Il funerale vichingo

Cornice

Sulla porta del pub Dublino, alla periferia di Milano, quella sera, era appeso un foglietto stampato al computer e decorato manualmente, con disegnini rappresentanti elmi cornuti, asce, drakar con teste di dragone ed elaborati ghirigori. Un vistoso titolo in caratteri perfettamente leggibili ma riecheggianti la scrittura runica annunziava: Oggi, quattro ore dopo il tramonto, funerale di Olaf il vichingo. Se qualcuno si fosse chiesto come mai l’ultimo rappresentante di una razza estintasi ormai da dieci secoli avesse scelto per l’ultimo viaggio le scarse acque dei navigli, e non quelle di un fiordo norvegese, un testo scritto  in alfabeto latino spiegava l’allegoria: Carlo Innocenti, dopo due anni di libera disoccupazione e di gioioso lavoro non pagato per la rivista Il normanno, sotto lo pseudonimo di Olaf lo scaldo, entra nei ranghi della ditta Spontex, in qualità di schiavo scrivano. I suoi amici piangono la dipartita del loro vecchio compagno per un Wahalla dove trascorrerà un’eternità di tempo impegnato in perpetui duelli contro il cartellino, la busta paga ed il capoufficio.

Il pub, ormai, era vuoto, la maggior parte degli invitati se n’era andata e solo tre persone erano rimaste al tavolo, continuando a scherzare e ad alzare il gomito, nonostante avessero bevuto birra per tutta la serata. Ma né le facezie né i bicchieri levati riuscivano a tenere lontana la malinconia, l’ospite importuna che sempre si fa viva alla fine di una festa, quando la maggior parte degli invitati è già tornata a casa e chi è rimasto cerca disperatamente di tenere viva l’allegria di due ore prima. A lei si era già arreso colui che in teoria era il festeggiato, Carlo Innocenti, e che adesso contemplava malinconicamente l’elmo cornuto che aveva tenuto in testa per tutta la serata e che adesso aveva posato sul tavolo.

Naturalmente, i vichinghi di questo racconto non hanno nulla a che fare con quelli reali.

Naturalmente, i vichinghi di questo racconto assomigliano più a quelli di Asterix che a quelli reali.

Due anni prima si era laureato in lingue, con una tesi di letteratura norvegese. Dopo di allora, in apparenza, si era dedicato con tutto se stesso alla ricerca di una sistemazione. Aveva dato una ventina di concorsi, sostenuto decine di colloqui, stipulato quatto o cinque contratti d’impiego a tempo determinato, mai lunghi più di un mese, e sempre si era preparato agli esami od aveva svolto il lavoro col massimo scrupolo ed impegno. Eppure, ad ogni concorso fallito, ad ogni colloquio inutile, ad ogni contratto scaduto e non rinnovato, ad ogni possibilità d’assunzione svanita nella nebbia, Carlo aveva provato almeno tanto sollievo quanta delusione.

Si immagina che la storia sia raccontata in circolo di giovani appassionati di cultura vichinga. A Carlo, che, col suo primo lavoro, sta per entrare nel mondo degli adulti, Sven, un giovane svedese, racconta una leggenda ,ambientata nella Normandia dell’anno 1000 e scritta “da un anonimo del ventesimo secolo”.

Incipit

Il monaco che, nella pace della sua abbazia normanna, teneva la cronaca degli avvenimenti della sua terra, cinquant’anni prima aveva annotato: A. D. 949. Muore il barone Aroldo il danese, signore della terra d’Isigny. Gli succede il figlio Martino, marito di Matilde. Ora, un altro monaco, che nella stessa abbazia ne continuava l’opera, (non importa il nome, perché la sua calligrafia e il suo stile letterario erano identici a quelli del suo predecessore, e si sarebbe potuto pensare che fosse l’abbazia la vera autrice del libro), avrebbe scritto, fra l’apparizione di un angelo e l’esecuzione di un ribelle: A. D. 999. Muore il barone Martino d’Isigny, signore pio e virtuoso, ed è sepolto accanto alla sua diletta moglie Matilde, spirata sei mesi prima. Gli succede il figlio Guglielmo. Tutta una vita sarebbe stata riassunta con due frasette in cattivo latino e nessun’altra traccia sarebbe rimasta della vita di Martino d’Isigny. I suoi sudditi si sarebbero dispiaciuti della sua fine, perché era un signore umano ed onesto, che rispettava i patti feudali, e, per ingrandire i suoi possedimenti, non conduceva i suoi villici a morire per una faida con il signore vicino ma li portava a tagliare un bosco o a dissodare una palude. Se fosse stato un santo, avrebbe continuato a vivere sull’altare di una chiesa; se un eroe, in una chanson de geste; se un grande peccatore, in una fiaba popolare; ma poiché era stato soltanto un Martino d’Isigny, la sua memoria sarebbe durata nel suo feudo per una generazione, nella sua famiglia per due, ed alla terza sarebbe stato dimenticato, come vengono dimenticati coloro che non hanno potuto fare né tutto il bene né tutto il male di cui erano capaci.

Il corteo funebre lasciò il castello da cui Martino aveva governato il suo piccolo mondo, come signore benevolo, per cinquant’anni. Qualcuno dei vecchi del villaggio si ricordava il funerale di Aroldo, il signore precedente, che era stato portato sulle robuste spalle di una schiera di guerrieri dalle barbe incolte, fino ad una radura nel bosco, dove era stato sepolto; i due monaci che dovevano celebrare il rito precedevano la bara ed apparivano quasi impauriti da quegli individui, nati sotto un cielo pagano,  venuti in Normandia per saccheggiare e che, anche adesso che erano stati battezzati da anni, continuavano a venerare nel loro cuori quegli dei coi nomi impronunziabili. Adesso le cose erano cambiate: il bosco era stato raso al suolo per un terzo, il corpo di Aroldo era stato dissepolto e portato nella chiesa romanica che il figlio aveva costruito dove, cinquant’anni prima, c’era soltanto una piccola cappella. La bara con dentro il corpo di Martino, adesso, venne accompagnata all’ultima dimora da un corteo di monaci e di devoti che recitavano piamente i salmi, senza distinzione tra i figli dei Galli ed i figli dei Vichinghi. Ma il cuore degli uomini è più tenace ai cambiamenti che non il paesaggio, e ad Isigny c’era ancora chi rimpiangeva gli usi del tempo delle scorrerie.

Riassunto

Durante il funerale del signore di Isigny, Bjork (nessuna parentela con la cantante), l’ultima pagana del villaggio, mezza levatrice e mezza strega, interrompe il funerale per pronunciare degli oscuri discorsi e poi spezza un misterioso oggetto: un tetraedro di vetro. Il parroco del villaggio si reca  dalla donna per avere spiegazioni e la donna gli racconta una storia. Tanti anni prima Martino, appena divenuto duca dopo la morte di suo padre, si era recato dallo stregone Tjork, padre di Bjork, e gli aveva spiegato il suo tormento. Suo padre lo aveva primo fatto allevare come un soldato, poi l’aveva fatto studiare in un monastero, e quindi lo aveva mandato a Parigi, a conoscere la vita mondana, e Martino aveva sentito via via nascere dentro di sé le vocazioni contrastanti del guerriero, del monaco e del gaudente; ma adesso, dopo la morte del padre, avrebbe dovuto rinunciare alle sue aspirazioni e condurre un’oscura esistenza amministrando il proprio piccolo feudo. Tjork, utilizzando il misterioso strumento di cristallo, in grado di separare i colori contenuti in un raggio di luce, aveva allora diviso il  barone in quattro diverse personalità: una sarebbe rimasta a Isigny, a fare il feudatario e avrebbe seguito le vicende dei suoi alter ego attraverso delle lettere portate dai piccioni viaggiatori; un’altra (il cavaliere del drago) avrebbe ottenuto la gloria combattendo in Spagna contro i Saraceni; un’altra ancora avrebbe fatto l’eremita sui monti intorno a Roma; l’ultima si sarebbe spinta fino a Costantinopoli, per condurvi l’esistenza del gaudente. Passano gli anni, Tjork muore e il barone si sposa con Matilde. Bjork, incaricata di fornire le istruzioni prematrimoniali alla sposa novella, capisce che neanche Matilde è entusiasta all’idea di doversi seppellire nell’esistenza di moglie e madre e decide di sottoporre anche lei all’incantesimo del cristallo: così anche Matilde avrà tre alter ego (una guerriera, una suora ed una cortigiana) che finiranno poi per dividere l’esistenza con quelli di Martino. Alla fine, si vedrà che, dei quattro Martino, quello che ha speso meglio la propria esistenza è proprio la personalità ufficiale, quella che ha dedicato l’esistenza ai piccoli doveri del feudatario, mentre gli altri tre, nella loro vita, hanno raccolto soprattutto delusioni. Sven spiega a Carlo cosa sia in realtà il gioiello di vetro: non è altro che il simbolo della letteratura, che consente all’uomo di godere nella fantasia di quell’esistenza che non può vivere nella realtà. Segue poi una parodia di funerale vichingo, che è in realtà il funerale di una parte della vita di Carlo: quella della gioventù senza responsabilità.

Commento

Sono sempre stato affascinato dai vichinghi, fin da quando scoprii, sull’Enciclopedia Disney, che erano stati loro i veri scopritori dell’America, e per questo concepii una sorta di Decameron in cui un gruppo di giovani appassionati di cultura normanna si raccontavano storie ambientate in un medioevo di fantasia, ma legate in qualche modo alla vita dei narratori. Il progetto, troppo ambizioso, si è fermato al secondo racconto.  Questo, come molti altri miei racconti, ha una struttura a scatola cinese, non per proposito deliberato ma perché mi è venuto spontaneamente così: nella storia raccontata da Sven a Carlo si inserisce il racconto di Bjork al prete che a sua volta contiene la narrazione che il giovane barone fa a Tjork della propria educazione sentimentale

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: