Una famiglia di vincenti

Dopo un lungo periodo in cui non ho aggiornato il blog, perchè non sapevo cosa metterci, ho deciso di inserirvi delle anticipazioni dei miei racconti e romanzi (tutti inediti).
Tempo e luogo

Roma, intorno al 1980.

Incipit 

Se i videogame non mi sono mai piaciuti, se ho smesso di giocarci quasi subito e se non li regalerò mai ai miei figli per Natale, la colpa è di Mazzolani. Non Mario Mazzolani, l’imprenditore dell’informatica a suo tempo famoso, ma suo figlio Filippo, che per qualche tempo ha abitato nell’appartamento di fronte al mio.

 Quando la signora Mazzolani divenne nostra vicina di casa, assieme al figlio, la cosa fu oggetto di conversazione per settimane, non solo in portineria ma in tutto il palazzo. Non capita tutti i giorni che una donna, non più di primo pelo, ma che ha ancora l’aspetto (e la pelliccia) di una diva del cinema vada a vivere al tuo numero civico. In più, la signora in questione era la moglie di un imprenditore rampante nel settore dell’informatica, aveva lasciato di colpo il tetto coniugale ed era andata a vivere nel primo appartamento di un certo livello che aveva trovato libero sul mercato.  Non si conosceva di preciso il motivo della separazione, anche se l’ipotesi più corrente era che avesse sorpreso il marito con la segretaria.

Nel nostro palazzo, c’era un nuovo trasloco ad ogni cambio di stagione, ma quello della signora Mazzolani ebbe qualcosa di diverso. I mobili e le suppellettili erano lussuose, ma non esageratamente. Però, una volta che i facchini ebbero arredato salotto, sala da pranzo e stanza della signora, cominciarono a portare nella stanza del ragazzino una caterva di scatoloni con sopra la marca della Mazzolanitronics, con dentro due computer, schermi, altoparlanti, e cavi sufficienti a legare tutto il palazzo. Per il trasloco vero e proprio, bastò un pomeriggio, ma per sistemare tutto il materiale informatico del rampollo Mazzolani, ci volle un’intera giornata e l’intervento di un tecnico venuto dall’altra parte della città.

La signora Mazzolani considerava l’appartamento nel nostro palazzo una sistemazione provvisoria, in attesa di aver sistemato le proprie pendenze coniugali, e né lei né suo figlio si preoccupavano di stringere amicizie presso i loro vicini. La madre teneva quei contatti sociali inevitabili fra chi vive sotto lo stesso tetto ed era anzi molto gentile e simpatica; però, nei mesi che abitò davanti alla nostra porta, non disse mai una parola sulla sua vita personale. Il piccolo Filippo era, in pratica, un fantasma: o era a scuola, o era in giro per la città, a trovare il padre od un amico, oppure stava chiuso nella sua stanza piena di computer. Fra i numerosi ragazzini che vivevano nel condominio, nessuno, prima di me, riuscì a scambiare con lui una parola, escluso qualche “Ciao” detto frettolosamente sulle scale, o a scoprire qualcosa di nuovo su di lui, se non che portava gli occhiali. Riceveva spesso delle visite, da amici del suo giro, che arrivavano in motorino da altri quartieri della città, si chiudevano con lui nella sua stanza e poi ritornavano nelle loro case dopo diverse ore.

Trama

Il narratore, anche lui un ragazzino, detesta Filippo, che ha già i modi altezzosi di un figlio di papà, ma è costretto a frequentarlo quotidianamente dai genitori, che sperano di venire in contatto, attraverso i figli, con il miliardario Mario Mazzolani (una sorta di versione italiana di Bill Gates).

I due ragazzini giocano così innumerevoli partite di un videogioco creato da Mazzolani padre, e ovviamente Filippo riesce sempre a vincere e ad umiliare il suo avversario. Il sacrificio sarà inutile, perchè tutto quello che il padre del narratore riuscirà ad ottenere sarà un breve incontro con l’informatico ed una videocassetta di consigli per gli affari, prima che la famiglia Mazzolani, riconciliata, parta per l’America. Dopo tanti anni, il narratore si chiede cosa sia diventato il piccolo Filippo: un rampante, un fallito od una persona equilibrata?

Come è nato il racconto

All’origine del racconto, ci sono due vecchie pubblicità degli anni Ottanta: una in cui uno yuppy annunciava trionfante “Abbiamo l’esclusiva” e poi distribuiva ai suoi collaboratori adoranti del Glen Grant; un’altra in cui un ragazzino altrettanto antipatico mostrava agli amici le ultime novità informatiche. Io ho immaginato che i due fossero padre e figlio. Alla fine del racconto, Mario Mazzolani va a San Francisco a lavorare per la Ryder Microcomputer (una società immaginaria che avevo creato per un altro racconto). La morale della favola è che la famiglia del narratore, pur se tutt’altro che perfetta, è comunque piu sana di quella Mazzolani, dove il padre ha già contagiato il figlio con il suo culto del successo.

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