La banda dei tre

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Camillo Prampolini, il vero dottor Briganti

Una trentina d’anni prima, Giovanni Pariselli si trovava di fronte alla stessa casa. Aspettava che il dottor Briganti (a quel tempo non ancora onorevole) ritornasse dalla riunione al circolo socialista, per scaricargli il revolver addosso. Non aveva nulla di personale contro la sua vittima, ma era giunto alla razionale convinzione che un compagno d’idee moderate fosse, in buona fede, il nemico più pericoloso per la Causa Degli Oppressi.

Ma una cosa è fare questi discorsi di fronte a due amici più esaltati di te e stendere un piano d’azione; un’altra cosa è l’esecuzione.  

Le mani di Giovanni erano ferme e precise quando decoravano un mobile o intagliavano una cornice nell’ebanisteria dove lui era a bottega ed erano state altrettanto ferme nel tenere la pistola finché si era trattato di esercitare la mira sparando ad un bersaglio; ma adesso, nascoste sotto la capparella e strette intorno al calcio dell’arma, tremavano come la gelatina e ripetere in continuazione i motivi del gesto che esse stavano per compiere non serviva a calmarle.

Sei mesi prima, nel bellughese, era cominciato uno sciopero agrario che era durato per settimane; episodi simili avvenivano un po’ dappertutto in Italia, in quegli anni, ma per la placida cittadina erano un evento storico: la lotta di classe era arrivata anche in provincia. Giovanni ogni sera s’incontrava con Berto, il figlio del birocciaio e Manrico, il figlio dell’oste della Torre, per commentare la situazione. Manrico aveva cominciato detestando il padre, l’uomo più avaro di Bellugo, che sembrava averlo messo al mondo solo per usarlo come garzone senza stipendio, e aveva esteso il suo odio a tutta la società quando, durante il servizio militare, aveva scoperto Bakunin. In paese nessuno lo prendeva sul serio come rivoluzionario, salvo Berto e Giovanni.

I tre ragazzi avevano costituito un gruppo anarchico senza tessere e senza sede, dove Manrico faceva la parte del capo, Giovanni quella dell’intellettuale e Berto quella del buffone. Fantasticavano sul momento in cui il fuoco avrebbe raggiunto la città e loro sarebbero saliti sulle barricate ma, col passare dei giorni, dovettero arrendersi all’evidenza: le fiamme non divampavano neanche in campagna. A parte qualche scazzottata con i crumiri, gli scioperanti si limitavano ad occupare i campi e a fronteggiare pacificamente le forze dell’ordine.

Riassunto

Flashback. Trent’anni prima. Giovanni lavora nella bottega dell’ebanista Lucchini; dotato di un certo talento artistico, gode delle simpatie del padrone e potrebbe avviarsi ad una tranquilla esistenza borghese, ma purtroppo per lui cade  sotto l’influenza di Manrico, un giovane del paese, fanatico anarchico. Manrico, Berto e Giovanni costituiscono fra di loro un circolo rivoluzionario; la loro bestia nera è il dottor Briganti, socialista riformista e evangelico, ai cui metodi legalitari i tre attribuiscono il fallimento di un grande sciopero dei contadini. Manrico propone l’eliminazione fisica di Briganti e quello che era nato come uno scherzo diventa, poco a poco, un progetto concreto: Giovanni dovrà sparare al dottore, Manrico appiccare un incendio,  la stessa sera, al circolo agrario e Berto dovrà aiutare i due compagni nella fuga. Ma la dilettantesca azione terroristica finisce in un fiasco: Giovanni manca il colpo, a causa dell’emozione ed anche dei rimorsi di coscienza e, quel ch’è peggio, si lascia vedere in faccia e identificare da Teranighi, un socialista milanese che accompagnava Briganti; Manrico non riesce ad appiccare l’incendio e Berto, dopo aver aiutato i due amici a lasciare il paese, finisce per confessare tutto ai carabinieri. Trent’anni dopo. Il conte Brusantini spiega a Pariselli di sapere tutto riguardo al suo passato rivoluzionario, ma di non avere intenzione di renderlo pubblico; egli, spiega, rispetta l’ex anarchico, perché è la prova che anche un proletario può raggiungere la ricchezza, se abbandona le fantasie rivoluzionarie e si dedica all’onesto lavoro.

La cornice ed il quadro 2.

Continua

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