Una pipata in poltrona

Incipit

Prima di iniziare il resoconto di ciò che mi avvenne nel 1952, in occasione del mio primo viaggio a Parigi, ho avuto molte esitazioni. Quella che voi state per leggere è una storia talmente incredibile che mai ho osato raccontarla a nessuno, ed io stesso mi chiedo se l’ho vissuta o sognata; voi ignoti lettori, probabilmente, la considererete una novella alla Poe o un’allucinazione. Dal momento, però, che proprio in seguito al mio viaggio a Parigi, la famiglia Patellani si è liberata di un sospetto che pesava su di lei da centotrenta anni, mi è sembrato giusto mettere su carta un resoconto della mia esperienza. Prima della mia vicenda personale, tuttavia, sono obbligato a raccontarvi i lontani antefatti, che risalgono ai tempi in cui Garibaldi era un marinaio di vent’anni e I promessi sposi la novità letteraria del momento.

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Riunione di carbonari

Nel 1827, il mio prozio Vincenzo Patellani, viveva a Parigi, dove era stato mandato ad impratichirsi nell’arte del commercio internazionale presso la ditta di un amico di famiglia. Prima di partire, il giovane Vincenzo aveva ricevuto dal padre tre istruzioni: lavorare con diligenza e rispettare il principale come un genitore; tenersi lontano dal vino, dal gioco, dalle donne e dagli altri piaceri così facili da trovare sulle rive della Senna; e non impicciarsi nella politica, perché quello è un gioco da cui si rischia sempre di uscire con le ossa rotte, e che è meglio lasciare alle persone cui Dio ha assegnato l’autorità del governo. Vincenzo era stato un figliolo ubbidiente per due terzi. Aveva seguito le due prime istruzioni con tanta diligenza che di più non se ne poteva desiderare, ma aveva infranto in pieno l’ultima. Come tutti i giovani del suo tempo, era di idee liberali e patriottiche, e, una volta arrivato a Parigi, quasi non aveva finito di disfare i bagagli che già era entrato in una società segreta, di stampo carbonaro, chiamata I fratelli cisalpini.

È inutile cercarne il nome alla lettera F dell’enciclopedia. In quegli anni, ogni settimana nasceva una nuova società patriottica che, nel giro di un anno, aveva già concluso il suo ciclo vitale: era stata scoperta dalla polizia od assorbita da un’organizzazione più grande oppure, semplicemente, si era sciolta. La maggior parte di loro non ha lasciato traccia nella storia, e per trovare informazioni sul loro conto bisogna spulciare pazientemente i vecchi libri di memorie o i testi di storia più specialistici.

Riassunto

Il narratore, Vincenzo Patellani, racconta di un’esperienza straordinaria avvenutagli mentre si trovava a Parigi per fare delle ricerche storiche su un suo prozio  dallo stesso nome. Costui, nel 1827, aveva fatto parte di una setta di tipo carbonaro, presieduta dal conte Luigi di Valdisola, i cui membri erano stati tutti arrestati dalla polizia in seguito ad una delazione. Il conte era morto in circostanze misteriose; Vincenzo era scampato all’arresto e per questo motivo aveva dovuto passare tutta la vita sotto il sospetto infamante di essere lo sconosciuto delatore. Il narratore  va a visitare, nel quartiere del Marais, la casa museo del poeta romantico Daniel Prouvaire, amico e compagno di idee del suo antenato; lì, si lascia convincere a fumare il calumet della pace che il poeta si era portato dietro dai suoi viaggi in America e che offriva ai suoi ospiti, dopo averlo caricato con misteriose droghe indiane. Vincenzo  junior, allora, sogna o rivive una scena della vita di Vincenzo senior, svoltasi in quella stessa casa: l’incontro con “l’abate Herrera” (in realtà, un poliziotto travestito da prete). Dalla conversazione, risulta inequivocabilmente che il vero traditore  era proprio il conte Luigi, che poi si era fatto uccidere in duello per il rimorso. Vincenzo senior, venuto in possesso delle lettere scambiate fra Luigi e “Herrera”, rifiuta sdegnato l’offerta del poliziotto, di consegnargli il carteggio compromettente in cambio dell’impunità; ha però degli scrupoli di coscienza ad infamare pubblicamente il suo amico morto e, assieme al suo amico Prouvaire, decide di nascondere i fogli scottanti fra le pagine di una copia della Summa theologica, e di renderle pubbliche solo in caso di bisogno. A questo punto, la visione si interrompe e Vincenzo junior torna nel suo corpo; più tardi, troverà nella biblioteca di famiglia il volume di san Tommaso con, all’interno, i documenti che scagionano definitivamente la memoria del suo antenato.

Commento

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L’abate Herrera nel film “Splendori e miserie delle cortigiane”, tratto da Balzac.

Quando ho scritto questo racconto (pensato a parte e poi inserito nel ciclo del Ghost Club; per questo ha un protagonista italiano e non inglese) mi ero dedicato alla lettura dei romantici francesi, e lo si vede. Daniel Prouvaire, nel suo viaggio fra gli indiani di America, aveva seguito le orme di Chateaubriand; l’abate Herrera è una delle tante incarnazioni di Vautrin nella Commedia Umana. (Del resto, stando al racconto, anche Balzac era tra i frequentatori di casa Prouvaire…) L’idea di un potere psichico, che consenta di rivivere le esperienze dei propri antenati, mi è piaciuta tanto che l’ho sviluppata poi in un intero romanzo intitolato Lo sguardo di Giano.

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