di buoni sentimenti per la seconda, che scelgono la posizione più scomoda: esaminare tutta l’equazione da cima a fondo, scoprire i piccoli errori nei punti cruciali, e correggerli, in modo da lasciare il mondo, secondo l’imperativo di B. P., migliore di come lo si è trovato.

 Riassunto

Arturo e Valerio sono due amici: il primo è cancelliere di tribunale, il secondo avvocato e, nel tempo libero, guida scout. Sono diversi anche di carattere: il primo è un rigido moralista, il secondo un tipo accomodante e un dongiovanni (vedi Il rap dello scout).Di ritorno da un’escursione in montagna, i due fanno sosta in una villa sul lago di Como, dove si sta svolgendo una festa di nozze.

 

Accolti grazie alla gentilezza di una ragazza, Amelia, la sorella della sposa, i due scoprono di essersi imbucati, senza saperlo, alla festa per l’unione fra Edmondo, il figliastro del banchiere Merloni, e Fanny, la sorella di Amelia. La cerimonia, sfarzosa e kitsch come lo sono i matrimoni nei giorni nostri, è allietata dalla musica dei Raminghi, che eseguono una canzone contro il consumismo, piuttosto incongrua, data l’occasione.

 

Valerio riesce a farsi dare il biglietto da visita di Amelia, ma lo cede ad Arturo, quando capisce che l’amico è stato colpito dalla ragazza, che nella serata ha dato prova di garbo e finezza quanto i due sposi di volgarità. Al ritorno, in macchina, i due discutono della festa cui hanno assistito e della personalità di Merloni, discusso finanziere, che la procura dove lavora Arturo ha già messo sotto osservazione.

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