Arrivano i barbari

Incipit

Un tempo, i moli del porto di Classe erano pieni di vita. Se dalla Siria arrivava un carico di porpora per tingere gli indumenti della corte; se una galea riportava uno stuolo di pellegrini dai luoghi santi; se l’imperatore d’Oriente mandava un generale per mettere le cose a posto in quella disgraziata Italia, che, un secolo prima, era la signora del mondo; se qualunque merce o qualunque viaggiatore doveva recarsi a Ravenna, la città di provincia che era capitale di un impero, doveva passare per le banchine di Classe. Poi, chissà per quale motivo, il livello delle acque aveva cominciato ad alzarsi e la linea della costa ad avanzare, e nel giro di qualche decennio quello che era un porto di mare era diventato uno scalo in mezzo ad una pineta, che poteva servire soltanto alle piccole barche da pesca. Come avrebbero reagito i colleghi di san Pietro ed i contadini che costituivano la popolazione di Classe nell’anno 1229 dalla fondazione di Roma, se qualcuno avesse detto loro che un giorno, della loro città, sarebbero rimaste, soltanto, una chiesa in aperta campagna, a diverse miglia dalla linea di costa, e alcune fondamenta sotto dieci piedi di terra?

Forse ci avrebbero creduto. Il tredicesimo secolo era un’epoca in cui era difficile stupirsi. Gli uomini vedevano accadere sulla terra cose che i loro antenati non sarebbero riusciti neppure ad immaginare, un impero che sembrava eterno moriva, i barbari comandavano ed i romani obbedivano, persino la religione era cambiata. Se i classensi avessero visto il sole sorgere dalla pianura e tramontare in mezzo al mare, sarebbe stata soltanto una stranezza di più.

 Quel mattino di settembre, Apollinare rientrò dalla pesca appena in tempo. Quando la sua barca imboccò il canale, i due custodi del porto di Classe stavano già tirando su la catena che bloccava l’ingresso della via d’acqua in caso di assedio.

– Che stai combinando, Quintillio? – chiese Apollinare alla guardia, un vecchio amico che era riuscito a trovare il modo di guadagnarsi da vivere senza doversi spezzare le reni gettano la rete in mare.

– Il pretore ha ordinato che tutti gli ingressi a Classe vengano sbarrati, finché non si è chiarita la situazione. Le porte le hanno già chiuse da un pezzo e, se aspettavi un’altra clessidra per rientrare, avresti dovuto passare la notte sul mare – rispose Quintillio.

 Riassunto

 Quel giorno di settembre è quello che vede la caduta dell’impero romano. I Germani, oltre che Ravenna, occupano anche Classe e il capo della guarnigione barbara, Gundobaldo, si installa proprio nell’osteria di Apollinare. I Germani, nonostante le loro abitudini sgradevoli, (bere il vino come se fosse birra e quindi prendere regolarmente la ciucca, fare il bagno ed asciugarsi al sole completamente nudi, fare battute razziste sui Romani) vengono accolti di buon grado dagli abitanti di Classe, che possono fare buoni affari con loro. Passano quattro anni: Vitale, il figlio di Apollinare, ha un’avventura con una ragazza germana, mentre un suo amico seduce la moglie di Gundobaldo. Vitale riesce a sistemare le cose con un matrimonio riparatore (il primo tra Romani e Germani) mentre il suo amico sarà costretto a scappare a Costantinopoli per sfuggire alla vendetta del marito tradito.

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Antichi e moderni germani

Commento

È una sorta di pendant ad Alea iacta est (dopo la nascita dell’impero romano, la sua fine) però in chiave molto più parodistica di quanto non potrebbe sembrare dal suo incipit serioso. I barbari del racconto (che parlano in un tedesco maccheronico, come quello delle Sturmtruppen) altro non sono che la caricatura dei tedeschi (e delle tedesche) che vengono ogni anno a passare le vacanze sulla riviera adriatica. L’idea di raccontare l’invasione dell’impero da parte dei barbari come se fosse l’invasione della Romagna da parte dei turisti mi venne parlando con una ragazza delle teorie del professor Montanari, secondo le quali gli antichi Germani, col passaggio dalla birra al vino, caddero in preda all’alcolismo; lei mi rispose: “Capita anche ai Germani moderni. Questa estate, nel nostro albergo, avevamo quattro tedeschi ed erano sempre ubriachi.”

Alea iacta est!

Incipit

A Savignano, ancora oggi, si può incontrare qualche legionario ritardatario.

A Savignano, ancora oggi, si può incontrare qualche legionario ritardatario.

In Romagna, non è mai stato facile tenere la politica fuori dalle conversazioni, nemmeno nel 49 avanti Cristo.

Quando Flavio Virgilio si vide capitare a pranzo suo cognato Publio Lutazio, si propose di non parlare di politica. Publio era uno scocciatore, ma era pur sempre il fratello di sua moglie e Flavio non aveva voglia di litigare con lui, col risultato magari di far scoppiare in lacrime la matrona di casa. Per cui, quando lo schiavo che faceva da accompagnatore a Publio annunciò ossequiosamente che Publio Lutazio, che per gravi motivi aveva deciso di non mangiare in casa propria, chiedeva di poter dividere la mensa col cognato e l’amata sorella, Flavio fece aggiungere un letto al triclinio e cominciò a ripassare a mente gli argomenti su cui poteva discutere col cognato senza scaldarsi. Durante il pranzo, la conversazione si mosse tranquillamente sui sentieri sicuri: il tempo, il raccolto, i figli, gli schiavi infingardi, gli spettacoli di gladiatori. Poi Publio, che fino ad allora aveva evitato le discussioni con la stessa prudenza del suo parente acquisito, aveva chiesto a Flavio: – Hai avuto notizie di tuo fratello?

– Ho ricevuto una sua lettera due settimane fa; è di guarnigione a Bononia e si gode un po’ di pace. Dopo sette anni di guerra nelle Gallie, ne ha bisogno. Speriamo che non debba combattere subito un’altra guerra.

– Certo – commentò, distrattamente, Publio. – Speriamo che Cesare abbia buonsenso.

– Veramente, lui di buon senso e di pazienza ne sta dimostrando anche troppa, – replicò, piccato, Flavio. – Un generale conquista un intero paese e come lo ringraziano? Togliendogli il comando. E nonostante questo, è un mese che Cesare continua a trattare con quelli che lo vorrebbero morto.

– Quando io ero militare, mi hanno insegnato che il soldato migliore non è il più coraggioso ma il più disciplinato, e questo vale anche per i generali. Cesare rispetti le leggi, e allora lo rispetteremo anche noi.

– E non dovrebbe essere il Senato per primo a rispettare le leggi? Invece, ha lasciato che Pompeo diventasse padrone di Roma e i tribuni della plebe, solo perché hanno voluto fare il loro mestiere, sono dovuti scappare via.

– Il senato ha le sue buone ragioni per comportarsi così. I generali, più sono bravi e più sono pericolosi.

 Riassunto

La storia si svolge a Compitum (l’auttale Savignano) il giorno in cui Cesare passa il Rubicone. Mentre i due uomini discutono di politica, Marco Valerio, il figlio di Flavio, per una scommessa con due amici, varca il fiumicello con un salto; poi i tre ragazzi, per fare uno scherzo a Macco, lo scemo del villaggio, lo mandano a fare la guardia al ponte sulla via Emilia. Mentre il povero scimunito assiste al passaggio dell’esercito di Cesare, senza capirci nulla, Marco Valerio si perde la scena storica, perché il padre, per prudenza, lo tiene chiuso in casa; ma, una volta cresciuto, avrà la soddisfazione di poter dire che lui e Cesare hanno attraversato il Rubicone lo stesso giorno.

Commento

Il Rubicone, famoso in tutto il mondo e ricordato in tutte le enciclopedie, è in realtà un ruscelletto insignificante ; analogamente, in questo racconto, l’episodio che ha cambiato la storia di Roma, raccontato prima dal punto di vista dei provinciali, poi da quello dei ragazzini e infine da quello dello scemo, si rimpicciolisce sempre di più. Gli storici antichi raccontano che Cesare, dopo aver visto un uomo di statura fuori dal normale strappare la tromba ad un soldato e attraversare il Rubicone, decise di varcare il fiumicello a sua volta e pronunciò la famosa frase “Il dado è tratto”; io ho immaginato che il misterioso gigante non fosse il messaggero degli dei, ma semplicemente il povero Macco.

Erano tutti suoi figli

Incipit

San Francisco, in un futuro non troppo lontano.

Paul Ryder era seduto, per la prima volta, alla scrivania di presidente della Ryder Microcomputer, Inc., e si sentiva magnificamente. Era passata una settimana dai funerali di Robert Ryder, padre suo e fondatore dell’azienda (detto Robert “Red” Ryder, per il colore dei suoi capelli, o anche RRR) e dalla lettura del suo testamento. Le ultime volontà di RRR non avevano riservato grosse sorprese: aveva lasciato l’azienda, una delle più grandi e redditizie del mondo nel campo informatico, all’unico rampollo dei suoi tre matrimoni; aveva fatto lasciti generosi a nipoti, discendenti indiretti e parenti acquisiti vari, nonché ai suoi amici e colleghi di una vita; infine, in memoria dei suoi inizi difficili di giovane squattrinato e appassionato di informatica, aveva istituito una serie di borse di studio nelle più importanti università del paese, a favore dei giovani promettenti ma privi di mezzi. Il giovane Ryder avrebbe guidato l’azienda per cinque anni, sotto il controllo di un gruppo di anziani e fidati dirigenti; se si fosse dimostrato impari al suo compito, avrebbe ceduto la poltrona ad un altro membro della famiglia, pur continuando a godere di una rendita di miliardi di dollari. A dire il vero, qualcuno di quei dirigenti aveva sperato di essere lui il futuro presidente, e non quel figlio che, dopo che i suoi genitori avevano divorziato, aveva avuto col genitore biologico rapporti poco più che formali, ma alla fine la voce del sangue aveva avuto la meglio.

Paul sapeva che i prossimi cinque anni sarebbero stati duri e che non gli sarebbe stato perdonato nessun errore, ma si sentiva pronto ad affrontare la lotta, ed intanto si godeva il delizioso sapore del potere, oltre che l’incantevole paesaggio della baia di San Francisco su cui davano le vetrate del suo ufficio. Rispetto ad altri eredi di immense fortune, aveva un problema di meno. Non doveva preoccuparsi di parenti serpenti. Prima di stendere le sue ultime volontà, il vecchio RRR aveva chiesto a tutti i suoi parenti di firmare un documento in cui promettevano di non impugnare il testamento, pena la perdita dei generosi lasciti loro concessi. Il vecchio Ryder aveva fatto questo, non per affetto nei confronti di Paul, ma perché sapeva che le battaglie legali tra parenti erano per le aziende l’equivalente del virus dell’AIDS per gli esseri umani.

 Riassunto

Mentre il giovane Paul è compiaciuto del suo successo, gli viene annunciata la visita di un uomo di colore, un certo Martin Luther Jackson, che sostiene di essere suo fratello e di aver diritto ad una parte di eredità. Paul accetta di riceverlo, pur non credendo possibile che il vecchio Ryder, uomo dai costumi morigerati e sposato col suo lavoro, potesse aver avuto un figlio illegittimo. Jackson, nato dalla fecondazione artificiale, ha saputo che RRR aveva fondato la sua azienda coi soldi guadagnati come donatore di sperma e sospetta che il defunto sia stato il suo padre biologico. Paul (che aveva egli stesso imprudentemente reso pubblica la notizia piccante) caccia via l’importuno, ma presto saltano fuori decine di altri figli della provetta ad avanzare pretese sull’eredità. Il vecchio avvocato della ditta, richiesto di un parere, consiglia di venire ad un transazione: è vero che Jackson e gli altri pretendenti erano figli del vecchio Ryder solo biologicamente, ma la stessa cosa si potrebbe dire dello stesso Paul..

Commento

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Il signor Ed Houben, donatore di sperma e padre biologico di 87 figli.

Questo non lo si potrebbe neanche definire un racconto di fantascienza, visto che i problemi etici e le situazioni paradossali legati alla fecondazione artificiale fanno ormai parte della cronaca; non siamo ancora arrivati alle contese per le eredità, ma è solo una questione di tempo. (In America, è già successo che un donatore di sperma sia stato obbligato a pagare le spese mediche per la  figlia biologica). La Ryder Microcomputer è la stessa ditta per cui andava a lavorare l’antipatico signor Mazzolani in Una famglia di vincenti.

Morire per Pebep?

Incipit

– Comandante, c’è un altro pianeta in vista. – disse Pebeb, il navigatore dell’astronave Akubis, con gli occhi fissi sullo schermo dell’astro-radar.

– Vedi dei satelliti?- chiese il comandante Bolomco. In qualità d’alto ufficiale della flotta commerciale del pianeta Litadeital, si sentiva obbligato a mantenere un atteggiamento di elegante distacco di fronte ad ogni nuova scoperta, ma in realtà aveva il cuore (o meglio, l’organo che per i Litadeitaliani svolge le funzioni del cuore) in gola. Quando, durante una tempesta elettromagnetica, un guasto nel computer che calcolava la rotta aveva sbattuto l’astronave in quel sistema planetario mai esplorato da nessuno, aveva deciso, contro la volontà dell’equipaggio, di approfittare dell’incidente per visitare quello sconosciuto angolo di cosmo. Finora, avevano scoperto, oltre ad un’infinità di satelliti ed asteroidi, sette pianeti, intorno ad ognuno dei quali avevano messo in orbita il segnalatore che li rendeva, in base alle norme del Codice Galattico, proprietà litadeitaliana. Peccato che tutti i corpi celesti scoperti, per quanto fossero diversi fra di loro, avessero una caratteristica in comune: erano troppo freddi per essere colonizzati.

– Sembra che ce ne sia uno, molto vicino al pianeta.

– E il pianeta, è abitabile?

– Questo, saprò dirglielo fra poco. – rispose Pebeb. Dopo una decina di minuti, alzò lo sguardo dal monitor e proclamò: – Il pianeta ha condizioni climatiche ideali per la vita: atmosfera respirabile, temperature né troppo fredde né troppo calde, abbondanza di acqua.

“È la volta buona,” pensò Bolomco “non potranno accusarmi di aver sprecato tre mesi ad esplorare un sistema inabitabile.” Ma, impassibile come sempre, continuò a chiedere, senza il minimo tremito nella voce: – Ci sono tracce di vita intelligente?

– Direi di no, per ora. – rispose Pebeb. – La superficie del pianeta è coperta per la maggior parte da acque e da foreste e non ci sono tracce di stazioni orbitanti o di costruzioni alte almeno dieci chilometri. Quel pianeta è abitato solo da piante ed animali; o, se ci sono degli abitanti intelligenti, sono ancora nella preistoria. –

 Riassunto

safe_imageI Litadeitaliani (una razza di lucertoloni alieni) danno al pianeta sconosciuto il nome di Pebep, in onore del suo scopritore e si accingono ad esplorarlo (si tratta, in realtà, della Terra, ma questo viene chiarito solo gradualmente). L’astronave sbarca in un immenso deserto (il Sahara); mentre il comandante vede nella nuova scoperta solo un’occasione di conquista ed arricchimento, il giovane ufficiale Zonpin trova in una grotta un abitante del pianeta che si rivela una forma di vita intelligente, dotato di scrittura e addirittura in grado di disegnare una, per quanto rudimentale, mappa del cielo. Prima che i Litadeitaliani possano proseguire l’esplorazione, giunge loro un messaggio, da parte di una razza aliena rivale, i Diamannoriani. Essi sostengono di aver diritto al pianeta Nito (la terra), essendo sbarcati sul satellite Viosil (la Luna) prima dell’arrivo dei Litadeitaliani. Nonostante che Zonpin e Pebeb cerchino di far capire al comandante l’assurdità di fare una guerra per il possesso di un piccolo pianeta, si arriva allo scontro fra le due razze aliene, che si conclude senza vinti né vincitori. Bolomco muore combattendo ed entrambe le astronavi escono dallo scontro malconce, per cui i due equipaggi sono costretti ad abbandonare i loro progetti di conquista e ad unire le forze per ritornare al loro sistema solare. Mille anni dopo, mentre sulla Terra un ufologo tiene una conferenza in cui racconta il leggendario incontro ravvicinato, avvenuto nel deserto del Sahara intorno all’anno Mille, fra l’eremita Leonzio e gli extraterrestri, su Litadeital un professore racconta ai suoi allievi il leggendario viaggio dell’astronave Akubis sul misterioso pianeta Pebep.

Commento

Lo sbarco degli extraterrestri sul nostro pianeta è già stato raccontato migliaia di volte, ma mai, salvo errore, adottando il loro punto di vista. Quando scrissi il racconto, stavo leggendo alcune relazioni sulla scoperta dell’America e mi sono divertito ad attribuire ai miei alieni i sentimenti contradditori (da una parte sete di conoscenza e di avventura, simpatia per gli indigeni; dall’altra, avidità, ambizione, disprezzo per i “selvaggi”) che animavano gli esploratori del Nuovo Mondo. Il titolo è una parafrasi del famoso “Morire per Danzica”; i nomi dei personaggi e dei pianeti sono tutti anagrammi (provate, ad esempio, a vedere chi si nasconde dietro il nome del comandante Bolomco…)


Provate a vedere cosa viene angrammando il nome del comandante "Bolomco"...