Pensieri sugli stupidi e sui disonesti

Post pubblicato sul forum Italians, del Corriere della sera, in data 30 giugno 2014.

Chiese un discepolo al saggio maestro No-sghei: “Maestro, tu cosa preferiresti: un governante stupido e onesto, od uno intelligente e disonesto”. Rispose No-sghei: “Se tutti gli uomini fossero buoni e onesti, non ci sarebbe bisogno di governanti; per il mondo, quindi, perdere un bravo politico e guadagnare una brava persona sarebbe comunque un affare.” Insistette il discepolo: “E se dovessi farti operare, preferiresti un chirurgo bravo e disonesto, o uno stupido e onesto?” Rispose No-sghei: “Preferirei il primo, se fossi sicuro che smette di essere disonesto, una volta indossato il camice; ma non vorrei che dimenticasse volutamente il bisturi nella mia pancia, in modo da operarmi due volte e ricevere un doppio onorario.”

Chiesero al saggio maestro No-sghei: “È meglio predicare contro gli stupidi o contro i disonesti?” Rispose No-sghei: Uno stupido non può darsi l’intelligenza, anche se predichi contro di lui, mentre un disonesto può astenersi dal rubare per timore del giudizio altrui; è quindi più utile predicare contro i disonesti. Vero è che gli stupidi non se la prenderanno se predichi contro di loro, perché crederanno che tu stia parlando di qualcun altro, mentre i disonesti capiranno che i rimproveri sono rivolti a loro, e ti prenderanno a sassate; è quindi più sicuro predicare contro gli stupidi.”

Chiesero al saggio maestro No-sghei: “Cosa significa il tuo nome?” Rispose No-sghei: “Significa che, seguendo i miei insegnamenti, non si fanno gli sghei.”

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Il pianeta dei romanzi

Incipit

 Quella scoperta mi lasciò atterrito. Che cos’era dunque l’immaginazione? Era lei che faceva esistere quello che credeva di inventare o non inventava nulla perché tutto già esisteva?

Alberto Ongaro La taverna del doge Loredan

Il professor Cesare Beccalossi insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea in un ateneo di provincia. È un bravo insegnante, stimato da alunni e colleghi, ma non è quello che si dice un luminare di fama internazionale ed anche negli ambienti accademici italiani molti ignorano il suo nome. Eppure, rispetto a tutti gli altri suoi colleghi, ha avuto un privilegio. Di solito, un professore entra nel mondo della letteratura con la mente e, talvolta, con la fantasia; Beccalossi è l’unico che ci sia entrato con tutto se stesso.

 Un altro Cesare affermò che avrebbe preferito essere il primo in un paesino di montagna piuttosto che il secondo a Roma. Anche Beccalossi, agli inizi della sua carriera, aveva fatto un ragionamento analogo. Dal momento che Dante, Leopardi, Manzoni, ecc., sono già stati studiati in tutte le salse e continuano ad esserlo dai professori di maggior calibro, se ci si vuole fare un nome come critico letterario è meglio scegliersi un campo poco battuto ed in cui non si abbiano rivali. Per questo, Beccalossi aveva dedicato tutte le sue ricerche alla riscoperta d’autori minori e, in quel momento, era impegnato in dotti e profondi studi sul romanzo poliziesco all’italiana.

Una sera d’inverno, Beccalossi stava andando in treno da Mantova a Parma, dove avrebbe dovuto tenere un intervento su Il giallo fantapolitico dagli anni di piombo ad oggi al convegno su Politica e società nel romanzo italiano postneorealista. Il testo era pronto da un mese, ma rischiava di essere già superato. Quindici giorni prima era uscito ImmagineIl ponte della Pilotta, un giallo ambientato nella capitale dei Farnese, che aveva ottenuto un notevole successo di pubblico per le sue allusioni ad un clamoroso scandalo finanziario. L’autore si era firmato “Gufo Sapiente” e, per qualche giorno, era corsa voce che lo pseudonimo ornitologico nascondesse una persona bene informata sui fatti che avevano scosso la città. Tre giorni prima, un giovane giornalista economico della “Gazzetta di Parma” aveva rivelato di essere l’autore del libro. Tanto meglio per la pubblicità, ma tanto peggio per Beccalossi, che non poteva riscrivere da capo a piedi la relazione ma doveva in ogni caso infilarci almeno qualche allusione al romanzo di cui tutta l’Italia parlava.

 Riassunto

 Il professore universitario Cesare Beccalossi, studioso di letteratura poliziesca, si addormenta mentre è sul treno per Parma, impegnato nella lettura di un romanzo giallo, intitolato Il ponte della Pilotta; al risveglio, scopre di essere entrato in una dimensione parallela, dove i romanzi sono reali e la nostra realtà è quella dei romanzi. Così, in questa Parma parallela, Fabrizio del Dongo e il capitano Bellodi, sono realmente esistiti e a loro sono dedicate delle piazze; viceversa, Callisto Tanzi o Tamara Baroni esistono soltanto come personaggi da romanzo. Il professore incontra così due figure del libro che stava leggendo, l’ingenuo Alfredo e la dark lady Fulvia; pranza con l’investigatore, il commissario Gaudenzi, e gli rivela la soluzione del mistero; infine, scopre di essere lui stesso un personaggio. Appare infatti, anche se solo per un paio di pagine, in un romanzo erotico, L’ospite non invitato, che ha come protagonista un suo amico e collega, il Immagine2professor Bonghi… Beccalossi si addormenta fra le pagine del libro e, quando si risveglia, è ritornato nella sua realtà consueta. Un semplice incubo? Forse no, visto che la storia raccontata in L’ospite non invitato (una relazione fra Bonghi e una sua allieva) si rivela realmente accaduta; e che di lì a poco esce una nuova edizione de Il ponte della Pilotta, con un’importante variante nella trama: a differenza che nella prima stesura, il commissario Gaudenzi, grazie alle indicazioni fornitegli da un misterioso vecchietto, riesce a risolvere il caso e a salvare Fulvia da una morte tragica.

Commento

Un altro racconto alla Borges o alla Pirandello, scritto in precedenza e poi inserito nel ciclo del Ghost Club (è, infatti, l’unico delle serie non in prima persona). L’idea del personaggio che entra nel libro o nel film non è nuova (basti pensare a La rosa purpurea del Cairo), però l’idea di raddoppiarne l’effetto, immaginando che, dove il romanzo è realtà, la nostra realtà sia un romanzo, credo che non sia venuta a nessuno. Avere ambientato la storia a Parma è stato un omaggio ad una città che amo moltissimo, legata all’unico dei miei anni di insegnante che ricordi con soddisfazione.

Una pipata in poltrona

Incipit

Prima di iniziare il resoconto di ciò che mi avvenne nel 1952, in occasione del mio primo viaggio a Parigi, ho avuto molte esitazioni. Quella che voi state per leggere è una storia talmente incredibile che mai ho osato raccontarla a nessuno, ed io stesso mi chiedo se l’ho vissuta o sognata; voi ignoti lettori, probabilmente, la considererete una novella alla Poe o un’allucinazione. Dal momento, però, che proprio in seguito al mio viaggio a Parigi, la famiglia Patellani si è liberata di un sospetto che pesava su di lei da centotrenta anni, mi è sembrato giusto mettere su carta un resoconto della mia esperienza. Prima della mia vicenda personale, tuttavia, sono obbligato a raccontarvi i lontani antefatti, che risalgono ai tempi in cui Garibaldi era un marinaio di vent’anni e I promessi sposi la novità letteraria del momento.

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Riunione di carbonari

Nel 1827, il mio prozio Vincenzo Patellani, viveva a Parigi, dove era stato mandato ad impratichirsi nell’arte del commercio internazionale presso la ditta di un amico di famiglia. Prima di partire, il giovane Vincenzo aveva ricevuto dal padre tre istruzioni: lavorare con diligenza e rispettare il principale come un genitore; tenersi lontano dal vino, dal gioco, dalle donne e dagli altri piaceri così facili da trovare sulle rive della Senna; e non impicciarsi nella politica, perché quello è un gioco da cui si rischia sempre di uscire con le ossa rotte, e che è meglio lasciare alle persone cui Dio ha assegnato l’autorità del governo. Vincenzo era stato un figliolo ubbidiente per due terzi. Aveva seguito le due prime istruzioni con tanta diligenza che di più non se ne poteva desiderare, ma aveva infranto in pieno l’ultima. Come tutti i giovani del suo tempo, era di idee liberali e patriottiche, e, una volta arrivato a Parigi, quasi non aveva finito di disfare i bagagli che già era entrato in una società segreta, di stampo carbonaro, chiamata I fratelli cisalpini.

È inutile cercarne il nome alla lettera F dell’enciclopedia. In quegli anni, ogni settimana nasceva una nuova società patriottica che, nel giro di un anno, aveva già concluso il suo ciclo vitale: era stata scoperta dalla polizia od assorbita da un’organizzazione più grande oppure, semplicemente, si era sciolta. La maggior parte di loro non ha lasciato traccia nella storia, e per trovare informazioni sul loro conto bisogna spulciare pazientemente i vecchi libri di memorie o i testi di storia più specialistici.

Riassunto

Il narratore, Vincenzo Patellani, racconta di un’esperienza straordinaria avvenutagli mentre si trovava a Parigi per fare delle ricerche storiche su un suo prozio  dallo stesso nome. Costui, nel 1827, aveva fatto parte di una setta di tipo carbonaro, presieduta dal conte Luigi di Valdisola, i cui membri erano stati tutti arrestati dalla polizia in seguito ad una delazione. Il conte era morto in circostanze misteriose; Vincenzo era scampato all’arresto e per questo motivo aveva dovuto passare tutta la vita sotto il sospetto infamante di essere lo sconosciuto delatore. Il narratore  va a visitare, nel quartiere del Marais, la casa museo del poeta romantico Daniel Prouvaire, amico e compagno di idee del suo antenato; lì, si lascia convincere a fumare il calumet della pace che il poeta si era portato dietro dai suoi viaggi in America e che offriva ai suoi ospiti, dopo averlo caricato con misteriose droghe indiane. Vincenzo  junior, allora, sogna o rivive una scena della vita di Vincenzo senior, svoltasi in quella stessa casa: l’incontro con “l’abate Herrera” (in realtà, un poliziotto travestito da prete). Dalla conversazione, risulta inequivocabilmente che il vero traditore  era proprio il conte Luigi, che poi si era fatto uccidere in duello per il rimorso. Vincenzo senior, venuto in possesso delle lettere scambiate fra Luigi e “Herrera”, rifiuta sdegnato l’offerta del poliziotto, di consegnargli il carteggio compromettente in cambio dell’impunità; ha però degli scrupoli di coscienza ad infamare pubblicamente il suo amico morto e, assieme al suo amico Prouvaire, decide di nascondere i fogli scottanti fra le pagine di una copia della Summa theologica, e di renderle pubbliche solo in caso di bisogno. A questo punto, la visione si interrompe e Vincenzo junior torna nel suo corpo; più tardi, troverà nella biblioteca di famiglia il volume di san Tommaso con, all’interno, i documenti che scagionano definitivamente la memoria del suo antenato.

Commento

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L’abate Herrera nel film “Splendori e miserie delle cortigiane”, tratto da Balzac.

Quando ho scritto questo racconto (pensato a parte e poi inserito nel ciclo del Ghost Club; per questo ha un protagonista italiano e non inglese) mi ero dedicato alla lettura dei romantici francesi, e lo si vede. Daniel Prouvaire, nel suo viaggio fra gli indiani di America, aveva seguito le orme di Chateaubriand; l’abate Herrera è una delle tante incarnazioni di Vautrin nella Commedia Umana. (Del resto, stando al racconto, anche Balzac era tra i frequentatori di casa Prouvaire…) L’idea di un potere psichico, che consenta di rivivere le esperienze dei propri antenati, mi è piaciuta tanto che l’ho sviluppata poi in un intero romanzo intitolato Lo sguardo di Giano.