I due guerrieri

Incipit

Mille anni fa, certi poeti e certi menestrelli sostenevano che il miglior guerriero d’Europa era il duca Roberto di Digione, che mai aveva voltato le spalle al nemico o rifiutato un combattimento e che, anche quando si era trovato di fronte ad un esercito doppio del suo, era sempre riuscito a sconfiggerlo col coraggio della disperazione. Altri poeti ed altri menestrelli sostenevano che il miglior guerriero d’Europa era il barone Filippo di Lussemburgo, che evitava la battaglia il più possibile ma, quando doveva farla, la faceva bene e che, anche quando si era trovato di fronte un esercito doppio del suo, era sempre riuscito a sconfiggerlo con le sue astuzie di stratega. I sostenitori del primo dicevano: – Roberto è stato generoso in tutto. Generoso nel versare il suo sangue: ha il corpo pieno di cicatrici. Generoso coi suoi uomini: lasciava a loro il bottino e per se teneva solo la gloria. Generoso con i nemici: mai ha preteso un riscatto per lasciare libero un avversario di cui aveva ammirato il valore. – I sostenitori del secondo rispondevano: – Filippo non si faceva infilzare solo per mostrare quant’era bravo, è vero, però nemmeno si è mai comportato da vigliacco. Non dava ai suoi uomini più di quanto stabilito, è vero, ma neanche li faceva morire inutilmente. Ha sempre preso ai nemici catturati più soldi che poteva, è vero, però non ha mai portato via un’oca ad un contadino senza pagarla. – L’uno e l’altro dei due partiti attendevano il momento in cui Roberto e Filippo si sarebbero trovati di fronte, e uno dei due avrebbe dimostrato la sua superiorità sull’altro. Ma, per una serie di strane circostanze, quel momento non venne mai e i due guerrieri posero le loro spade al chiodo senza averle mai incrociate.

 Roberto di Digione divenne una leggenda sul campo di battaglia di Martinet, quand’era ancora un alfiere di vent’anni e da pochi mesi portava la spada di cavaliere. Quel giorno,  mentre Roberto stava cavalcando con la bandiera in mano, all’avanguardia dell’esercito di Borgogna che caricava le truppe del re di Provenza, sentì un urlo alle sue spalle. Si girò e vide che il suo maestro e comandante, il principe di Drone, giaceva a terra, stecchito, col collo trafitto da una freccia, mentre il suo cavallo, con la sella vuota, continuava ad avanzare verso i nemici. Ma non era questo il peggio. Roberto vide che l’esercito borgognone, spaventato dalla morte del suo condottiero, cominciava a sbandarsi. Allora, più perché mosso dal demone della guerra che per una decisione cosciente, fece il gesto che cambiò la sua vita. Gridò : – Che fate, fessi? Lui è morto ma i suoi ordini valgono sempre. – Poi, dopo aver agitato vistosamente lo stendardo, in modo da richiamare l’attenzione, disse : – Andiamo all’attacco. Badate solo di non calpestare il suo corpo. – e ricominciò a caricare. Era un semplice alfiere e non aveva nessun’autorità per dare ordini, ma riuscì a trascinare dietro di sé, col suo esempio, prima i cavalieri che gli stavano vicini e poi tutto l’esercito. I poeti hanno cantato come uccise di sua mano il condottiero avversario e come non smise di combattere, finché non ebbe messo in fuga i provenzali ; come piantò la sua spada rossa di sangue sul campo di battaglia prima di crollare a terra, sfinito dalla stanchezza e dalle ferite e come il re di Borgogna, il giorno stesso dei solenni funerali del principe, lo nominò comandante in seconda dell’esercito ; ma hanno taciuto un episodio insignificante che accadde una settimana dopo.

Riassunto

Pochi giorni dopo la battaglia, Roberto incontra un ragazzo, offeso perchè i soldati borgognoni hanno calpestato i campi di suo zio abate; la discussione fra i due per poco non sfocia in un duello, ma Roberto, nonostante il suo carattere impetuoso, ha il buon senso di fermarsi dopo aver tirato fuori la spada. Negli anni successivi, Roberto diventa il guerriero più famoso d’Europa, ma, al ritorno da viaggio in Terrasanta, alla ricerca di avventure, egli scopre che la sua fama è stata quasi eclissata da quella di Filippo di Lussemburgo, un guerriero che preferisce combattere con l’astuzia che con il valore. Roberto vorrebbe affrontarlo in battaglia, per capire chi di loro due sia il soldato migliore. Potrebbe averne l’occasione quando scoppia la guerra tra Francia e Borgogna, ma un destino beffardo impedisce sempro lo scontro decisivo: una prima volta Roberto, mentre attraversa una palude per assumere il comando del suo esercito, si ammala di malaria e mentre lui giace incosciente nel letto di un monastero i borgognoni sono sconfitti; una seconda volta Roberto riesce a sconfiggere i francesi, ma non Filippo, che era stato destituito dal re e gettato in prigione il giorno prima della battaglia. Roberto ottiene la grazia per il suo rivale, sperando di poterlo un giorno incontrare sul campo di battaglia, ma Filippo, ormai soddisfatto delle ricchezze accumulate con la sua spada, si ritira nelle sue terre. Ormai vecchio, Roberto riceve la visita di Filippo ed i due scoprono che in realtà si erano già incontrati : era Filippo il ragazzino che, tanti anni prima, aveva sfidato Roberto.

Commento

Duguesclin

Bertrand Dugulescin

Anche se non è un racconto di fantasy in senso stretto, I due guerrieri è ambientato in quel Medioevo senza troppi legami col Medioevo storico tipico del genere. Se vogliamo, è la versione medievale de I duellanti : da una parte, un guerriero coraggioso e incosciente che ama la guerra per se stessa; dall’altra, un capitano di ventura, pacato e razionale, che applica le tattiche di Sun Tzu, senza averlo letto, e fa la guerra per mestiere, non privo però di un suo codice d’onore. Se vogliamo, è un racconto con una morale pacifista: meglio, al limite, fare la guerra  per interesse piuttosto che una cosa vana ed astratta come la gloria. Certi tratti di Filippo di Lussemburgo (come la sua bruttezza, che cerca di nascondere con la barba ispida) mi sono stati ispirati da un documentario televisivo su Bertrand du Gulescin.

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