Vecchie fotografie

Incipit

Nella foto ricordo della classe V C dell’Istituto Tecnico Commerciale “Leonardo Pacioli” di …, scattata l’ultimo giorno di scuola prima dell’esame di maturità, tutti sono sorridenti, meno uno: un ragazzo magro, che per l’occasione ha indossato la giacca per la prima volta, dall’espressione seria e concentrata, come se stesse radunando le forze in vista dell’ingresso nell’età adulta. Al suo fianco, c’è un ragazzo in maglietta, di nome Marcello, dal fisico atletico e dal sorriso a trentadue denti, tipico di chi si è sempre sentito a suo agio nel mondo e pensa che il meglio deve ancora venire. Il ragazzo magro si chiama Edoardo, è stato uno dei pochi alunni della sua classe a laurearsi (in economia e commercio) ed attualmente è un dirigente della Banca di Credito Commerciale Padano. Il ragazzo allegro si chiama Marcello, ha tentato, senza eccessivo successo, la carriera di calciatore ed attualmente è il proprietario di un negozio di alimentari. C’è un particolare da aggiungere, e che dall’immagine non traspare. Cinque minuti prima che la foto venisse scattata, Edoardo si era accorto che qualcuno aveva attaccato un pesce di carta, con sopra una scritta irriferibile, alla sua bella giacca da adulto.

Eric Cantona, un altro ex calciatore che non ama le banche

Eric Cantona, un altro ex calciatore che non ama le banche

Il poster di Marcello con la maglia della squadra provinciale in cui aveva militato, per due campionati, stava appesa sopra il bancone del suo negozio, come il ritratto di un sottufficiale di complemento in alta uniforme occupa il posto d’onore nel salotto del suo proprietario, che dopo la fine del servizio di leva non ha avuto più nulla a che fare con l’esercito. I clienti abituali del negozietto non facevano più caso all’immagine; quelli occasionali, qualche volta, chiedevano a Marcello “Ma quel calciatore là, è suo figlio?”, con grande disappunto della ex mezz’ala sinistra dell’Emiliana Calcio. Marcello non aveva ancora quarant’anni, ma la pinguedine dell’atleta a riposo lo faceva sembrare più vecchio. Obiettivamente, Marcello non avrebbe dovuto sentirsi un fallito: dai due anni passati a correre sull’erba aveva ricavato abbastanza per mettere su famiglia e comprarsi un negozio che gli consentiva di vivere abbastanza agiatamente. Eppure, a volte, quando, la sera, era intento a fare dei conti che non volevano tornare, aveva l’impressione che il se stesso di vent’anni prima lo guardasse severamente e gli dicesse: “Guarda come ti sei ridotto, tu che volevi diventare titolare nel Milan”. Al che, il Marcello quarantenne avrebbe potuto rispondergli: “E tu, visto che eri così fissato col calcio, non potevi provare ad arrivare più in alto della serie D?”.

Riassunto

Marcello, nonostante i consigli di prudenza della moglie, decide di chiedere alla Banca di Credito Commerciale Padano un prestito per allargare l’attività, contando di sfruttare la sua “vecchia amicizia” con Edoardo. In realtà, negli anni dell’adolescenza, Edoardo era stato vittima dei feroci scherzi di Marcello e non ha mai perdonato il suo persecutore, per cui l’incontro fra i due vecchi compagni di scuola è glaciale. Edoardo respinge la tentazione di approfittare della situazione per vendicarsi e umiliare il suo vecchio nemico, ma non si sente neppure obbligato a concedergli le condizioni di favore per il prestito. L’incurabile Marcello decide allora di chiedere aiuto al figlio del presidente della sua vecchia squadra…

Commento

All’origine di questo racconto, ci sono due considerazioni. 1) Quasi tutti i ragazzi sognano di fare i calciatori, perché così diventeranno ricchi e famosi, senza pensare che, per ogni calciatore di serie A con un contratto milionario, che ne sono decine che militano nelle categorie inferiori e si limitano a guadagnarsi da vivere. 2) Le prese in giro al compagno di scuola timido, secchione o considerato poco virile, per chi li fa sono scherzi innocui; per chi li subisce sono ferite che possono continuare a far male a distanza di decenni. Non ho voluto però uscire dai confini del racconto ironico, e per questo ho fatto di Marcello non un patetico ex-campione passato dalle stelle alle stalle, ma un atleta che ha avuto una sua onesta carriera, e che potrebbe avere un’esistenza serena, se i suoi vecchi sogni di gloria non lo spingessero a comportamenti da megalomane. Devo anche precisare che il racconto è stato scritto prima della grande crisi economica, quando vedersi rifiutare un prestito da una banca non era ancora necessariamente una tragedia.

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Il fascino dei capelli biondi

 Cornice

Tre mesi dopo l’ingresso di Carlo nel mondo del lavoro, al pub Dublino si tenne una cerimonia più allegra, per festeggiare l’arrivo di un nuovo membro alla redazione de Il normanno. Da allora in poi, il posto di Olaf lo scaldo sarebbe stato occupato da Sigurlina Milandottir (al secolo, Samantha Milanesi, terzo anno del corso di Lingue e letterature straniere, specializzazione in filologia germanica), caldamente raccomandata da Gregorio.

Sven aveva fatto qualche obiezione nei confronti della nuova recluta dicendo: – Le saghe fanno i nomi di regine, guerriere, navigatrici e sacerdotesse, ma non ricordano neppure una donna scalda. – In realtà, anche al danese faceva piacere che la rivistina avesse un nuovo collaboratore, dal momento che ormai non si poteva più contare su Carlo, ormai del tutto assorbito da un nuovo lavoro che si era rivelato molto più impegnativo del previsto.

Quella sera, l’ingresso di Samantha nel circolo degli appassionati di cultura vichinga sarebbe stato sanzionato da una cerimonia goliardica, e la ragazza avrebbe dovuto ricevere in capo l’elmo cornuto che, fino a tre mesi prima, aveva coperto la cervice di Carlo.  L’officiante del rito era un Gregorio insolitamente compassato che, tenendo fra le mani il cimiero di cartapesta, chiedeva alla ragazza: – Samantha Milanesi, vuoi tu entrare nel nostro circolo, col nome di Sigurlina Milandottir?

– Sì, lo voglio – rispose una Samantha altrettanto compunta, inginocchiata sopra un cuscino; per l’occasione, l’aspirante scalda si era fatta prestare dalla madre un elegante abito nero da donna in carriera che, sotto le luci soffuse del pub, poteva sembrare anche una tunica medievale.

– Sigurlina, – riprese Gregorio – tu conosci le responsabilità che stai per assumerti? Sei pronta a rinunciare ad una serata in discoteca per correggere le bozze del nostro giornale, ad un CD di Robbie Williams per contribuire alle spese? – Fra gli spettatori della cerimonia scoppiò una risata, ma Gregorio continuò a restare impassibile e serioso, quasi non fosse stato lui a scatenare tanta ilarità.

– Sono pronta, – rispose Samantha.

Samantha legge una sua poesia, Mari del Nord, (parodia di Mari del Sud di Pavese), storia di un normanno che per tutta la vita sogna di visitare Vinland, senza nemmeno sapere se quella terra esista realmente; dopo cinque secoli, saranno i suoi discendenti a realizzare il suo sogno ed a stabilirsi in America. È poi il turno di Gregorio, che legge un suo racconto.

Incipit

Correva l’anno 900 e rotti.

La data esatta s’ignora e non conta

Perché ogni anno del secolo di ferro

Era composto da uguale materia:

Quattro stagioni, una Pasqua, un Natale,

Guerre feudali e razzie di pirati.

 Anche il luogo esatto in cui si svolge la nostra storia è imprecisato: potrebbe essere una qualunque delle regioni, dalla Provenza alla Toscana, che avevano la sfortuna di affacciarsi sul Mediterraneo occidentale, e di essere così esposte alle razzie dei pirati barbareschi. A quei tempi, nessuno stato europeo aveva una flotta degna di questo nome, e i pirati venuti dall’Africa potevano navigare e predare sui nostri mari con la stessa tranquillità con cui oggi noi ci imbarchiamo sul traghetto per Olbia. Il capitano Mustafà partiva da Algeri, attraversava il mare fino ad arrivare sulle coste cristiane e là riempiva la sua nave con tutto quello che riusciva ad arraffare, soprattutto prigionieri. La maggior parte di questi, una volta attraversato il mare, non rivedeva più la propria patria, e solo ad alcuni i famigliari o la Chiesa riuscivano a pagare il biglietto di ritorno sotto forma di un consistente riscatto.

Di introduzione storica, ne abbiamo già fatta abbastanza. Adesso, entriamo nel vivo dell’azione.

Immaginatevi un’osteria di mille anni fa; non un locale con pretese di lusso, come quello in cui ci troviamo adesso, ma una bettola di villaggio, che offre ai viaggiatori un pasto ed un letto pieno di pulci, senza extra. L’arredamento della sala da pranzo era ridotto all’essenziale: tavoli e panche. Nonostante il servizio fosse molto inferiore agli standard della guida Michelin, quando nei dintorni del villaggio c’era una fiera, o passava una comitiva di pellegrini, nell’osteria c’era ugualmente il “tutto esaurito”; ma, in quel momento, nel salone da pranzo sedevano soltanto tre clienti, due da una parte ed uno dall’altra.

I due che mangiavano assieme erano un monaco ed una donna. Il religioso era sulla trentina; per i nostri standard, sarebbe poco più di un ragazzo ma nel decimo secolo si poteva considerarlo un uomo maturo e parecchi vescovi erano ancora più giovani di lui. In ogni caso, l’espressione solenne ed austera del suo volto, da uomo che molto ha studiato e meditato sui libri del convento e sul gran libro del mondo, faceva le veci delle rughe e dei capelli bianchi nel dargli un’aria di naturale autorità.

Riassunto

Un cavaliere, una fanciulla, un frate, ma la storia è un po' diversa da quella di Giulietta e Romeo

Un cavaliere, una fanciulla, un frate, ma la storia è un po’ diversa da quella di Giulietta e Romeo

In un’osteria, si incontrano un guerriero, il famoso Cavaliere dei tre leoni, un monaco appena tornato dalle terre degli infedeli, fra Ughettone di Poggibonsi, e una giovane nobildonna, Sibilla di Conversano, che è stata rapita da bambina dai Saraceni e che il religioso ha appena riscattato. Il cavaliere acconsente a fare da scorta agli altri due nel loro viaggio verso Conversano, dove Sibilla dovrà prendere possesso del suo titolo. Lungo il percorso, il cavaliere deve liberare un villaggio da  un brigante e non si mostra all’altezza della sua fama, anche se alla fine riesce ad avere la meglio con l’aiuto dei contadini; ma anche il frate spesso si comporta in modo sospetto. A Conversano, Sibilla viene sottoposta ad esame dalla contessa Costanza, che vuole essere certa dell’identità della presunta nipote; la fanciulla sembra superare brillantemente la prova, ma poi viene tradita da un piccolo particolare: i suoi capelli sono biondi e non neri come quelli di Sibilla. La ragazza confessa la verità: lei si chiama  in realtà Margherita ed era stata compagnia di prigionia della vera Sibilla presso i Saraceni, prima di essere riscattata dal vero fra Ughettone. Quando questi era morto, il suo scrivano, Baldovino, ne aveva assunto l’identità ed aveva convinto Margherita ad impersonare Sibilla per assumerne il titolo nobiliare. La contessa perdona Margherita, purché essa la aiuti a ritrovare la nipote perduta, ed anche Baldovino se la cava con un po’ di frustate. Il giorno dopo, arriva a Conversano un misterioso guerriero che vuole battersi col Cavaliere dei Tre Leoni. Si scopre così che anche questi era un impostore, un fante di nome Stefano a cui il cavaliere, ferito gravemente, aveva affidato il suo scudo e che aveva assunto l’identità dell’eroe, più perché trascinato dalle circostanze che per un inganno deliberato. Adesso il vero Cavaliere, pur non essendo del tutto ristabilito, vorrebbe vendicarsi di chi ha usurpato il suo nome, ma anche Stefano riesce a cavarsela, grazie alla sua unica abilità di combattente: quella nella fuga. Il pubblico del circolo mostrerà di preferire la ballata romantica di Samantha allo scettico racconto di Gregorio.

Commento

Ultimo racconto della serie del club vichingo, è anche, fra i miei racconti medievali, quello più allegro e parodistico, e per questo l’ho fatto raccontare da Gregorio, che nel racconto precedente  faceva da contraltare alle malinconie di Carlo ed al romanticismo di Sven. Anche qui c’è una struttura a scatole cinesi. Nel racconto cornice sono inseriti sia la poesia che il racconto vero e proprio, e quest’ultimo, a sua volta, ne contiene altri tre : quello (menzognero) fatto da fra Ughettone per chiedere la protezione del cavaliere, quello in cui Margherita narra come sono andate realmente le cose e quello dove il Cavaliere dei tre leoni spiega come Stefano abbia rubato la sua identità.

Il funerale vichingo

Cornice

Sulla porta del pub Dublino, alla periferia di Milano, quella sera, era appeso un foglietto stampato al computer e decorato manualmente, con disegnini rappresentanti elmi cornuti, asce, drakar con teste di dragone ed elaborati ghirigori. Un vistoso titolo in caratteri perfettamente leggibili ma riecheggianti la scrittura runica annunziava: Oggi, quattro ore dopo il tramonto, funerale di Olaf il vichingo. Se qualcuno si fosse chiesto come mai l’ultimo rappresentante di una razza estintasi ormai da dieci secoli avesse scelto per l’ultimo viaggio le scarse acque dei navigli, e non quelle di un fiordo norvegese, un testo scritto  in alfabeto latino spiegava l’allegoria: Carlo Innocenti, dopo due anni di libera disoccupazione e di gioioso lavoro non pagato per la rivista Il normanno, sotto lo pseudonimo di Olaf lo scaldo, entra nei ranghi della ditta Spontex, in qualità di schiavo scrivano. I suoi amici piangono la dipartita del loro vecchio compagno per un Wahalla dove trascorrerà un’eternità di tempo impegnato in perpetui duelli contro il cartellino, la busta paga ed il capoufficio.

Il pub, ormai, era vuoto, la maggior parte degli invitati se n’era andata e solo tre persone erano rimaste al tavolo, continuando a scherzare e ad alzare il gomito, nonostante avessero bevuto birra per tutta la serata. Ma né le facezie né i bicchieri levati riuscivano a tenere lontana la malinconia, l’ospite importuna che sempre si fa viva alla fine di una festa, quando la maggior parte degli invitati è già tornata a casa e chi è rimasto cerca disperatamente di tenere viva l’allegria di due ore prima. A lei si era già arreso colui che in teoria era il festeggiato, Carlo Innocenti, e che adesso contemplava malinconicamente l’elmo cornuto che aveva tenuto in testa per tutta la serata e che adesso aveva posato sul tavolo.

Naturalmente, i vichinghi di questo racconto non hanno nulla a che fare con quelli reali.

Naturalmente, i vichinghi di questo racconto assomigliano più a quelli di Asterix che a quelli reali.

Due anni prima si era laureato in lingue, con una tesi di letteratura norvegese. Dopo di allora, in apparenza, si era dedicato con tutto se stesso alla ricerca di una sistemazione. Aveva dato una ventina di concorsi, sostenuto decine di colloqui, stipulato quatto o cinque contratti d’impiego a tempo determinato, mai lunghi più di un mese, e sempre si era preparato agli esami od aveva svolto il lavoro col massimo scrupolo ed impegno. Eppure, ad ogni concorso fallito, ad ogni colloquio inutile, ad ogni contratto scaduto e non rinnovato, ad ogni possibilità d’assunzione svanita nella nebbia, Carlo aveva provato almeno tanto sollievo quanta delusione.

Si immagina che la storia sia raccontata in circolo di giovani appassionati di cultura vichinga. A Carlo, che, col suo primo lavoro, sta per entrare nel mondo degli adulti, Sven, un giovane svedese, racconta una leggenda ,ambientata nella Normandia dell’anno 1000 e scritta “da un anonimo del ventesimo secolo”.

Incipit

Il monaco che, nella pace della sua abbazia normanna, teneva la cronaca degli avvenimenti della sua terra, cinquant’anni prima aveva annotato: A. D. 949. Muore il barone Aroldo il danese, signore della terra d’Isigny. Gli succede il figlio Martino, marito di Matilde. Ora, un altro monaco, che nella stessa abbazia ne continuava l’opera, (non importa il nome, perché la sua calligrafia e il suo stile letterario erano identici a quelli del suo predecessore, e si sarebbe potuto pensare che fosse l’abbazia la vera autrice del libro), avrebbe scritto, fra l’apparizione di un angelo e l’esecuzione di un ribelle: A. D. 999. Muore il barone Martino d’Isigny, signore pio e virtuoso, ed è sepolto accanto alla sua diletta moglie Matilde, spirata sei mesi prima. Gli succede il figlio Guglielmo. Tutta una vita sarebbe stata riassunta con due frasette in cattivo latino e nessun’altra traccia sarebbe rimasta della vita di Martino d’Isigny. I suoi sudditi si sarebbero dispiaciuti della sua fine, perché era un signore umano ed onesto, che rispettava i patti feudali, e, per ingrandire i suoi possedimenti, non conduceva i suoi villici a morire per una faida con il signore vicino ma li portava a tagliare un bosco o a dissodare una palude. Se fosse stato un santo, avrebbe continuato a vivere sull’altare di una chiesa; se un eroe, in una chanson de geste; se un grande peccatore, in una fiaba popolare; ma poiché era stato soltanto un Martino d’Isigny, la sua memoria sarebbe durata nel suo feudo per una generazione, nella sua famiglia per due, ed alla terza sarebbe stato dimenticato, come vengono dimenticati coloro che non hanno potuto fare né tutto il bene né tutto il male di cui erano capaci.

Il corteo funebre lasciò il castello da cui Martino aveva governato il suo piccolo mondo, come signore benevolo, per cinquant’anni. Qualcuno dei vecchi del villaggio si ricordava il funerale di Aroldo, il signore precedente, che era stato portato sulle robuste spalle di una schiera di guerrieri dalle barbe incolte, fino ad una radura nel bosco, dove era stato sepolto; i due monaci che dovevano celebrare il rito precedevano la bara ed apparivano quasi impauriti da quegli individui, nati sotto un cielo pagano,  venuti in Normandia per saccheggiare e che, anche adesso che erano stati battezzati da anni, continuavano a venerare nel loro cuori quegli dei coi nomi impronunziabili. Adesso le cose erano cambiate: il bosco era stato raso al suolo per un terzo, il corpo di Aroldo era stato dissepolto e portato nella chiesa romanica che il figlio aveva costruito dove, cinquant’anni prima, c’era soltanto una piccola cappella. La bara con dentro il corpo di Martino, adesso, venne accompagnata all’ultima dimora da un corteo di monaci e di devoti che recitavano piamente i salmi, senza distinzione tra i figli dei Galli ed i figli dei Vichinghi. Ma il cuore degli uomini è più tenace ai cambiamenti che non il paesaggio, e ad Isigny c’era ancora chi rimpiangeva gli usi del tempo delle scorrerie.

Riassunto

Durante il funerale del signore di Isigny, Bjork (nessuna parentela con la cantante), l’ultima pagana del villaggio, mezza levatrice e mezza strega, interrompe il funerale per pronunciare degli oscuri discorsi e poi spezza un misterioso oggetto: un tetraedro di vetro. Il parroco del villaggio si reca  dalla donna per avere spiegazioni e la donna gli racconta una storia. Tanti anni prima Martino, appena divenuto duca dopo la morte di suo padre, si era recato dallo stregone Tjork, padre di Bjork, e gli aveva spiegato il suo tormento. Suo padre lo aveva primo fatto allevare come un soldato, poi l’aveva fatto studiare in un monastero, e quindi lo aveva mandato a Parigi, a conoscere la vita mondana, e Martino aveva sentito via via nascere dentro di sé le vocazioni contrastanti del guerriero, del monaco e del gaudente; ma adesso, dopo la morte del padre, avrebbe dovuto rinunciare alle sue aspirazioni e condurre un’oscura esistenza amministrando il proprio piccolo feudo. Tjork, utilizzando il misterioso strumento di cristallo, in grado di separare i colori contenuti in un raggio di luce, aveva allora diviso il  barone in quattro diverse personalità: una sarebbe rimasta a Isigny, a fare il feudatario e avrebbe seguito le vicende dei suoi alter ego attraverso delle lettere portate dai piccioni viaggiatori; un’altra (il cavaliere del drago) avrebbe ottenuto la gloria combattendo in Spagna contro i Saraceni; un’altra ancora avrebbe fatto l’eremita sui monti intorno a Roma; l’ultima si sarebbe spinta fino a Costantinopoli, per condurvi l’esistenza del gaudente. Passano gli anni, Tjork muore e il barone si sposa con Matilde. Bjork, incaricata di fornire le istruzioni prematrimoniali alla sposa novella, capisce che neanche Matilde è entusiasta all’idea di doversi seppellire nell’esistenza di moglie e madre e decide di sottoporre anche lei all’incantesimo del cristallo: così anche Matilde avrà tre alter ego (una guerriera, una suora ed una cortigiana) che finiranno poi per dividere l’esistenza con quelli di Martino. Alla fine, si vedrà che, dei quattro Martino, quello che ha speso meglio la propria esistenza è proprio la personalità ufficiale, quella che ha dedicato l’esistenza ai piccoli doveri del feudatario, mentre gli altri tre, nella loro vita, hanno raccolto soprattutto delusioni. Sven spiega a Carlo cosa sia in realtà il gioiello di vetro: non è altro che il simbolo della letteratura, che consente all’uomo di godere nella fantasia di quell’esistenza che non può vivere nella realtà. Segue poi una parodia di funerale vichingo, che è in realtà il funerale di una parte della vita di Carlo: quella della gioventù senza responsabilità.

Commento

Sono sempre stato affascinato dai vichinghi, fin da quando scoprii, sull’Enciclopedia Disney, che erano stati loro i veri scopritori dell’America, e per questo concepii una sorta di Decameron in cui un gruppo di giovani appassionati di cultura normanna si raccontavano storie ambientate in un medioevo di fantasia, ma legate in qualche modo alla vita dei narratori. Il progetto, troppo ambizioso, si è fermato al secondo racconto.  Questo, come molti altri miei racconti, ha una struttura a scatola cinese, non per proposito deliberato ma perché mi è venuto spontaneamente così: nella storia raccontata da Sven a Carlo si inserisce il racconto di Bjork al prete che a sua volta contiene la narrazione che il giovane barone fa a Tjork della propria educazione sentimentale