Un racconto senza eroi

Incipit

Perché Alessandro Bonetti, detto Sandrino, un ragazzo mite e pacifico, che amici e parenti consideravano incapace di schiacciare una mosca, andò ad imbarcarsi in una squadraccia fascista?

Secondo me, per trovare la risposta bisogna guardare la sua carta d’identità e fare attenzione alla sua data di nascita: 27 marzo 1901.

Sandrino era nato col secolo ed era cresciuto nel decennio delle guerre e delle rivoluzioni. Il suo primo ricordo databile era stato il giornale con l’annuncio dello sbarco a Tripoli dei bersaglieri.

Poi, proprio negli anni in cui il ragazzo prende lo stampo dell’uomo, era venuta la guerra del quindici-diciotto. Per tre anni, Sandrino era vissuto in uno stato di continua esaltazione patriottica. Aveva appesa in camera una carta geografica su cui seguiva avanzate e ritirate dell’esercito italiano e provava invidia per i compagni di scuola, che potevano raccontare le imprese al fronte dei loro padri o dei loro fratelli. Più d’uno di quei ragazzi tanto invidiati, in quei tre anni di guerra, dovette andare a scuola con il lutto al braccio, ma ciò non turbò minimamente il patriottismo di Sandrino.

La famiglia Bonetti si poteva considerare fortunata, con un padre troppo anziano e un figlio troppo giovane per essere richiamati, e l’unico suo membro sotto le armi, il cugino Giovanni, era riuscito ad imboscarsi nella sussistenza. Sandrino non era patriota al punto da lasciare il liceo e scappare da casa per arruolarsi, come certi ragazzini di cui i giornali tessevano le lodi; tuttavia, non vedeva l’ora di andare al fronte a fare l’eroe. Una volta provò a chiedere al padre: – Papà, pensi che io farò in tempo a fare la guerra, prima che finisca? – Papà Bonetti sorrise e gli rispose: – Non preoccuparti, perché nel caso lo zio ti sistema come ha fatto con suo figlio. – Era una frase un po’ fuori posto su quella bocca, visto che il patriarca era stato interventista, e dichiarava di detestare i disfattisti e gli imboscati più ancora degli austriaci; ma i genitori hanno diritto all’incoerenza.

RiassuntoPalazzo-San-Giacomo

Sandrino compie i diciotto anni senza aver avuto il tempo di partecipare alla prima guerra mondiale e lascia la natia Romagna per andare a studiare a Bologna. Lì, spinto dal suo ingenuo patriottismo, si avvicina agli ambienti di destra, progetta di raggiungere D’Annunzio a Fiume e fa amicizia con un nobile decaduto, il conte Brusantini. Ed è proprio costui a parlargli del  nuovo movimento creato  per mettere a posto le cose in Italia : il fascismo. Sandrino prende la tessera del fascio ed insiste per entrare nelle squadracce; ottiene infine il permesso di partecipare ad una spedizione punitiva, guidata da Sgurzi, un fascista rozzo e fanatico, ed ha subito un’atroce delusione. Quella che Sandrino immaginava come un’eroica battaglia contro i sovversivi si riduce ad un’incursione vigliacca contro un circolo indifeso e nel feroce pestaggio di un anziano ed inoffensivo socialista. Sandrino esterna i propri dubbi a Brusantini, e ne riceve una risposta cinica: conviene  lasciare i criminali come Sgurzi a svolgere il lavoro sporco,  ma necessario, mentre agli istruiti come lui o Sandrino tocca occuparsi della politica. Sandrino è disgustato dal machiavellismo dell’amico, ma non fino al punto di lasciare il fascismo.

Commento

In La cornice ed il quadro si accennava al contrasto, all’interno del fascio di Bellugo, fra il conte Brusantini e lo squadrista Sgurzi. In questo racconto ho provato a sviluppare quello spunto, raccontando l’antefatto della rivalità fra il fascista politico e il fascista manganellatore; non è escluso che un giorno ne racconti anche l’epilogo, con Sgurzi che finisce la sua parabola fra le brigate nere di Salò e Brusantini che riesce ad assicurarsi una serena vecchiaia nell’Italia repubblicana. Potrà sembrare eccessiva la lentezza di Sandrino nel capire la natura criminale del fascismo; ma a sua scusante va detto che persone molto più esperte e meno ingenue di lui (facciamo solo due nomi: Giolitti e De Gasperi) la capirono pienamente solo dopo il delitto Matteotti.

Ricochet e Gonzales

Incipit

 Diciotto mesi dopo i due colpi di pistola che avevano segnato il suo destino, Giovanni Pariselli si trovava a Parigi e, dopo un anno di fuga, miseria e recriminazioni, cominciava a pensare al suo futuro. Non sapeva cosa avrebbe fatto ma sapeva benissimo che cosa non avrebbe più fatto: dar retta agli amici, soprattutto a quelli che volevano incendiare il mondo e non erano capaci neanche di appiccare il fuoco alla sede di un consorzio agrario.

La sua amicizia per Manrico era finita già sul treno per Milano. I due si erano rinfacciati a vicenda di essere degli inetti e di aver fatto fallire il piano. Poi Manrico si era messo a dare addosso a Berto; allora Giovanni, per puro spirito di contraddizione, si era messo a difendere l’amico assente e per poco non era venuto alle mani con Manrico.

Una volta giunti a Milano, i due passarono una settimana nascosti in casa di Tonio, un anarchico che Manrico aveva conosciuto durante il servizio militare. Manrico sostenne che erano scappati perché la polizia cercava di incastrarli per un attentato di cui non sapevano nulla. Tonio in un primo momento ci credette e si dette da fare perché potessero lasciare l’Italia; ma un giorno, sbatté in faccia a Giovanni un giornale socialista: – Senti, tu non ti chiami Pariselli?

– In effetti, è il mio cognome.

– Bene, leggi cosa dice il giornale: “Teranighi ha identificato l’esecutore dell’attentato a Briganti; si tratta di Giovanni Pariselli, un ebanista di 23 anni schedato come anarchico ma non iscritto a nessun’organizzazione. Il riconoscimento è avvenuto tramite una foto scattata al giovane durante il servizio militare”.

– Chi è questo Teranighi?

– È il segretario della Camera del Lavoro di Porta Ticinese. Era assieme a Briganti quando gli hai sparato e ti ha visto in faccia.

– Tu credi a questo giornale?

– No, credo a Teranighi. È una persona per bene e non inventerebbe mai una balla per mettere nei guai un proletario. Inoltre, conosco Manrico: organizzare un attentato senza pensare alle conseguenze è tipico di un irresponsabile come lui.

Riassunto

Pariselli rompe i rapporti con Manrico, di cui ha capito ormai la vacuità nascosta dietro la maschera del rivoluzionario, e lascia l’Italia per Parigi. Una volta arrivato nella capitale francese, si guadagna da vivere poveramente come falegname, finché non gli viene fatto il nome della Ricochet e Gonzales, una prestigiosa società di antiquariato, specializzata in arte spagnola del medioevo, che potrebbe assumere un abile ebanista come lui. Pariselli viene assunto e si guadagna presto la stima dei due titolari: Ricochet, un uomo d’affari francese, che cura il lato finanziario degli affari, e Gonzales, uno spagnolo di buona famiglia, pittore dilettante, che cura quello artistico. Gonzales invita Pariselli nel suo appartamento, per mostrargli alcuni suoi quadri, e gli rivela il segreto della ditta: il commercio di antiquariato è in realtà una copertura per un traffico di oggetti falsi a cui i due soci si sono dedicati, il francese per avidità, lo spagnolo per la vanità di vedere i suoi quadri attribuiti ai maestri del passato. Pariselli viene coinvolto sempre più nelle truffe dell’azienda, prima come esecutore materiale dei falsi, poi come commerciante e infine come socio alla pari. Raggiunge così l’agiatezza e può mettere su famiglia. Dopo la prima guerra mondiale, la Ricochet e Gonzales decide di chiudere l’attività (anche perché cominciano a trapelare delle voci sulla sua vera natura) e Pariselli può tornare, ricco e indisturbato, al suo paese. Terminato il suo racconto, Pariselli dichiara a don Amedeo di essere pentito dell’attentato a Briganti, ma non della sua attività di falsario, perché tutta la società borghese è basata sull’imbroglio; l’amico prete deciderà tuttavia di dargli ugualmente l’assoluzione.  Pochi anni dopo, l’anziano collezionista muore serenamente, lasciando al paese la sua collezione di opere d’arte, vere e false.

Palazzo-San-Giacomo

Il salone di casa Parmeggiani, come dipinto in uno dei quadri del museo.

La cornice ed il quadro

Fine

 Commento

Se passate per Reggio Emilia, vi consiglio di fare un salto al museo che raccoglie le collezioni lasciate in eredità alla città da Luigi Parmeggiani, che, sotto il nome di Louis Macy, era stato uno dei più famosi antiquari parigini della belle epoque; avrete l’impressione di essere stati invitati in casa di Swann o di Andrea Sperelli. Poi, magari, vi informerete sul conto di Luigi Parmeggiani sul sito del museo, e scoprirete che colui che avreste considerato un esteta raffinatissimo e fuori dal mondo, era non solo un abile uomo d’affari, ma un falsario e che gran parte delle opere che avete ammirato sono in realtà imitazioni (anche se di un livello talmente alto da diventare opere d’arte a loro volta); che in gioventù  egli aveva trafficato con la dinamite ed era stato un anarchico talmente arrabbiato da aver progettato un attentato contro Camillo Prampolini, il socialista evangelico venerato dai suoi seguaci e rispettato dai suoi avversari (il Briganti del romanzo); e che fu anche sospettato di essere un lenone ed un ricettatore di opere d’arte rubate.

Allora vi chiederete: “Come possono in uomo solo coesistere un anarchico fanatico, un borghese cinico ed uno squisito intenditore d’arte e mecenate?” Nel mio romanzo, la risposta è che la vera personalità di Pariselli (così ho ribattezzato Parmeggiani) era sempre stata l’ultima, quella dell’esteta, fin da quando era un semplice apprendista di ebanisteria, e che le altre (l’anarchico e il falsario) erano maschere assunte in seguito alle circostanze ed alle cattive compagnie. La storia, così, diventa quasi una sacra rappresentazione (non per nulla, nella seconda parte, si discute ampiamente di pittura sacra) con Manrico, Ricochet, Gonzales nel ruolo dei tentatori e l’arte come la voce di Dio, che se non riuscirà a trattenere l’eroe dalla via del peccato, farà almeno sì che la percorra con un passo zoppicante. Riconosco, tuttavia, che Parmeggiani, il falsario che falsò anche sé stesso, è un personaggio molto più romanzesco, poliedrico ed affascinante (anche se nel male) del mio Pariselli, e che per rendergli giustizia ci sarebbe voluta come minimo la mano dell’autore di Uno, nessuno e centomila.

Per villa Brusantini (la residenza nobiliare semiabbandonata su cui il protagonista fantastica da giovane e dove poi entra come padrone sul finire della sua vita)  mi sono ispirato a villa Rasponi a Russi. Il titolo ha un significato triplice: può riferirsi alle cornici su cui Pariselli lavora come ebanista e ai quadri che vende come antiquario; ma anche al rapporto fra l’apparenza (le cornici) e la realtà (i quadri); oppure alla stessa storia, raccontata per flashback (i quadri) incorniciati in una narrazione ambientata durante il fascismo.

La confessione di un impenitente

 Incipit

Passò qualche anno. A Bellugo, la curiosità per il nuovo acquirente di Villa Brusantini si era esaurita; adesso in piazza si parlava soprattutto della squadra di calcio locale. Dove si poteva chiacchierare senza essere sentiti, qualcuno si azzardava a parlare della morte in esilio di Briganti e della lotta all’interno del fascio, che si concluse con la vittoria del conte. Sgurzi fu espulso dal PNF e mandato al confino, mentre il suo nemico lasciava anche lui Bellugo, ma per un importante posto al Ministero della Giustizia.

Pariselli si sentì meglio quando seppe quest’ultima notizia, pur sapendo ormai che da Brusantini non doveva temere brutti scherzi. Il conte, dopo la conversazione davanti a casa Briganti, si era comportato con discrezione: non aveva più cercato d’incontrare il mancato assassino e se lo vedeva per strada si limitava a salutarlo; era andato a visitare le collezioni d’arte nella sua ex villa, ma aveva volutamente scelto un giorno in cui il padrone di casa era in viaggio.

Il vecchio mercante d’antiquariato conduceva ormai un’esistenza da pensionato. Le tre ragazze dai nomi di battesimo cifrati avevano fatto tre buoni matrimoni; ogni volta che una ragazza si sposava, il padre, per pagare le spese, staccava dalle pareti della villa qualche pezzo prezioso e lo metteva in vendita. Non per questo la villa perdeva in sfarzo: ogni buco sulle pareti era immediatamente riempito con un quadro od un oggetto analogo e altrettanto bello che fino allora aveva riposato nelle casse giù in cantina. Anzi, la fama di questa villa-museo aveva cominciato a diffondersi in tutta Italia: quando una personalità illustre veniva a Bellugo, concludeva la visita facendo un salto a Villa Brusantini. Pariselli non sembrava per niente lieto di quest’interesse: concedeva la visita solo quando non ne poteva fare a meno; artisti e critici illustri, venuti a Bellugo soltanto per vedere la collezione, dovettero accontentarsi di un giro di mezz’ora, sotto la sorveglianza occhiuta del padrone di casa, senza potersi fermare ad esaminare da vicino i singoli oggetti.

Riassunto

Palazzo-San-Giacomo

Palazzo Rasponi a Russi, la vera Villa Brusantini

L’anziano Pariselli, pur essendo ateo e anticlericale, stringe amicizia con don Amedeo, un sacerdote assegnato dal vescovo ad una parrocchia di campagna perchè antifascista. Durante una visita alla chiesa di don Amedeo, Pariselli si lascia sfuggire alcuni particolari sul suo passato, che suscitano la curiosità del sacerdote; Pariselli allora decide di raccontargli tutta la propria vita, compreso l’attentato a Briganti e le origini truffaldine della propria ricchezza.

La cornice ed il quadro 3.

Continua

 

La banda dei tre

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Camillo Prampolini, il vero dottor Briganti

Una trentina d’anni prima, Giovanni Pariselli si trovava di fronte alla stessa casa. Aspettava che il dottor Briganti (a quel tempo non ancora onorevole) ritornasse dalla riunione al circolo socialista, per scaricargli il revolver addosso. Non aveva nulla di personale contro la sua vittima, ma era giunto alla razionale convinzione che un compagno d’idee moderate fosse, in buona fede, il nemico più pericoloso per la Causa Degli Oppressi.

Ma una cosa è fare questi discorsi di fronte a due amici più esaltati di te e stendere un piano d’azione; un’altra cosa è l’esecuzione.  

Le mani di Giovanni erano ferme e precise quando decoravano un mobile o intagliavano una cornice nell’ebanisteria dove lui era a bottega ed erano state altrettanto ferme nel tenere la pistola finché si era trattato di esercitare la mira sparando ad un bersaglio; ma adesso, nascoste sotto la capparella e strette intorno al calcio dell’arma, tremavano come la gelatina e ripetere in continuazione i motivi del gesto che esse stavano per compiere non serviva a calmarle.

Sei mesi prima, nel bellughese, era cominciato uno sciopero agrario che era durato per settimane; episodi simili avvenivano un po’ dappertutto in Italia, in quegli anni, ma per la placida cittadina erano un evento storico: la lotta di classe era arrivata anche in provincia. Giovanni ogni sera s’incontrava con Berto, il figlio del birocciaio e Manrico, il figlio dell’oste della Torre, per commentare la situazione. Manrico aveva cominciato detestando il padre, l’uomo più avaro di Bellugo, che sembrava averlo messo al mondo solo per usarlo come garzone senza stipendio, e aveva esteso il suo odio a tutta la società quando, durante il servizio militare, aveva scoperto Bakunin. In paese nessuno lo prendeva sul serio come rivoluzionario, salvo Berto e Giovanni.

I tre ragazzi avevano costituito un gruppo anarchico senza tessere e senza sede, dove Manrico faceva la parte del capo, Giovanni quella dell’intellettuale e Berto quella del buffone. Fantasticavano sul momento in cui il fuoco avrebbe raggiunto la città e loro sarebbero saliti sulle barricate ma, col passare dei giorni, dovettero arrendersi all’evidenza: le fiamme non divampavano neanche in campagna. A parte qualche scazzottata con i crumiri, gli scioperanti si limitavano ad occupare i campi e a fronteggiare pacificamente le forze dell’ordine.

Riassunto

Flashback. Trent’anni prima. Giovanni lavora nella bottega dell’ebanista Lucchini; dotato di un certo talento artistico, gode delle simpatie del padrone e potrebbe avviarsi ad una tranquilla esistenza borghese, ma purtroppo per lui cade  sotto l’influenza di Manrico, un giovane del paese, fanatico anarchico. Manrico, Berto e Giovanni costituiscono fra di loro un circolo rivoluzionario; la loro bestia nera è il dottor Briganti, socialista riformista e evangelico, ai cui metodi legalitari i tre attribuiscono il fallimento di un grande sciopero dei contadini. Manrico propone l’eliminazione fisica di Briganti e quello che era nato come uno scherzo diventa, poco a poco, un progetto concreto: Giovanni dovrà sparare al dottore, Manrico appiccare un incendio,  la stessa sera, al circolo agrario e Berto dovrà aiutare i due compagni nella fuga. Ma la dilettantesca azione terroristica finisce in un fiasco: Giovanni manca il colpo, a causa dell’emozione ed anche dei rimorsi di coscienza e, quel ch’è peggio, si lascia vedere in faccia e identificare da Teranighi, un socialista milanese che accompagnava Briganti; Manrico non riesce ad appiccare l’incendio e Berto, dopo aver aiutato i due amici a lasciare il paese, finisce per confessare tutto ai carabinieri. Trent’anni dopo. Il conte Brusantini spiega a Pariselli di sapere tutto riguardo al suo passato rivoluzionario, ma di non avere intenzione di renderlo pubblico; egli, spiega, rispetta l’ex anarchico, perché è la prova che anche un proletario può raggiungere la ricchezza, se abbandona le fantasie rivoluzionarie e si dedica all’onesto lavoro.

La cornice ed il quadro 2.

Continua

Villa Brusantini

Incipit

Per gli sfaccendati che nel 1928, anno V dell’era fascista, passavano la domenica mattina nella Piazza Maggiore di Bellugo commentando la cronaca locale, la vendita di villa Brusantini fu una benedizione. Finalmente c’era qualcosa di nuovo su cui parlare.

Bellugo non era sempre stata una città in cui non succedeva niente. Fino a qualche anno prima, non passava mese senza che sulla sua gazzetta locale non appa­risse un titolo a nove colonne, per annunciare uno sciopero, un delitto politico o uno scontro di piazza. Ma da quando c’era il Duce, questi fatti non succedevano più o in ogni caso non era consigliabile discuterne pubblicamente. L’ultima volta che nelle chiacchiere della gente la po­litica aveva tenuto banco era stato nell’ottobre del 1926. Allora, due giorni dopo l’attentato a Mussolini, una squadraccia aveva devastato l’abitazione dell’onorevole Briganti e aveva sottoposto l’ex deputato socialista all’umiliazione dell’olio di ricino, incurante dei suoi capelli bianchi. Molti, compreso qualche fascista, avevano deplorato la violenza contro un povero vecchio; qualcuno lo aveva fatto a voce troppo alta e se n’era pentito. Dopo di che, la politica sparì dalle conversazioni in Piazza Maggiore, cedendo il posto alle storie di corna e alla piccola cronaca nera.

lupo

Luigi Parmeggiani, il vero Pariselli

Poi, cominciò il romanzo a puntate. Un giorno, si seppe che i conti Brusantini avevano venduto la loro villa, chiusa da anni, ad un certo Pariselli, un misterioso e ricchissimo parigino di origini italiane, che aveva intenzione di farla restaurare e usarla come abitazione. Poi, cominciarono i lavori e gli operai che vi prendevano parte rivelarono che il nuovo proprietario non era per nulla francese: non solo parlava un italiano perfetto e senza accento ma capiva il dialetto e conosceva bene la topografia del territorio bellughese. Deduzione: era uno dei tanti emigranti partiti per l’estero con le pezze ai pantaloni e che tornavano vecchi per trascorrere i loro ultimi anni dov’erano nati. Ma se le cose stavano così, com’è che nessuno a Bellugo ricordava di avere a Parigi un parente talmente ricco da potersi permettere una villa? E come mai sembrava che Pariselli non volesse farsi vedere da nessuno in città? Ogni lunedì, scendeva alla stazione, si faceva portare alla villa e lì stava fino al venerdì: passava il giorno a seguire i lavori e trascorreva la notte in una locanda.

Riassunto

Il misterioso Pariselli, sposato e con tre figlie, si rivela essere un ricchissimo collezionista e mercante d’arte, dai gusti squisiti, che oltre a restaurare la villa cadente la trasforma in un museo privato.  Le origini della sua ricchezza ed i suoi rapporti con Bellugo rimangono però un mistero, salvo che per una persona: il marchese Brusantini, l’ex proprietario della villa, e che è poi diventato il capo dei fascisti locali. Il marchese, incontrato per caso Pariselli in città, lo obbliga, fingendo una conversazione svagata, a confessare la verità sul proprio passato. Il tranquillo borghese, il raffinato amatore d’arte era, trent’anni prima, un anarchico estremista, tanto da essere costretto a lasciare l’Italia per aver attentato alla vita del socialista Briganti, lo stesso che i fascisti hanno perseguitato e costretto all’esilio.

La cornice ed il quadro 1.

Continua

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