L’alce numero 10

Incipit

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Un alce delle Highlands

Ogni tanto, un amico mi chiede perché, dopo essere stato un entusiasta seguace di Diana per tutta la vita, da dieci anni abbia appeso il fucile al chiodo. Se l’amico è un ecologista, gli rispondo che mi ero stancato di uccidere animali che non mi avevano fatto nulla; se è un altro cacciatore, gli dico che, con tutte le norme per la difesa della natura che ci sono oggi, l’attività venatoria per me ha smesso di essere un piacere.

Mento in tutti e due i casi; in realtà, le levatacce all’alba, le camminate nei boschi col peso del fucile sulla spalla, l’emozione di riconoscere in una traccia quasi impercettibile sul terreno un’orma di animale e quella di inquadrare nel mirino la preda, le serate negli alberghetti solitari con il bicchiere pieno, mi mancano da morire. Quanto alle limitazioni impostemi dalle leggi a tutela dell’ambiente, per me non sono mai state un problema: il mio piacere era la caccia in sé stessa e non il carniere pieno e certo non mi alzavo all’alba per mangiare bistecche d’alce nel grande banchetto di fine stagione o per riportare a Londra quei trofei cornuti che poi finivo sempre per regalare ai miei amici.

Però, non posso rispondere sinceramente alla domanda dei miei amici, perché, se in qualunque posto diverso da questo club raccontassi quello mi accadde durante la mia ultima battuta di caccia all’alce nelle Highlands scozzesi, i miei ascoltatori più benevoli penserebbero ad una grave ricaduta nell’esaurimento nervoso di cui, a quei tempi, si è tanto parlato.

La verità è che, dieci anni fa, ho violato, non i regolamenti venatori emanati da Sua Maestà, ma una legge ben più antica e misteriosa e per questo ho pagato un prezzo superiore ad una multa di mille sterline.

Riassunto

Il narratore, Nathan Ellkan, è un finanziere londinese, prosaico ed amante della caccia, al punto che ogni anno trascorre le vacanze in una riserva di caccia nelle Highlands scozzesi, gestita da un’affascinante ragazza guardacaccia di nome Callista. Nel circolo chiuso di devoti alla dea Diana si infiltra Omar Bradley, un uomo d’affari americano, cacciatore inetto ma spaccone; questi, che in tutta la stagione non è riuscito a centrare un colpo, scommette che riuscirà ad abbattere un gigantesco alce, che in quei giorni è stato visto nel boschetto di Beargrave. Un irlandese, Eamon, cerca di dissuaderlo, perché, secondo le leggende locali, chi caccia gli animali di quel  boschetto perde la vita o la ragione, e ne racconta alcuni esempi. Nathan e Omar ignorano l’ammonimento e vanno a caccia dell’alce e l’inglese uccide l’animale, soprattutto per dare una lezione al presuntuoso americano. L’alce viene impagliato ed esposto come trofeo negli uffici della riserva, ma fin dal primo giorno Nathan comincia ad essere ossessionato dall’immagine e dal verso dell’animale ucciso. La persecuzione diventa sempre più assillante: Nathan, per sfuggirle, è costretto a lasciare il lavoro ed a rifugiarsi in una clinica. Lì, il suo medico curante gli riferisce di un’altra persona, il colonnello Bleaker, impazzita per essere andata a caccia nel boschetto di Beargrave, e poi guarita dopo essersi affidata ad un druido. Nonostante il suo naturale scetticismo, Nathan allora si rivolge al druido Beltorax, un pittoresco seguace dell’antica religione celtica, che spiega il perché della persecuzione: l’uomo, uccidendo per futili motivi e riducendo a un trofeo un animale sacro, ha offeso gli dei della natura; se vuole sfuggire la loro ira, dovrà riportare il corpo dell’alce nel bosco a cui appartiene e chiedergli perdono. Nathan esegue le istruzioni (a prezzo di un bel po’ di soldi e di qualche situazione grottesca) e promette allo spirito dell’alce di non andare più a caccia; ha un’ultima visione del fantasma (non più minaccioso ma benevolo) e poi, liberato, può tornare alla vita di sempre. Soltanto, il suo hobby preferito non sarà più la caccia ma il birdwatching.

Commento

Lo spunto mi è venuto da una leggenda medievale, riportata da J. A. Cuddon in The Penguin book of ghost stories, secondo la quale Sir Peter del Bearn, dopo aver ucciso un gigantesco orso durante una battuta di caccia, fu poi perseguitato tutte le notti dal fantasma dell’animale. Ho trasferito la storia ai tempi moderni, scegliendo come protagonista di questa fiaba, per contrasto, un personaggio il più prosaico possibile, che anche nel mezzo della tempesta si preoccupa del danno che la sua singolare esperienza potrebbe portare ai suoi affari e alla sua reputazione. Notare anche la struttura a incastro (la storia del colonnello Bleaker inserita in quella del protagonista) che uso spesso nei miei racconti fantastici, non per premeditazione ma perché mi viene naturale. Il personaggiodi Callista è ripreso da un altro mio racconto. Il cacciatore inetto antagonista di Nathan, all’inizio, era un commendatore milanese; l’ho fatto diventare un americano perché altrimenti il racconto, anziché essere lievemente ironico, diventava una commedia all’italiana. Il numero 10 del titolo è riferito al fatto che i membri dell’immaginario club venatorio hanno il permesso di uccidere non più di dieci alci per stagione.

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