Arma la prora e salpa verso il mondo

francescobiasiaIncipit

Che noia dover accompagnare la mamma in visita dai nonni. Sì, quando arriviamo va tutto bene. I nonni mi accarezzano, mi fanno dei complimenti, mi chiedono se mi piace andare in prima elementare, o se preferivo l’asilo, e a volte il nonno, per far vedere che è ancora forte, mi fa fare il gioco dell’ascensore: mi prende sotto le braccia e mi tira su. Però, dopo cinque minuti, tutti e tre (mamma e nonni) si mettono a chiacchierare e non si ricordano più di me. Parlano, parlano, non la finiscono più di parlare, e io devo starmene in un angolo a sentire cose che non capisco; se provo a fare delle domande, loro mi dicono: “Lasciaci parlare. Questi sono discorsi da grandi”; se chiedo alla mamma “Quando andiamo a casa?” lei mi risponde “Adesso” e poi ricomincia con le chiacchiere come se niente fosse; e se mi metto a sbuffare e a pestare i piedi, lei magari mi porta a casa, ma una volta che siamo lì mi dà una sgridata che mai, ed è meglio annoiarsi. Il massimo che mi concedono, se si accorgono che proprio mi annoio, è di lasciarmi andare nella stanza accanto. Peggio di queste visite, c’è solo quando la mamma mi lascia in macchina, mi dice: “Adesso vado un momento in quel negozio e torno subito” e invece mi lascia solo per un sacco di tempo, e quando ritorna magari mi dà una sberla, perché, per passare il tempo, ho suonato il clacson od attivato il tergicristallo.

 Mi dispiace, ma adesso io sbuffo. La mamma prima ha detto: “È meglio che andiamo a casa, se no Beppe si lamenta che lo lascio senza pranzo” e poi ha ricominciato con le chiacchiere, come niente fosse. Una volta ha fatto questo scherzo per tre volte, prima di decidersi a riportarmi a casa. Io non sopporto che i grandi dicano una cosa e poi non la facciano.

La mamma si accorge del mio sbuffo, ma fa finta di niente, non mi sgrida neppure; mi dice soltanto: “Povero bambino, ti stiamo annoiando. Vai a giocare nella stanza accanto, che fra cinque minuti andiamo a casa.” Quando i grandi dicono “ fra cinque minuti”, intendono dire… cinque ore, forse? Non ne sono sicuro, perché a scuola mi hanno insegnato i numeri fino a venti, i metri, i litri ed i chili, ma ancora non ho imparato l’esatta durata di un’ora. Quando voglio guardare i cartoni animati in TV, papà: “Va bene, ma non più di un’ora al giorno”, però anche lì deve esserci il trucco: papà mi spegne il televisore quando mi sembra di averlo appena acceso, ma se vado a controllare sull’orologio, vedo che è davvero passata un’ora. Si vede che gli adulti possono far durare il tempo quanto vogliono.

Trama

Il bambino, stanco di aspettare, decide di tornare a casa da solo, senza chiedere il permesso alla mamma; affronta così, per la prima volta, il mondo da solo, e quello che vede lungo la strada gli ispira delle considerazioni ingenue, come possono esserle quelle di un seienne. La passeggiata si svolge senza incidenti (salvo l’incontro con un drogato davanti ad un bar malfamato) ma, quando è arrivato felicemente a destinazione, il narratore si prende un cicchetto dal padre per aver fatto stare in pensiero la madre.

Commento

Il racconto è, naturalmente, autobiografico: al narratore ho prestato molti dei miei pensieri e dei miei sentimenti di bambino e le strade che percorre sono quelle che vanno da quella che era la casa dei miei nonni a casa mia (anche se, nel descriverle, ho mescolato la Forlimpopoli di quarant’anni fa con quella di oggi).

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