La carrozza della dama in nero

Icipit

Dal diario di un apprendista libertino

Nel 1788, pochi mesi dopo che a Praga era andato in scena il Don Giovanni, la ben nota vicenda ebbe una replica fuori programma a Londra, con il marchese di Burdon, il più sfrenato libertino dei suoi tempi, nella parte del protagonista. Ci fu però una differenza, rispetto al capolavoro di Mozart: mancava la Statua del Commendatore. Fu una delle vittime del seduttore ad uscire dalla tomba, ed a provvedere da sé alla vendetta.

 Il mio amico Olderburr  ha appena ricordato la figura inquietante di lord Stanhope e la sua tragica fine, ai tempi di Giorgio 2. Il marchese di Burdon tenne, nella sua generazione, il posto che era stato di lord Stanhope e che avrebbe poi occupato lord Byron, ma dei tre fu indubbiamente il meno luciferino: non pasticciava con la magia nera, non aveva ambizioni politiche, non scriveva versi inneggianti a Caino e Satana. Si limitava a cercare il suo piacere a qualunque costo, a tenere intorno a sé una corte di giovani scapestrati, in genere appena arrivati alla maggiore età ma già intenzionati a seguire le orme del loro maestro, e soprattutto a fare collezione di donne. Questa non era solo un’espressione figurata: nella galleria del suo palazzo, al posto delle opere d’arte, aveva fatto mettere delle vetrinette con dei ciuffi dei capelli, ognuno proveniente dalla testa di un’amante diversa, e la collezione era già cresciuta al punto di riempire mezza parete. Ogni cimelio era accompagnato da un’iscrizione in caratteri cifrati, ma spesso, dopo i suoi banchetti, quando era particolarmente allegro e riscaldato dal vino, il marchese assumeva la posa di un vecchio generale che mostra i propri trofei e raccontava ai suoi accoliti a quali donne appartenessero quel ricciolo biondo o quella treccia rossa e in quali circostanza li avesse conquistati.

Riassunto

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Nel famoso quadro di Hogarth, Tom Rakewell congeda la fidanzatina per iniziare la sua carriera di libertino.

Paul Blake, uno studioso del costume settecentesco, riporta  la storia del Robert Leith, marchese di Burdon, così com’è raccontata nel diario e nelle lettere di Richard Barr, amico e compagno di libertinaggio del marchese. Richard, un giovane signorotto di campagna, non ancora del tutto corrotto, confida a Robert di essere perseguitato da Cynthia, la sua vecchia fidanzata del villaggio, che si diverte a mandargli a monte tutte le sue imprese di seduzione; il marchese rivela a sua volta all’amico di essersi trovato lui pure in una situazione simile. Anni prima, fu sul punto di sposare un’ingenua ragazza da lui sedotta e messa incinta, Iphigenia Cooper, ma preferì poi congedarla con una lettera glaciale. Iphigenia morì poi di parto, ma al marchese è sembrato di riconoscerla in una donna in abiti vedovili incontrata ad un ballo. Al ballo successivo, il marchese accetta l’invito della dama in nero a salire sulla carrozza di lei; poche ore dopo, il libertino, morente e delirante viene deposto davanti alla porta di un medico. Barr rifiuta di credere a quella che sembrerebbe l’unica spiegazione possibile, che la misteriosa donna fosse il fantasma vendicativo di Iphigenia; tuttavia, la morte dell’amico lo segna profondamente, inducendolo ad abbandonare il libertinaggio e a sposare Cynthia, che in fondo non ha mai smesso d’amare. Anni dopo, Barr scoprirà casualmente chi fosse in realtà la dama in nero: Electra Cooper, la sorellastra di Iphigenia, che aveva attirato in casa sua Robert, non per vendicarsi ma per chiedergli di riconoscere la figlia nata dalla sua vecchia relazione. Di fronte all’immagine della bambina, il cuore del marchese, malato ed indebolito dagli stravizi, aveva ceduto.

Commento

In questo racconto, (dove, a differenza che negli altri del Ghost Club, il mistero trova alla fine una spiegazione razionale, anche se, lo ammetto, un po’ sforzata e melodrammatica) ho voluto parodiare le trame dei romanzi sentimentali in costume che si vendono nelle edicole ed in cui è d’obbligo la presenza di un “lui” libertino e di una “lei” virtuosa ed ingenua. Lo stesso tema (la vendetta di una ragazza sul suo seduttore) è svolto in contemporaneamente come un romanzo gotico e come una commedia a lieto fine; credo però che mi sia venuto meglio l’intreccio secondario, con Richard e Cynthia, un libertino che è in realtà un ingenuo ed una vergine virtuosa sì, ma anche scaltra. L’ambientazione settecentesca mi ha consentito di utilizzare la tecnica del romanzo epistolare, un genere che il vantaggio di poter mostrare la stessa storia da diversi punti di vista e lo svantaggio di essere diventato anacronistico dopo l’invenzione del telefono.

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