Ricochet e Gonzales

Incipit

 Diciotto mesi dopo i due colpi di pistola che avevano segnato il suo destino, Giovanni Pariselli si trovava a Parigi e, dopo un anno di fuga, miseria e recriminazioni, cominciava a pensare al suo futuro. Non sapeva cosa avrebbe fatto ma sapeva benissimo che cosa non avrebbe più fatto: dar retta agli amici, soprattutto a quelli che volevano incendiare il mondo e non erano capaci neanche di appiccare il fuoco alla sede di un consorzio agrario.

La sua amicizia per Manrico era finita già sul treno per Milano. I due si erano rinfacciati a vicenda di essere degli inetti e di aver fatto fallire il piano. Poi Manrico si era messo a dare addosso a Berto; allora Giovanni, per puro spirito di contraddizione, si era messo a difendere l’amico assente e per poco non era venuto alle mani con Manrico.

Una volta giunti a Milano, i due passarono una settimana nascosti in casa di Tonio, un anarchico che Manrico aveva conosciuto durante il servizio militare. Manrico sostenne che erano scappati perché la polizia cercava di incastrarli per un attentato di cui non sapevano nulla. Tonio in un primo momento ci credette e si dette da fare perché potessero lasciare l’Italia; ma un giorno, sbatté in faccia a Giovanni un giornale socialista: – Senti, tu non ti chiami Pariselli?

– In effetti, è il mio cognome.

– Bene, leggi cosa dice il giornale: “Teranighi ha identificato l’esecutore dell’attentato a Briganti; si tratta di Giovanni Pariselli, un ebanista di 23 anni schedato come anarchico ma non iscritto a nessun’organizzazione. Il riconoscimento è avvenuto tramite una foto scattata al giovane durante il servizio militare”.

– Chi è questo Teranighi?

– È il segretario della Camera del Lavoro di Porta Ticinese. Era assieme a Briganti quando gli hai sparato e ti ha visto in faccia.

– Tu credi a questo giornale?

– No, credo a Teranighi. È una persona per bene e non inventerebbe mai una balla per mettere nei guai un proletario. Inoltre, conosco Manrico: organizzare un attentato senza pensare alle conseguenze è tipico di un irresponsabile come lui.

Riassunto

Pariselli rompe i rapporti con Manrico, di cui ha capito ormai la vacuità nascosta dietro la maschera del rivoluzionario, e lascia l’Italia per Parigi. Una volta arrivato nella capitale francese, si guadagna da vivere poveramente come falegname, finché non gli viene fatto il nome della Ricochet e Gonzales, una prestigiosa società di antiquariato, specializzata in arte spagnola del medioevo, che potrebbe assumere un abile ebanista come lui. Pariselli viene assunto e si guadagna presto la stima dei due titolari: Ricochet, un uomo d’affari francese, che cura il lato finanziario degli affari, e Gonzales, uno spagnolo di buona famiglia, pittore dilettante, che cura quello artistico. Gonzales invita Pariselli nel suo appartamento, per mostrargli alcuni suoi quadri, e gli rivela il segreto della ditta: il commercio di antiquariato è in realtà una copertura per un traffico di oggetti falsi a cui i due soci si sono dedicati, il francese per avidità, lo spagnolo per la vanità di vedere i suoi quadri attribuiti ai maestri del passato. Pariselli viene coinvolto sempre più nelle truffe dell’azienda, prima come esecutore materiale dei falsi, poi come commerciante e infine come socio alla pari. Raggiunge così l’agiatezza e può mettere su famiglia. Dopo la prima guerra mondiale, la Ricochet e Gonzales decide di chiudere l’attività (anche perché cominciano a trapelare delle voci sulla sua vera natura) e Pariselli può tornare, ricco e indisturbato, al suo paese. Terminato il suo racconto, Pariselli dichiara a don Amedeo di essere pentito dell’attentato a Briganti, ma non della sua attività di falsario, perché tutta la società borghese è basata sull’imbroglio; l’amico prete deciderà tuttavia di dargli ugualmente l’assoluzione.  Pochi anni dopo, l’anziano collezionista muore serenamente, lasciando al paese la sua collezione di opere d’arte, vere e false.

Palazzo-San-Giacomo

Il salone di casa Parmeggiani, come dipinto in uno dei quadri del museo.

La cornice ed il quadro

Fine

 Commento

Se passate per Reggio Emilia, vi consiglio di fare un salto al museo che raccoglie le collezioni lasciate in eredità alla città da Luigi Parmeggiani, che, sotto il nome di Louis Macy, era stato uno dei più famosi antiquari parigini della belle epoque; avrete l’impressione di essere stati invitati in casa di Swann o di Andrea Sperelli. Poi, magari, vi informerete sul conto di Luigi Parmeggiani sul sito del museo, e scoprirete che colui che avreste considerato un esteta raffinatissimo e fuori dal mondo, era non solo un abile uomo d’affari, ma un falsario e che gran parte delle opere che avete ammirato sono in realtà imitazioni (anche se di un livello talmente alto da diventare opere d’arte a loro volta); che in gioventù  egli aveva trafficato con la dinamite ed era stato un anarchico talmente arrabbiato da aver progettato un attentato contro Camillo Prampolini, il socialista evangelico venerato dai suoi seguaci e rispettato dai suoi avversari (il Briganti del romanzo); e che fu anche sospettato di essere un lenone ed un ricettatore di opere d’arte rubate.

Allora vi chiederete: “Come possono in uomo solo coesistere un anarchico fanatico, un borghese cinico ed uno squisito intenditore d’arte e mecenate?” Nel mio romanzo, la risposta è che la vera personalità di Pariselli (così ho ribattezzato Parmeggiani) era sempre stata l’ultima, quella dell’esteta, fin da quando era un semplice apprendista di ebanisteria, e che le altre (l’anarchico e il falsario) erano maschere assunte in seguito alle circostanze ed alle cattive compagnie. La storia, così, diventa quasi una sacra rappresentazione (non per nulla, nella seconda parte, si discute ampiamente di pittura sacra) con Manrico, Ricochet, Gonzales nel ruolo dei tentatori e l’arte come la voce di Dio, che se non riuscirà a trattenere l’eroe dalla via del peccato, farà almeno sì che la percorra con un passo zoppicante. Riconosco, tuttavia, che Parmeggiani, il falsario che falsò anche sé stesso, è un personaggio molto più romanzesco, poliedrico ed affascinante (anche se nel male) del mio Pariselli, e che per rendergli giustizia ci sarebbe voluta come minimo la mano dell’autore di Uno, nessuno e centomila.

Per villa Brusantini (la residenza nobiliare semiabbandonata su cui il protagonista fantastica da giovane e dove poi entra come padrone sul finire della sua vita)  mi sono ispirato a villa Rasponi a Russi. Il titolo ha un significato triplice: può riferirsi alle cornici su cui Pariselli lavora come ebanista e ai quadri che vende come antiquario; ma anche al rapporto fra l’apparenza (le cornici) e la realtà (i quadri); oppure alla stessa storia, raccontata per flashback (i quadri) incorniciati in una narrazione ambientata durante il fascismo.

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