Venere

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 Il dio dei sogni aveva sospeso le leggi dell’astronomia, secondo le quali Carlo non sarebbe dovuto arrivare alla superficie del pianeta. Il suo corpo sarebbe dovuto essere bruciato dall’attrito dall’atmosfera, come un meteorite di piccole dimensioni; se anche fosse riuscito a non farsi arrostire, l’impatto con il suolo avrebbe dovuto avere sopra le sue ossa l’effetto di uno schiacciasassi. Invece, il nostro eroe vide roteare intorno a sé una cortina di nuvole rosa, ed un attimo dopo era disteso al suolo, senza nemmeno una contusione. Non che fosse del tutto a suo agio: si sentiva il corpo e gli indumenti fradici di sudore e non riusciva a vedere ad un palmo dal naso, a causa della nebbia. Gli tornò in mente una gita scolastica delle medie, quando erano andati a visitare un orto botanico, e appena entrati nella serra si erano dovuti fermare, perché metà classe aveva gli occhiali appannati dal calore.

Carlo dovette muoversi alla cieca per un bel po’ di tempo, ma finalmente uscì dal mare di nebbia e si trovò in un boschetto, simile a quelli terrestri, ma con qualche differenza. Lì era difficile trovare un albero che, in decorosa solitudine, pensasse a produrre foglie e fiori, con la sola compagnia di un po’ di muschio sulla corteccia. Le specie dal tronco più esile erano avvolte strettamente da una vite, da un’edera o da qualche altro rampicante; le querce e gli abeti non si limitavano a sfiorarsi fra di loro con la punta dei rami, ma avvolgevano strettamente le loro estremità in nodi inestricabili.

Carlo si fermò per togliersi i vestiti, con l’intenzione di rimetterseli addosso, una volta che si fossero asciugati, ma dopo aver visto che, per quanto li strizzasse, continuavano ad essere bagnati, si rassegnò a proseguire l’esplorazione del pianeta in costume adamitico. Inoltrandosi nel bosco, cominciò a incontrare i rappresentanti della vita animale: gli insetti in guisa di sensali di matrimonio, facevano la spola tra un fiore e l’altro; gli uccelli cantavano dei duetti, ognuno seduto sul ramo del proprio albero, fino a che uno dei due esecutori non decideva di raggiungere l’altro; quanto ai mammiferi, sembrava che, per un rarissimo fenomeno biologico, tutte le loro specie fossero entrate contemporaneamente nella stagione degli amori e non desiderassero altro che un cespuglio discreto dietro cui appartarsi assieme al proprio partner. A un certo punto, a Carlo sembrò di vedere un cane inseguire una lepre e fece, dentro di sé, qualche commento ironico, sulla fame che è più forte dell’amore. Ma poi il cacciatore sorpassò la preda senza degnarla di uno sguardo, e Carlo vide che in realtà l’animale correva verso una cagnetta che lo aspettava al di là di un ruscello. Su quel pianeta, perfino la lotta per l’esistenza sembrava essere stata sospesa.

455px-Tiziano,_venere_di_urbino_02 Riassunto

Carlo attraversa prima un giardino dedicato ai grandi amanti della letteratura, poi un viale affiancato da una fila di statue a carattere erotico (i due volti dell’amore: il sentimento ed il sesso) e infine incontra, nuda su una spiaggia, una sua collega. Si tratta di Verena, impiegata nell’ufficio pubbliche relazione, famosa nella XYZ come ninfomane. Anche Carlo, anni prima, era stato oggetto delle sue attenzioni, ma, disgustato dalla sua volgarità, l’aveva però respinta violentemente, prendendola a sberle; questa volta, poiché nel sogno le inibizioni sono più deboli, soddisfa la richiesta della donna. Raggiunge poi una sonda sovietica, atterrata su Venere anni prima, e a bordo di essa si accinge a ritornare sulla terra.

 Commento

Anche per Venere, non è stato difficile trovare un tema conduttore. Venere era la dea dell’amore, e Verena è una sorta di Venere moderna e degradata, che incarna l’amore ridotto a puro seso e genitalità. Mi sono fatto un punto d’onore nel far sì che Carlo, ad ogni tappa del suo viaggio, utilizzasse un mezzo di trasporto diverso: per ora siamo passati dal pedone cosmico alla sonda spaziale, ma nel prosieguo si vedranno delle cose ben più bizzarre.

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