Luna sul Vietnam

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 Sembra più facile per l’uomo girare

nello spazio attorno alla terra,

che non convivere sulla terra.

Vittorio G. Rossi

Incipit

Era la notte del 20 luglio 1969, ma il sergente Tood Caveman ed il caporale Sam Polite non lo sapevano; dal giorno in cui i vietcong li avevano catturati avevano perso la cognizione del tempo.

Il loro plotone aveva lasciato il campo fortificato di Fram Pul, per controllare la presenza dei vietcong in alcuni villaggi dei dintorni; i soldati erano tranquilli. Sembrava uno di quegli incarichi che servono solo ad impedire che i soldati si impigriscano, stando per una settimana senza marce sotto il sole e le zanzare, visto che quei villaggi erano stati già controllati una decina di volte, senza trovarvi altro che vecchi, donne e bambini. Anche stavolta, per i primi tre villaggi, quasi deserti, tutto era andato bene: una perquisizione, un interrogatorio pro forma a chi aveva l’aria di essere il capo e, al momento di andarsene, il dono di qualche scatoletta per mantenere buoni rapporti con la popolazione civile. Poi il reparto aveva lasciato le strade più battute e si era addentrato nella giungla per controllare un villaggio sorto intorno ad un antico monastero buddista; e lì i vietcong c’erano. Forse venivano da una nuova base, nata nelle due settimane trascorse dall’ultimo rastrellamento, o forse erano un reparto scacciato da un’altra provincia e che era venuto a rifugiarsi in quella che fino ad allora era stata una zona relativamente tranquilla; sta di fatto che avevano fatto un’imboscata in piena regola ed avevano fatto fuori tutto il plotone. Si erano salvati solo Todd e Sam.

Rientrava nella logica darwiniana che Caveman fosse rimasto incolume: era un veterano indurito ed addestrato alla sopravvivenza da quattro anni di guerra, dieci anni di esercito e diciotto anni di vita civile nei quartieri più malfamati e violenti della metropoli. La sopravvivenza di Polite, invece, doveva considerarsi un caso fortunato. Quando Polite era arrivato a Fram Pul, Caveman, si era detto fra sé e sé: “Questo dura poco.”

Polite, fino ad un anno prima, era riuscito a sfuggire il servizio militare grazie al rinvio per gli studenti universitari; aveva sperato che la guerra sarebbe finita, in un modo o nell’altro, prima della sua laurea ma era stato più facile, per lui, buttare giù una tesi di centocinquanta pagine piuttosto che, per i capoccioni di Washington, trovare una via d’uscita dal pantano del Mekong. Aveva poi sperato di essere riformato, poi di non essere mandato in Indocina, poi di venire assegnato ad un lavoro d’ufficio a Saigon; e invece si era trovato a Fram Pul, col vago incarico di “incaricato dei rapporti con la popolazione”. In pratica, siccome conosceva il francese, il suo compito era di fare da interprete con i contadini che conoscevano la vecchia lingua coloniale e di lasciare loro le scatolette quando il plotone abbandonava il loro villaggio.

Riassunto

 Durante la guerra in Vietnam, due soldati americani sono catturati dai vietcong in una scaramuccia: uno di loro, il sergente Todd Caveman, è un veterano, rozzo e ignorante, ma reso esperto da anni di guerra e di violenza; l’altro, il caporale Sam Polite, è un giovane intellettuale, appena giunto dall’America e che non ha ancora avuto occasione di combattere. I due vengono portati in un rifugio sotterraneo e sottoposti alla sorveglianza di Van Kham, un soldato vietnamita, che è incaricato anche della loro rieducazione ideologica. La notte del 20 luglio 1969 (la stessa dello sbarco sulla luna) il rifugio vietcong è distrutto da un bombardamento americano; Todd, Sam e Van Kham sono gli unici superstiti. I tre, lavorando assieme, sotto la guida di Todd, riescono a scavare un tunnel; Sam, sospettando che il sergente voglia abbandonare Van Kham nel rifugio, fa in modo che anche il soldato nemico possa uscire dalla trappola. I due americani, costretti a collaborare nonostante la loro reciproca avversione, raggiungono, dopo una marcia massacrante, una villa abbandonata; lì trovano una radio ad onde corte e, pur con qualche difficoltà (visto che nell’esercito americano, tutti sono impegnati a seguire lo sbarco sulla Luna) riescono a riescono a farsi recuperare da un elicottero. La notizia dell’impresa di Armstrong viene accolta con entusiasmo dall’umanista Sam e con indifferenza dal bruto Todd; quanto a Van Kham, una volta che si sarà ricongiunto ai suoi compagni, il suo nuovo comandante lo informerà, per rafforzare il suo morale, che gli alleati russi sono sbarcati sulla luna.

 Commento

 Questo racconto non pretende di essere una rappresentazione realistica del conflitto nel Vietnam; il suo tema è il paradosso per cui l’uomo (nel caso specifico, l’americano) è capace di compiere una grande impresa scientifica, come la conquista dello spazio e, nello stesso momento, di condurre una guerra stupida e distruttiva. Non ho contrapposto americani cattivi e vietcong buoni : tutti e tre i soldati del racconto, in qualunque schieramento combattano, sono, in modo diverso, delle pedine di una partita giocata sopra le loro teste. Anche nel rappresentare il contrasto fra Polite e Caveman ho cercato di evitare il manicheismo: Polite è sicuramente il personaggio umanamente simpatico, però anche lui, per sopravvivere, è costretto ad affidarsi al bruto e a fare conto sul suo senso dell’onore, che gli vieta di abbandonare il compagno. (Del resto, a dichiarare le guerre non sono i bruti dell’esercito ma politici laureati nelle migliori università.) Mi sono concesso una piccola civetteria: per la topografia del racconto, ho trasferito nel Sud-est asiatico la valle del Ronco, tra Forlimpopoli e Meldola; la villa abbandonata dove i due americani trovano rifugio è, in realtà, Villa Paolucci a Selbagnone.

La grande bruttezza

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La bellezza sfigurata

Lettera pubblicata sul forum Italians, in data 7 marzo 2014.

Cari Italians, io lavoro a Bologna da quattordici anni, e in questo tempo ho visto quella che fino a pochi anni or sono era “la città vetrina del PCI” trasformarsi, grazie alle scritte murali, nel set ideale per un film intitolato “La grande bruttezza”. Nel centro storico, al di fuori degli immediati dintorni di Piazza Maggiore, quasi non c’è un muro, anche appartenente a palazzi storici, che non sia stato deturpato dagli slogan politici, che vanno dall’enigmatico (“Quanto a voi vi puniremo solo con la nostra fuga”) al sanguinario (“Più sbirri morti”) non contando i semplici, ma ugualmente orribili, scarabocchi.

Non è difficile capire perché Bologna sia tanto bersagliata dai graffittari: è una sede universitaria, con l’ulteriore svantaggio di avere l’ateneo proprio nel suo cuore, ed ha attirato una quantità di sessantottini in ritardo, percentualmente trascurabile rispetto alla massa degli studenti, ma sufficiente a sfigurare il volto della città che li ospita. (Ho visto lo stesso deprimente spettacolo sui muri di Pisa, anche se su un’area meno estesa). Quello che non si capisce è perché nessuna delle amministrazioni succedutesi sotto le due torri abbia sentito il bisogno di offrire ai propri cittadini un’operazione di ripulitura, e abbiano tutte lasciato nuove scritte aggiungersi alle vecchie, anno dopo anno.

Questo weekend, poi, proprio quando si cercava di rilanciare l’immagine di Bologna come città d’arte con la mostra su Vermeer, i graffitari hanno realizzato un exploit: hanno raddoppiato il danno in un colpo solo, decorando le principali vie della città con scritte in onore dei NO TAV, alla distanza di una ogni cento metri. Sotto una di esse, che diceva “Terrorista è chi devasta l’ambiente” un anonimo cittadino ha attaccato questo foglietto scritto a penna “E invece, chi devasta le città no?”. Il foglietto con l’educata protesta è sparito dopo un giorno; la scritta c’è ancora, e resterà probabilmente fino alla consumazione dei secoli.

Alla lettera, aggiungo qualche riga di precisazione. Se nel testo me la sono presa coi no-tav e i sessantottini in ritardo, non è stato per motivi politici (detesto ugualmente quelli che usano i muri per inneggiare al Duce). E’ perchè i contestatori di estrema sinistra sono oggettivamente, almeno a Bologna, gli autori della stragrande maggioranza degli scempi ; e perchè, alla mancanza di senso civico, aggiungono il peccato di presunzione. Chi scrive su un palazzo storico “Cinzia, ti amo” o “Forza Milan” è ugualmente stupido e vandalico; ma perlomeno non pretende di compiere un eroico atto rivoluzionario.