Il fascino della paranoia

Incipit

Le mie amiche, che m’invidiano la testa ben attaccata sulle spalle ed il sano scetticismo nei confronti degli uomini, ignorano che anch’io, a volte, ho camminato sull’orlo del precipizio e sono stata sul punto di compiere un’azione di cui mi sarei pentita e vergognata tutta la vita.

 Era un pomeriggio di pioggia a catinelle, avevo terminato il mio giro (sono rappresentante di cosmetici) e, piuttosto che farmi quattro chilometri in auto sotto il temporale per arrivare a casa mia, all’altro capo della città, avevo preferito trovare rifugio in un bar. Ma forse non era solo la paura dell’asfalto bagnato. Quando Giove Pluvio scarica la sua ira sugli uomini, si sente più forte il bisogno di compagnia, e, nel mio appartamento da donna libera ed emancipata (o, avrebbe detto mia madre, da zitella) non c’era nessuno ad aspettarmi. Certo, gli anonimi avventori che avevano girato la testa quando ero entrata e poi erano tornati ai discorsi sul campionato erano una compagnia solo simbolica, ma perlomeno la loro presenza mi ricordava che non ero Robinson Crusoe naufragato su un ‘isola deserta.

Avevo fra le mani una rivista femminile, di quelle che in genere io rifiuto di leggere anche dal parrucchiere ed, infatti, non la stavo leggendo. Ero immersa in un calcolo matematico. Poiché, secondo l’ultimo censimento, la città, compreso il circondario, aveva due milioni d’abitanti, dividendo la cifra per due risultavano un milione di maschi disponibili, ma poi, oltre alla divisione, bisognava fare tutta una serie di sottrazioni. Via i vecchi, via i bambini, via gli stranieri, via gli omosessuali, via gli uomini sposati, fidanzati o conviventi: restava la popolazione maschile di un paesino di provincia. Togliamo anche le persone troppo brutte fisicamente, come quel barista dal labbro leporino, gli stronzi, i maniaci sessuali, i falsi romantici e quelli con cui avevo già avuto un’esperienza da dimenticare. Alla fine, il risultato finale si avvicinava pericolosamente allo zero e la  mia vita sentimentale degli ultimi mesi era la prova del nove riguardo all’esattezza dell’equazione. Volli fare una verifica e mi guardai intorno. Come volevasi dimostrare, tutti gli uomini in quel locale erano pensionati o ultracinquantenni.

Adesso, però, voi lettori maschi, non prendetemi per una zitella disperata o una ninfomane con cui si può andare a colpo sicuro, e non preparate le richieste di un appuntamento. Io sono una donna sola che accetta serenamente la sua condizione e ne apprezza i benefici, ma non nei giorni di pioggia.

Trama

“Lo stesso attore recitava la parte di Otello e di Iago”.

Entra nel bar un uomo di bella presenza (Beppe) che abborda la narratrice, dicendole di aver lasciato il tetto coniugale dopo che sua moglie ha avuto un figlio dal proprio principale, il dottor Fornaca. La narratrice crede all’uomo e lo segue nel suo appartamento, ma prima che possa avvenire qualcosa di compromettente, arriva il fratello di Beppe, Gian Maria. Dalla conversazione fra i due fratelli, appare presto evidente che Beppe è un paranoico, che si è immaginato il tradimento della moglie per fuggire le sue responsabilità di padre. Beppe, finalmente, acconsente a vedere la moglie e il bambino, mentre la narratrice si allontana, umiliata per la facilità con cui si è fatta ingannare da un pazzo.

Racconto breve e semplice, vagamente pirandelliano. Lo sforzo maggiore, per me, è stato lasciar trasparire dal comportamento di Beppe gli indizi della sua malattia mentale, ma senza renderli troppo evidenti, per non far fare alla protagonista la figura della stupida.

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Treno regionale Piacenza-Ancona

Lunedì.

Sono sul treno regionale Piacenza-Ancona, che mi riporta a casa dal lavoro tutti i giorni; devo passare dall’ospedale per un trattamento dermatologico e avrei bisogno di arrivare a Forlì in orario. A Faenza, vedo che il treno non si decide a partire, anche se la linea è libera e non ci sono passeggeri in attesa di scendere o di salire. Cos’è successo? Semplicemente, un marocchino senza biglietto e che ha avuto anche l’impudenza di mettersi a fumare è stato beccato dal controllore e, invece di pagare la multa o scendere con le buone, si è messo fare una piazzata. Scene del genere sono comuni sui treni dei pendolari, ma stavolta il clandestino è particolarmente violento, tanto che i passeggeri dello scompartimento preferiscono allontanarsi, per paura di trovarsi in mezzo ad una rissa. Per farlo scendere occorre l’intervento di due agenti di polizia ferroviaria, che lo spingono materialmente fuori dalla carrozza. A ogni passo, il piantagrane lancia urla ed invettive contro gli italiani; richiesto di dare le proprie generalità, risponde “Non ho nome, nè padre, nè madre”; fortunatamente, riusciamo a liberarci dal seccatore senza arrivare alla violenza fisica e ripartiamo, con dieci minuti di ritardo.

Voglio fare una precisazione, prima di essere accusato di razzismo: so benissimo che ci sono anche molti italiani che fanno i furbi e  i portoghesi; e sono certo che la maggior parte degli extracomunitari sale sul treno con un regolare biglietto. Però devo anche dire che scene come queste, con una persona sola che insulta il personale delle ferrovie e tiene bloccato un intero treno per difendere il suo diritto a viaggiare gratis,non le ho mai viste fare  dagli italiani; dagli extracomunitari, invece, più di una volta, anche se non così violente.

Mercoledì

Sono a Bologna e devo rientrare a casa dal lavoro, sempre col regionale Piacenza-Ancona. Il treno è già affollatissimo in circostanze normali; oggi, che è la vigilia del ponte dei Santi, i passeggeri sono forse il doppio del normale, e le conseguenze si vedono. Il treno, che è già arrivato a Bologna con un po’ di ritardo, resta fermo sulla banchina per venti minuti, proprio perchè non si riesce a far salire tutta la gente e, quando finalmente riesce a partire, sembra un convoglio di deportati: a occhio e croce, i passeggeri in ogni vagone sono il doppio dei posti a sedere. Tiriamo comunque un sospiro di sollievo, ma, se speriamo il convoglio possa recuperare un po’ di ritardo facendo una corsa, ci sbagliamo. Il treno, fra rallentamenti e soste fuori programma, impiega venti minuti per fare i dieci chilometri fra Bologna e Ozzano, e quasi ad ogni stazione accumula altro ritardo per far passare gli altri treni. Quando arrivo a Forlimpopoli, il treno ha tre quarti d’ora di ritardo e parecchia gente è ancora in piedi.

Leggo sui giornali l’indignazione dei passeggeri del Freccia Rossa, costretti ad una sosta fuori programma perchè i calciatori della Roma dovevano scendere a Parma per la partita, ma loro, nei quaranta minuti di ritardo che hanno accumulato, hanno perlomeno potuto godere di tutti i confort; noi pendolari, sul treno Piacenza Ancona, facevamo fatica anche a respirare. E tutto questo perchè Trenitalia si ostina a utilizzare il cosiddetto treno dei puffi (chiamato così perchè i suoi sedili sono piccoli e azzurri) dove non c’è spazio per i bagagli e che, soprattutto, ha un numero di carrozze del tutto insufficiente rispetto al numero dei passeggeri, soprattutto alla vigilia di un ponte. A meno che, visto che era il giorno di Halloween, Trenitalia non avesse volutamente deciso di offrire ai suoi utenti un viaggio da film dell’orrore…