L’Africa al secondo piano

Tempo e luogo

Roma, negli anni ’70

Incipit

Oggi, al quiz televisivo, hanno chiesto il nome della capitale del Buruganda e mia moglie si è stupita nel vedermi scoppiare a ridere. Non è stata, beninteso, la risatina che ogni italiano si lascerebbe sfuggire, ascoltando il nome, dalle sonorità bislacche, di quello staterello dell’Africa centrale, ma una risata sonora, che è durata per qualche minuto, prima che riuscissi a ricompormi. Per mia moglie il Buruganda è solo una delle tante nazioni sorte dalle ceneri degli imperi coloniali, una macchiolina sul mappamondo con sopra scritto “BU.” (perché se il suo nome fosse riportato per esteso, coprirebbe altri tre o quattro staterelli confinanti). Per me è un luogo della memoria, su cui regna la figura massiccia dell’ambasciatore Mukono[1]; un pezzo di continente nero, che, dalle lezioni di geografia e dai film di Tarzan, era arrivato proprio sotto i miei piedi della mia famiglia, tra il nostro appartamento e quello del dottor Rossi al secondo piano ; un periodo della mia infanzia, in cui molte cose strane ed esotiche entrarono nella nostra vita, ed un razzo entrò nel nostro salotto. Poi il Buruganda è sparito dalla mia vita, ma da allora, se vedo il suo nome sulla pagina di politica estera del quotidiano (cosa che non accade molto spesso, a dire il vero), non giro la pagina e leggo cos’è successo al mio vecchio condomino.

Quando mio padre lesse, sull’elenco dei possibili acquirenti dell’appartamento al terzo piano del nostro condominio il nome “Repubblica Buruganda”, pensò che si trattasse di una povera donna, magari nata nel periodo del referendum istituzionale, a cui il padre, non contento di trasmettere un cognome pomposo e ridicolo, avesse affibbiato anche un nome a carattere ideologico. Invece, si trattava proprio di una repubblica, ex colonia inglese, dalle dimensioni non più grandi di quelle di una regione italiana. Fino ad allora, come fanno in genere gli staterelli africani troppo poveri per mantenere un vero e proprio servizio diplomatico all’estero, aveva avuto un’ambasciata a Londra, qualcun’altra nei paesi confinanti, e aveva lasciato alla vecchia potenza coloniale l’incarico di gestire i suoi affari nel resto del mondo. Quell’anno, tuttavia, il presidente Syrius Loubamba, aveva deciso che, per motivi di prestigio, il Buruganda doveva avere un’ambasciata in tutte le maggiori capitali del mondo, e a Parigi, Bonn, Mosca, Pechino, Washington e (naturalmente) Roma, un piccolo esercito di parenti, amici, compaesani, ed ex commilitoni del presidente, promossi di colpo diplomatici, ma privi ancora di un’ambasciata ed ospitati provvisoriamente in qualche locale delle legazioni britanniche, leggevano gli annunci economici, alla ricerca di una sede dignitosa ma dal prezzo non eccessivo.


[1] Sul sito http://historyofburuganda.bg  si trova una sua biografia in inglese, da cui ho tratto tutte le notizie non basate sui miei ricordi personali.

Trama

Il governo del Buruganda acquista i locali di uno studio dentistico in un condominio romano per farne la sede della sua ambasciata in Italia e presso il Vaticano. Il padre del narratore, all’epoca ancora un ragazzino, vede la novità con favore, perchè spera ingenuamente di poterla sfruttare per i suoi affari, ma la convivenza con l’ambasciata finisce per creare grossi problemi a tutto il condominio: prima un assedio da parte della polizia italiana, perchè uno dei diplomatici è accusato di truffa, poi la presenza continua di studenti che contestano la dittatura di Loubamba ; addirittura, un gruppo rivoluzionario lancia un missile contro l’ambasciata, colpendo invece l’appartamento dove vive la famiglia del narratore, senza fortunatamente causare vittime. Finalmente, Loubamba viene rovesciato, l’ambasciatore prende la fuga con i fondi dell’ambasciata, ed il nuovo governo burugandese decide di chiudere la sede diplomatica e di venderne i locali; ma il narratore ricorderà sempre il periodo in cui la vita della sua famiglia si è intrecciata con la storia del Buruganda.

Come è nato il racconto

Idi Amin Dada

Idi Amin Dada

Si tratta di una variazione sul racconto precedente, e l’anonimo narratore potrebbe essere lo stesso ragazzino (anche se qui ha, in più, una sorellina). L’episodio dei terroristi che lanciano un razzo, ma sbagliano, è accaduto realmente a Roma negli anni ’80 (anche se riguardava l’ambasciata giordana). Scrissi il racconto nel periodo in cui la figura di Idi Amin Dada, il dittatore dell’Uganda (di cui Loubamba è una caricatura) stava godendo di un revival di interesse, grazie al film L’ultimo di Scozia ed in cui una mia cara amica era impegnata nella stesura della tesi di laurea su un poeta ugandese. Mi concessi anche la civetteria di inserire nel racconto delle citazioni da un sito internet immaginario (per cui non preoccupatevi se non riuscite ad aprire il link in fondo al testo).

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