I due specchi gemelli

Incipit

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Uno specchio magico…

Quando Marcia Hennessy entrò nel mio negozio, ero un antiquario poco più che principiante, ma già bravino, scusate l’immodestia. Naturalmente, a quei tempi non svolgevo la mia attività nella più aristocratica galleria di Londra, ma a Soho, in una bottega che gestivo in società con mio zio. Formalmente, mio zio era il principale ed io poco più che un suo dipendente; però ormai lo zio aveva lasciato nelle mie mani il grosso del lavoro, e lasciava che io prendessi tutto il denaro di cui potevo aver bisogno dalla cassa. Ne avevo approfittato per comprarmi un appartamentino da scapolo, che talora abbellivo con qualche mobile, sottratto provvisoriamente alla vendita.

Io mio occupavo degli acquisti, dell’esame ed eventuale restauro della merce e dell’amministrazione; mio zio si occupava della maggior parte delle vendite, poiché i nostri clienti, in genere, erano maturi e tradizionalisti, e non si sarebbero fidati di un commerciante della mia età. Quando però a varcare la porta del nostro negozio era un giovane artista o una coppia di sposini o un musicista pop venuto a spendere un po’ delle sterline guadagnate con le canzoni, delle persone, insomma, sotto ai trent’anni, ero io a condurre la trattativa commerciale.

Marcia Hennessy apparteneva indubbiamente alla categoria delle clienti non ancora trentenni. Oggi il suo nome non dice niente a nessuno, perché la fama di un’indossatrice non ha il tempo di diventare maggiorenne, e dopo vent’anni è già morta e sepolta, ma a quei tempi non si poteva andare in edicola senza vederne la foto sulla copertina di una rivista di moda o sulla prima pagina di un tabloid. Aveva cominciato a fare la modella per pagarsi gli studi universitari, che proseguiva anche dopo aver raggiunto la notorietà, e questo le aveva creato una reputazione di mannequin intellettuale, che leggeva testi di storia nel suo camerino, in attesa di salire sulla passerella.

Riassunto

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…anche se non magico come questo.

Il narratore, George Overburr, è un anziano antiquario che racconta un episodio della sua giovinezza, ai tempi della “swinging London”.  Quando Marcia Hennessy, una giovane ma già affermata modella, viene a fare acquisti nel suo negozio di antichità, egli le propone due specchi, costruiti da Charles Ezzard, famoso tanto come artigiano quanto come alchimista, per conto di Lord Stanhope, un nobile libertino sospettato di praticare la magia nera e morto in circostanze misteriose.  Non curandosi delle voci, secondo cui gli specchi di Ezzard porterebbero sfortuna ai loro proprietari, Marcia ne acquista uno; Overburr, esaminando il mobile in cui è stato inserito l’altro, scopre una lettera di Ezzard, che gli rivela il segreto dei due oggetti. L’artigiano aveva scoperto il sistema per far sì che le immagini riflesse su uno dei due specchi apparissero anche sulla superfice dell’altro, e che anche i suoni venissero trasmessi in maniera analoga. Quando però si era reso conto che Lord Stanhope utilizzava i due specchi per scopi malvagi, Ezzard si era pentito della sua invenzione e, dopo la morte dell’aristocratico, aveva nascosto lo specchio ricevente, mettendo davanti ad esso un vetro qualunque.

George scopre che, rimossa la copertura, lo specchio magico è perfettamente funzionante e che lui adesso è in grado di spiare in casa di Marcia. Spinto dalla curiosità e da un’attrazione inconfessata, l’antiquario segue la vita della donna, fino a quando lei non regala il suo specchio al suo amante Joe Tazzer, una cialtronesca figura di giornalista, che la tradisce volgarmente. Joe prima usa lo specchio per dei giochi erotici con delle prostitute, poi lo passa a Samuel, un allibratore clandestino, per pagare un debito di gioco. L’oggetto rimane appeso nel locale di Samuel, per poi venire distrutto da un colpo di pistola sparato durante un’irruzione della polizia; con la sua distruzione, anche lo specchio gemello, che George aveva continuato ad usare per spiare nelle vite degli altri, perde i suoi poteri e diventa un semplice, anche se pregevole, pezzo di antiquariato. George e Marcia si rivedono, quando la ragazza (che ha rotto con Tazzer ed ha lasciato il mondo della moda) gli riporta lo specchio in frantumi, per salvarne  almeno la bella cornice. Durante una cena,  Marcia rivela a George di aver sempre saputo della sua attrazione nei suoi confronti; e di aver scoperto il segreto dei due oggetti magici quando, andata nell’appartamento dell’antiquario per trattare un acquisto, vide riflessa, nello specchio “ricevente”, l’immagine di Joe a letto con un squillo. I due finiranno per sposarsi, dimostrando così che gli specchi di Ezzard non portano affatto sfortuna.

Commento

Forse è stato un errore ambientare questa storia nell’età contemporanea anziché nel Settecento , visto che gli straordinari poteri dei due specchi non sono, in fondo, altro che un’applicazione del principio della televisione; e forse avrei dovuto curare di più la figura del protagonista, per non farlo sembrare un volgare guardone. All’inizio, progettavo di far passare lo specchio per le mani di almeno una decina di proprietari, in modo che sotto gli occhi di George scorresse tutta una commedia umana; ma poi ho ripiegato su dei propositi meno ambiziosi, e mi sono concentrato sull’aspetto romantico della storia, da fiaba moderna. I due protagonisti, almeno nelle intenzioni, passano dagli amori sbagliati (la passione morbosa di George per gli oggetti di antiquariato, l’infatuazione di Marcia per Joe Tazzer) ad un autentico sentimento reciproco.

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L’alce numero 10

Incipit

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Un alce delle Highlands

Ogni tanto, un amico mi chiede perché, dopo essere stato un entusiasta seguace di Diana per tutta la vita, da dieci anni abbia appeso il fucile al chiodo. Se l’amico è un ecologista, gli rispondo che mi ero stancato di uccidere animali che non mi avevano fatto nulla; se è un altro cacciatore, gli dico che, con tutte le norme per la difesa della natura che ci sono oggi, l’attività venatoria per me ha smesso di essere un piacere.

Mento in tutti e due i casi; in realtà, le levatacce all’alba, le camminate nei boschi col peso del fucile sulla spalla, l’emozione di riconoscere in una traccia quasi impercettibile sul terreno un’orma di animale e quella di inquadrare nel mirino la preda, le serate negli alberghetti solitari con il bicchiere pieno, mi mancano da morire. Quanto alle limitazioni impostemi dalle leggi a tutela dell’ambiente, per me non sono mai state un problema: il mio piacere era la caccia in sé stessa e non il carniere pieno e certo non mi alzavo all’alba per mangiare bistecche d’alce nel grande banchetto di fine stagione o per riportare a Londra quei trofei cornuti che poi finivo sempre per regalare ai miei amici.

Però, non posso rispondere sinceramente alla domanda dei miei amici, perché, se in qualunque posto diverso da questo club raccontassi quello mi accadde durante la mia ultima battuta di caccia all’alce nelle Highlands scozzesi, i miei ascoltatori più benevoli penserebbero ad una grave ricaduta nell’esaurimento nervoso di cui, a quei tempi, si è tanto parlato.

La verità è che, dieci anni fa, ho violato, non i regolamenti venatori emanati da Sua Maestà, ma una legge ben più antica e misteriosa e per questo ho pagato un prezzo superiore ad una multa di mille sterline.

Riassunto

Il narratore, Nathan Ellkan, è un finanziere londinese, prosaico ed amante della caccia, al punto che ogni anno trascorre le vacanze in una riserva di caccia nelle Highlands scozzesi, gestita da un’affascinante ragazza guardacaccia di nome Callista. Nel circolo chiuso di devoti alla dea Diana si infiltra Omar Bradley, un uomo d’affari americano, cacciatore inetto ma spaccone; questi, che in tutta la stagione non è riuscito a centrare un colpo, scommette che riuscirà ad abbattere un gigantesco alce, che in quei giorni è stato visto nel boschetto di Beargrave. Un irlandese, Eamon, cerca di dissuaderlo, perché, secondo le leggende locali, chi caccia gli animali di quel  boschetto perde la vita o la ragione, e ne racconta alcuni esempi. Nathan e Omar ignorano l’ammonimento e vanno a caccia dell’alce e l’inglese uccide l’animale, soprattutto per dare una lezione al presuntuoso americano. L’alce viene impagliato ed esposto come trofeo negli uffici della riserva, ma fin dal primo giorno Nathan comincia ad essere ossessionato dall’immagine e dal verso dell’animale ucciso. La persecuzione diventa sempre più assillante: Nathan, per sfuggirle, è costretto a lasciare il lavoro ed a rifugiarsi in una clinica. Lì, il suo medico curante gli riferisce di un’altra persona, il colonnello Bleaker, impazzita per essere andata a caccia nel boschetto di Beargrave, e poi guarita dopo essersi affidata ad un druido. Nonostante il suo naturale scetticismo, Nathan allora si rivolge al druido Beltorax, un pittoresco seguace dell’antica religione celtica, che spiega il perché della persecuzione: l’uomo, uccidendo per futili motivi e riducendo a un trofeo un animale sacro, ha offeso gli dei della natura; se vuole sfuggire la loro ira, dovrà riportare il corpo dell’alce nel bosco a cui appartiene e chiedergli perdono. Nathan esegue le istruzioni (a prezzo di un bel po’ di soldi e di qualche situazione grottesca) e promette allo spirito dell’alce di non andare più a caccia; ha un’ultima visione del fantasma (non più minaccioso ma benevolo) e poi, liberato, può tornare alla vita di sempre. Soltanto, il suo hobby preferito non sarà più la caccia ma il birdwatching.

Commento

Lo spunto mi è venuto da una leggenda medievale, riportata da J. A. Cuddon in The Penguin book of ghost stories, secondo la quale Sir Peter del Bearn, dopo aver ucciso un gigantesco orso durante una battuta di caccia, fu poi perseguitato tutte le notti dal fantasma dell’animale. Ho trasferito la storia ai tempi moderni, scegliendo come protagonista di questa fiaba, per contrasto, un personaggio il più prosaico possibile, che anche nel mezzo della tempesta si preoccupa del danno che la sua singolare esperienza potrebbe portare ai suoi affari e alla sua reputazione. Notare anche la struttura a incastro (la storia del colonnello Bleaker inserita in quella del protagonista) che uso spesso nei miei racconti fantastici, non per premeditazione ma perché mi viene naturale. Il personaggiodi Callista è ripreso da un altro mio racconto. Il cacciatore inetto antagonista di Nathan, all’inizio, era un commendatore milanese; l’ho fatto diventare un americano perché altrimenti il racconto, anziché essere lievemente ironico, diventava una commedia all’italiana. Il numero 10 del titolo è riferito al fatto che i membri dell’immaginario club venatorio hanno il permesso di uccidere non più di dieci alci per stagione.

Il club più esclusivo di Londra

Incipit

Ad ogni cambio di stagione, sul Times appare il seguente annuncio a pagamento.

Il Ghost Club è forse il circolo più esclusivo di Londra. Non è riservato agli aristocratici, ai milionari od ai laureati ad Oxford, ma ad una categoria assai più ristretta: chi abbia incontrato il soprannaturale sulla sua strada. In più, la direzione del club è molto riluttante a concedere la qualifica di socio a coloro, quali i medium ed i maghi televisivi, che dell’occulto hanno fatto una professione. Nonostante queste limitazioni, i soci del club sono più numerosi di quanto non si potrebbe pensare, ma, a differenza di quelli dei circoli aristocratici di Saint James, preferiscono non sbandierare ai quattro venti la loro tessera. In effetti, il circolo è stato istituito proprio per consentire a chi abbia avuto certe esperienze di parlarne ad altre persone senza fare la figura del pazzo o dell’adepto di qualche nuova filosofia orientale.

Il Ghost Club, anche se garantisce la massima discrezione ai suoi soci, non è assolutamente una società segreta: chiunque ne abbia voglia può andare nel quartiere di Kensington per vederne l’ingresso della sede o trovarne il numero sull’elenco telefonico. Pubblica un bollettino semestrale e svolge attività filantropica e culturale.

Se avete vissuto esperienze fuori del comune e volete condividerle, forse potrà interessarvi fare un salto alla sede del Ghost Club, ad Argyl Road n. 13.

 Facciamo anche noi un salto ad Argyl Road, in una zona residenziale solitamente trascurata dai turisti. Al n. 13, in un isolato dall’architettura abbastanza anonima, ci sono una targhetta d’ottone accanto alla porta e l’Union Jack sopra la finestra, unici segni esteriori della presenza del Ghost Club. Sfruttando i privilegi riservati alle voci narranti, entriamo nel circolo, senza preoccuparci del custode, incaricato di respingere chiunque non possa esibire la tessera od un permesso firmato dal presidente del Club, e andiamo a dare un’occhiata al salone. Che spettacolo deludente! Non ci sono spiritisti dagli occhi allucinati, maghi col cappello o santoni in tunica con la testa rapata a zero, bensì normalissimi individui in giacca e cravatta, che di regola dovrebbero frequentare i locali per uomini d’affari della City, anziché andare in un club di svitati a discutere d’apparizioni e spiriti. Pochi di loro oserebbero raccontare ai loro amici come trascorrono il sabato pomeriggio; qualcuno lo ha tenuto nascosto perfino alla moglie.

Riassunto

Il club più esclusivo di Londra è la cornice di una serie di racconti a carattere fantastico di cui darò delle anticipazioni negli articoli successivi. Nell’attesa, vi dò l’elenco dei soci del Ghost Club che raccontano, in prima persona, le loro esperienze paranormali:

Il Ghost Club in Argyl Road
(veramente, è un edificio qualunque,
però la strada è quella)

1) Nathan Elkan, uomo d’affari londinese.

2) George Olderburr, antiquario.

3) Jonathan Everton, giornalista del Bows Bell

4) Paul Blake, studioso di storia del Settecento.

5) Robin McRavel, commissario presso la polizia di Edimburgo.

6) Vincenzo Patellani, direttore in pesnione dell’ufficio londinese della Olivetti.

7) Cesare Beccalossi, professore universitario di letteratura italiana.

Un artigianale book-trailer si può trovare su youtube.

Le due porte nel muro

Incipit

Sfondare la parete nera

Rompere in alba la sera.

È il sogno del morituro?

Il voto del nascituro?

Giorgio Caproni – Versicoli del Controcaproni

 La mano dell’onorevole Ciascuno cominciò a tremare ed il bicchiere, ancora pieno per metà di cognac, che teneva stretto, le scivolò dalle dita per andare ad infrangersi sul pavimento. Il deputato non ebbe neanche il tempo di chiedersi se quel tremito fosse dovuto a quel po’ di liquore che aveva bevuto od all’emozione dell’avventura galante; vide, per un’ultima volta, la sua mano, con la fede che stringeva il suo anulare da più di trent’anni e subito un velo scese sopra i suoi occhi. Nella sua mente si formò un embrione di pensiero: “Non adesso, almeno il tempo…”. Forse intendeva: “Almeno il tempo di veder nascere il mio nipotino”, oppure “Almeno il tempo di uscire da qua e non morire in casa dell’amante”, ma il suo cervello smise di funzionare prima che la frase avesse il tempo di precisarsi. Ci vollero pochi secondi perché l’onorevole Ciascuno fosse stroncato da un ictus cerebrale.

 A pochi chilometri di distanza, ma in un mondo completamente diverso, un essere ancora senza nome viveva beato, immerso nel caldo e nella tranquillità, oltre che nel liquido amniotico. Talvolta, tutta quella beatitudine lo annoiava e sentiva il bisogno di un po’ di azione: agitava il suo piccolo corpo, muoveva gli abbozzi (ormai completamente formati) di braccia e di gambe, s’infilava il ditino nella bocca in cui c’erano già le mascelle; ma si calmava presto, anche perché il cordone che spuntava dalla sua pancia gli impediva di muoversi più di tanto. Aveva gli occhi, ma intorno a lui c’era solo il buio; aveva le orecchie, ma sentiva solo un battito ritmato e regolare sopra la sua testa. Ogni tanto, sentiva che il suo mondo si stava spostando, ma i movimenti arrivavano a lui attutiti dal liquido e non bastavano a turbarlo ed a procuragli la minima inquietudine; altre volte, il battito che gli faceva compagnia assumeva un ritmo più rapido e irregolare, ma presto ritornava alla normalità. Quella condizione durava da un tempo immemorabile (nove mesi) e, per quello che ne sapeva lui, sarebbe potuta andare avanti per l’eternità. Poi, ad un certo momento, senza il minimo preavviso, il liquido che fino allora lo aveva protetto amorosamente cominciò a turbarsi ed un vortice si aprì sotto i suoi piedi. Una forza che non aveva mai conosciuto lo trascinò via e l’essere provò il suo primo sentimento di paura. Forse intuiva che la pace e la sicurezza se n’erano andate e, se anche fossero tornate, non sarebbero mai state più così intere ed assolute.

 Riassunto

Il racconto descrive, con un montaggio alternato, tre vicende contemporanee, che ruotano intorno alla morte di un politico, l’onorevole Ciascuno durante un incontro galante : la venuta al mondo di un bambino (che è poi il nipotino di Ciascuno), descritta adottando il punto di vista del neonato ; le manovre di Ermes, il portaborse del defunto, che, anche se sinceramente addolorato, si preoccupa innanzitutto di evitare uno scnadalo; e i primi passi di Ciascuno nell’aldilà, dove subisce un processo , accusato da un procuratore idealista e impietoso (sè stesso da giovane) che gli rimprovera le bassezze e i compromessi della sua carriera politica, e difeso da una giovane avvocatessa (sua figlia, nonché la madre del bambino) che cerca di far valere davanti al giudice (San Pietro) gli affetti che, nonostante tutto, l’uomo in vita ha potuto suscitare. La sentenza finale viene taciuto, ma Ciascuno si rende conto di aver sbagliato l’impostazione di tutta la sua vita; lo consola soltanto la notizia della nascita del nipotino.

Commento

Nei miei raconti fantastici, in genere, ho seguito il criterio di dipinge uno sfondo tanto più realistico e prosaico quanto più erano inverosimili le vicende che vi avvenivano. Qui, invece, anche se lo spunto di partenza mi è venuto da un vecchio fatto di cronaca (la morte di un deputato democristiano, negli anni ’80, in circostanze simili a quelle del racconto) ho cercato di rendere la vicenda più universale possibile: i nomi sono simbolici (Ciascuno, Ermes, come il dio greco che accompagnava i morti); il tempo potrebbe essere il presente come gli anni ’60 (forse più probabilmente i secondi, visti che Ciascuno è un ipocrita, con qualche resto di idealismo e senso morale, e non un cialtrone compiaciuto) e la storia potrebbe svolgersi a Roma come a Parigi o a Washington. Non è una satira politica, ma una meditazione sui grandi misteri della nascita e della morte; confesso che, scrivendola, ho rivissuto la tristezza dei giorni succesivi alla scomparsa di mio padre.

Paul Gaguin

Paul Gaguin
Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?