Dolce stil novo

Incipit

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Cino da Pistoia

 Gaspare rimpiangeva con tutto il cuore di aver dato corda all’infatuazione del suo amico, procurandogli il sonetto di Petrarca. Guido era riuscito a far arrivare la poesia alla sua bella, tramite una fantesca di casa Bentivoglio, e la domenica successiva, a san Giacomo, Cecilia lo aveva salutato con più calore e lo aveva guardato con tenerezza. Sempre tramite la fantesca, Guido aveva allora cominciato una corrispondenza con la figlia del beccaio, inviandole ogni settimana un bigliettino nuovo (sempre in prosa, perché non si poteva scomodare la musa di Francesco quattro volte al mese).

Gaspare aveva cercato di far ragionare l’amico: – La tua bella sa leggere e scrivere?

– Certo; la credi una di quelle povere ragazze plebee, a cui si chiede soltanto di fare figli al marito?

– E allora perché non ti ha mandato un bigliettino di risposta?

– Suo padre è più geloso di lei che il gran Sultano delle donne del suo harem e se scoprisse che lei scambia messaggi con un ghibellino, la manderebbe a san Bartolomeo per farsi suora.

– Siete riusciti almeno a scambiarvi due parole?

– Ogni domenica, quando vado a Messa a san Giacomo, io le dico: “Buona domenica, Monna Cecilia” e lei mi risponde “Buona settimana, messer Guido”. Non possiamo dirci altro, perché ha sempre la madre al suo fianco.

– Secondo me, le lettere non le sono mai arrivate e la tua amica fantesca se ne serve per pulire la cucina.

– Tu dici così, perché non hai sentito il saluto che mi rivolge. Solo una donna innamorata può mettere tanta soavità in quattro parole.

Riassunto

Lo stemma dei Guastavillani (la famiglia di Guido)

L’amore di Guido sembra purtroppo senza speranza: non solo, infatti, Cecilia, tenuta in clausura dal padre, non è neanche in grado di rispondere ai messaggi amorosi, ma Giovanni Bentivoglio dichiara pubblicamente che non accetterà mai di avere un genero ghibellino. Una lezione di diritto, tenuta dal professor Cino Sigibaldi (che non dimentica di essere stato a suo tempo il poeta stilnovista Cino da Pistoia, l’amico di Dante) si trasforma in una conversazione generale fra docente ed allievi (fra cui ci sono il giovane Petrarca e Guido) sull’amore, la poesia e sul male che fanno all’Italia le divisioni fra guelfi e ghibellini. I Frati Gaudenti escogitano un sotterfugio per consentire a Guido di parlare con la sua bella. Ulderico da Parma riesce, grazie ai buoni uffici del guelfo Pier Damiano, a ottenere che i Bentivoglio una sera lo ricevano in casa loro per farsi leggere passato, presente e futuro attraverso un lungo e complicato rito. Ulderico legge nel passato dei Bentivoglio che loro discendono non da umili contadini, ma da re Enzo; poi legge nel loro presente, e li consiglia di non respingere il pretendente della loro figlia; poi legge nel futuro, e si lancia in fantasiose profezie su come sarà Bologna nell’anno 2000 (profezie che, dopo sette secoli, si riveleranno puntualmente esatte; vedi questo  filmato Youtube ). Ma, mentre Ulderico con la sua consumata abilità di ciarlatano, tiene occupati Giovanni Bentivoglio e sua moglie, Guido Guastavillani può parlare attraverso la finestra con Cecilia, accertarsi che il suo sentimento è ricambiato ed avere quella che, in tempi stilnovisti, è la massima soddisfazione per un amante: poter stringere brevemente la mano della sua donna.

Commento

Un futuro collega di Giovanni Bentivoglio

Che Cino da Pistoia e Petrarca si siano conosciuti e abbiano stretto amicizia mentre l’uno era professore e l’altro studente a Bologna, è molto probabile, se non un fatto accertato. È invece, quasi sicuramente, un’invenzione dei Bentivoglio per nobilitare le proprie origini plebee che la loro famiglia discendesse dagli amori fra re Enzo ed una contadina (leggenda ripresa anche da Pascoli nella Canzoni di re Enzo).

L’idea di base del racconto (un falso mago che, coi suoi incantesimi, consente a due giovani amanti di eludere la sorveglianza dei genitori) è presa anch’essa dalla venticinquesima novella di Sabatino degli Arienti  anche se nell’originale la situazione era molto più boccaccesca, con un rapporto adultero in piena regola; mi è sembrato più coerente con il personaggio di Guido che lui si accontentasse di una romantica chiacchierata al chiaro di luna.

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La notte di Capodanno

Incipit

Gli studenti stranieri a Bologna (come Clovis) si riunivano in nazioni, i cui emblemi si possono ammirare ancora oggi al palazzo dell’Archignnasio.

Dobbiamo fare una precisazione al lettore. Gli abbiamo detto che la nostra storia si svolge nel 1321 e adesso stiamo per vedere i nostri personaggi in azione nella notte di Capodanno, pronti a dire addio ad un 1320 che dovrebbe essere già morto e sepolto da tre mesi. Però abbiamo avvertito il lettore, già dalla prima riga, che molte cose sono cambiate in sette secoli; bene, è cambiato anche il tempo.

Oggi il tempo è una cosa meccanica, misurata dagli orologi al quarzo: i giorni cominciano a mezzanotte e gli anni il primo gennaio. Nel medioevo, il tempo era misurato dal sole e dalle stelle: il giorno cominciava dall’alba e l’anno dall’equinozio di primavera. Per cui, come gli antichi romani ignoravano di vivere avanti Cristo, i loro discendenti non immaginavano che il gennaio 1320 sarebbe diventato, in futuro, un gennaio 1321. Gli uomini del medioevo non erano poi così stupidi: è più facile associare le speranze del nuovo anno all’alba del primo giorno di primavera, piuttosto che con l’ora più buia di una gelida notte d’inverno.

Fu appunto verso la fine del 1320, pochi giorni dopo la Pasqua, che Rolandino da Porretta (uno dei dodici frati gaudenti, che non abbiamo ancora avuto occasione di presentare al lettore) incontrò in una taverna Uldarico. Il giovane parmigiano era stato accolto nella confraternita da poche settimane, ma si era già inserito così bene, da non far più sentire a nessuno la mancanza di Marco. Era alto, magro, dal naso aquilino, e con un’espressione seria che gli serviva a meraviglia quando giocava a fare lo stregone; ma, durante le riunioni dei Frati, rilassava i suoi lineamenti, apriva la bocca al sorriso e sembrava perfino diventare più in carne. Quando poi si metteva a raccontare il modo in cui era riuscito a fare pratica nell’arte del salasso su qualche borsa, animando la narrazione coi gesti ed imitando la voce dei suoi “clienti”, lo si sarebbe detto un giullare con anni di esperienza nell’arte di tenere allegra la gente.

Riassunto

“Quando qualcuno tira in ballo i templari, è quasi sempre un matto” (U. Eco)

Rolandino incontra in una taverna Uldarico, mentre sta esercitando l e sue arti di ciarlatano con uno studente francese, di nome Clovis, a corto di denaro. Durante il colloquio, Clovis si lancia in alcuni confronti ingenerosi fra la Francia, in pieno fulgore, e l’Italia in decadenza. I due frati gaudenti, offesi nel loro orgoglio nazionale, decidono di vendicarsi con una burla. Uldarico si presenta da Clovis, fingendosi un adepto della sapienza occulta dei templari, e proponendogli di risolvere i suoi problemi finanziari, facendolo viaggiare, a cavallo di un demonio, fino a Parigi, dove potrà chiedere direttamente i denari al padre. Clovis, dopo qualche esitazione, accetta. La notte di capodanno del 1321,(vale a dire, il 21 marzo) nell’attuale piazza Malpighi, viene effettuato l’incantesimo e Clovis, dopo aver consegnato una borsa di denaro a Uldarico, viene fatto salire in groppa al demonio Roldaporre (vale a dire, a Rolandino da Porretta truccato da demonio). “L’infernale cavalcatura”, tuttavia, si imbizzarrisce e butta lo sfortunato studente francese nel fossato, pieno di acqua fangosa, che circonda le mura della città. I frati gaudenti, burloni ma gentiluomini, non vogliono abusare dello scherzo e restituiscono a Clovis la borsa di denaro.

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Manoscritto di Sabatino degli Arienti

Commento

Questo è il capitolo meno originale del libro; l’ordito della beffa a Clovis, infatti, è tratto dalla ventiquattresima Novella porretana di Sabatino degli Arienti, che ho potuto consultare, nonostante sia un testo di scarsa diffusione, perché era fra i titoli della Letteratura italiana Zanichelli su CD. Alla storia originale ho aggiunto l’elemento di sfida nazionalista e le allusioni ai templari.

Il poeta e lo stregone

Incipit

Francesco Petrarca

Marco da Lugo tenne la parola. Sostenne l’esame conclusivo due settimane dopo e, a differenza di Taddeo Pepoli, per il dottorato non ebbe feste e banchetti: suo padre non era l’uomo più ricco d’Italia, ma un notaio di provincia. Il padre di Marco arrivò da Lugo, tre giorni prima dell’esame, e monopolizzò il figlio fino al momento in cui entrambi uscirono a cavallo da Porta Ravennate, e i frati gaudenti dovettero accontentarsi di una breve visita di congedo al loro compagno, senza neppure avere la consolazione di offrirgli un’ultima bevuta. Qualcuno di loro, vedendo il padre di Marco, vecchio e rinsecchito da una vita passata a rogare atti in una cittadina sperduta fra le paludi della Val Padana, forse ebbe un brivido pensando al futuro di Marco. L’allegro goliardo avrebbe cominciato con l’aiutare il padre nel lavoro, dopo qualche anno ne avrebbe preso il posto e, nel giro di una generazione sarebbe stato identico al genitore, nel carattere e forse anche fisicamente. Se avesse avuto un figlio maschio, lo avrebbe mandato a Bologna, sperando che studiasse con impegno e non perdesse tempo in sciocchezze quali la Confraternita dei Frati Gaudenti.

Ma, a vent’anni, la stagione della malinconia dura una settimana al massimo e i frati gaudenti trovarono presto di che consolarsi nelle feste di carnevale.

Quando arrivò la quaresima, i nostri amici ormai non pensavano più a chi li aveva lasciati. Nella loro prima riunione in tempo di penitenza, (molto più composta delle solite, senza vino e senza schiamazzi) Bernardo domandò ai suoi frati se conoscessero qualcuno degno di occupare il dodicesimo posto rimasto vuoto. Nessuno, però, volle presentare una candidatura per primo.

– Va bene, vorrà dire che sarò io fare una proposta. – fece Bernardo. – Gaspare, che ne diresti se eleggessimo frate gaudente il tuo amico di Arezzo? Ho sentito raccontare che scrive dei versi e, da quando sono diventato priore, ho speso accarezzato l’idea di avere tra i miei frati un nuovo Guinzelli.

– Per favore, chiunque altro fuorché lui, – rispose Gaspare. – È già difficile sopportarlo quando sono nel mio alloggio e non voglio averlo fra i piedi anche qui.

Riassunto

Lo stemma dei Bentivoglio

Il giovane di Arezzo di cui si parla altri non è che il giovane Francesco Petrarca, venuto a studiare legge a Bologna per eseguire la volontà del padre, ma il cui interesse principe, già da allora, sono gli studi umanistici e che tormenta l’impoetico Gaspare, suo compagno di stanza al collegio, con le sue dissertazioni sulle cause della decadenza della poesia. Scartata l’ipotesi Petrarca, Mercuriale propone di far entrare nell’ordine il suo amico Ulderico da Parma, uno studente di medicina che si mantiene agli studi con l’attività di ciarlatano, facendosi passare per mago e alchimista, e la proposta viene accettata all’unanimità. Uno dei frati gaudenti, Guido Guastavillani, figlio di una nobile famiglia ghibellina, confida a Gaspare di essersi innamorato di Cecilia Bentivoglio, la bellissima figlia del beccaio Giovanni Bentivoglio, il più fanatico e violento dei guelfi bolognesi. Guido ottiene da Gaspare un favore particolare: un sonetto d’amore per Cecilia, scritto dal suo compagno di collegio. (È così che Petrarca inizia la sua carriera di poeta in volgare).

Commento

Nel 1321, Petrarca era davvero studente di diritto a Bologna; sarebbe stato un peccato non approfittarne per farlo apparire nel romanzo (anche se non prende parte, in senso stretto, all’azione, e si limita a fare da coro). Naturalmente, il Petrarca non è ancora il grande poeta che entrerà nella storia della letteratura: è un ragazzo dalla cultura precoce, un po’ saputello e che ostenta il suo disprezzo per la poesia in volgare e per quella amorosa (non sospettando che saranno proprio le sue poesie d’amore in italiano a renderlo immortale.)

La storia d’amore fra Guido Guastavillani e Cecilia Bentivoglio non può non ricordare quella fra Giulietta e Romeo e del resto, volento raccontare una storia d’amore ai tempi delle lotte di fazione, è impossibile sfuggire al confronto con Shakespeare. Tuttavia, bisogna anche aggiungere che, secondo alcuni, all’origine della storia dei due amanti veronesi ci sarebbe quella di Imelda Lambertazzi e Bonifacio Geremei, raccontata nella decima delle Novelle Porretane di Sabatino degli Arienti (il Boccaccio bolognese).

Imelda e Bonifacio

La gente nova e i subiti guadagni

Incipit

Questa è una storia di sette secoli fa. A quei tempi, Dante era ancora vivo, il papa stava ad Avignone e Bologna era una cittadina, che non arrivava neppure a coprire del tutto quello che oggi è il suo centro storico; ma certe cose non sono cambiate neppure in sette secoli. Allora come oggi, l’Italia era divisa in due partiti che si odiavano ferocemente e Bologna era abitata per metà da petroniani e per metà da studenti universitari, che portavano in città ricchezza e problemi.

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Taddeo Pepoli

Quel sabato di gennaio del 1321, una settimana dopo la festa dell’Epifania, il cielo si era mantenuto sereno e l’aria era fresca, ma non tanto da impedire a mezza città di andare in Piazza Maggiore, per la festa di laurea di Taddeo Pepoli. Che un cittadino bolognese raggiungesse il dottorato era un fatto quasi quotidiano, ma Taddeo Pepoli non era un cittadino qualunque. Era il figlio di Romeo Pepoli, l’uomo più ricco della città e forse d’Italia. Ufficialmente, il comune aveva voluto festeggiare sontuosamente il nuovo dottore, per gratitudine verso il padre che con la sua munificenza consentiva a Bologna, anche ora che l’Università non le portava più tutta la ricchezza di un tempo, di arricchirsi di nuovi palazzi e nuovi servizi pubblici. In realtà, tutti sapevano che né il podestà, né il capitano del popolo, e neppure il legato del papa, avrebbero potuto permettersi di alzare il dito pollice, se Romeo Pepoli non fosse stato d’accordo; e che gli affari della città non si trattavano più nei palazzi del comune, ma nella casa del plutocrate, tanto dimessa all’esterno, quanto colma al di dentro di denaro.

Nonostante la sua generosità, Romeo Pepoli reggeva ben strette le briglie della città e non esitava ad usare la striglia quando era necessario. I cittadini non lo amavano, e molti lo disprezzavano per il modo in cui aveva accumulato la sua ricchezza, ma quasi tutti lo tolleravano. I guelfi, che a Bologna costituivano tradizionalmente la maggior parte della popolazione, preferivano un padrone guelfo ad un padrone ghibellino; i neutri preferivano un padrone qualunque alle lotte continue del tempo dei Lambertazzi e dei Geremei; i ghibellini più accesi erano stati banditi, e quelli rimasti in città preferivano mordere il freno di un padrone odiato alla misera esistenza dell’esule.

Riassunto

Un frate gaudente (vero)

La festa per la laurea di Taddeo si svolge con grande sfarzo e il signore di Bologna si permette anche di far sedere il beccaio Giovanni Bentivoglio (suo acceso seguace) in mezzo agli altezzosi nobili ghibellini; poi, a guastare la festa, al vecchio Pepoli viene portata in dono una pecora, accompagnata da alcuni versi latini, che ironizzano sulla sua attività di usuraio e sulla vigliaccheria dei bolognesi, che si lasciano tosare da lui. L’autore dello scherzo è Mercuriale, un giovane studente forlivese, membro dell’Ordine dei Frati Gaudenti, un’associazione goliardica, che ha ripreso il nome dell’ordine religioso realmente esistito a Bologna e ricordato anche da Dante. Quella stessa sera, i frati gaudenti hanno una delle loro allegre riunioni in taverna; il ghibellino Mercuriale e il sua amico guelfo Pier Damiano hanno un’accesa discussione, ma si riappacificano per l’intervento del “priore” dell’ordine, Bernardo; questi fa amare considerazioni sulla rivalità fra i due partiti, che stanno portando l’Italia e la cristianità alla rovina. Uno dei frati gaudenti, Marco da Lugo, annuncia di dover lasciare l’ordine, perché prossimo alla laurea, e la notizia getta un’ombra di malinconia sulla riunione.

Commento

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La scacchiera, simbolo della famiglia Pepoli (ed allusione alle sue attività finanziarie).

La festa di laurea di Taddeo Pepoli è un episodio storico (ne ho trovato la descrizione su un vecchio numero di Storia illustrata), anche se ne ho posticipato la data di un paio d’anni.

È stato un po’ un problema trovare il modo di rendere interessante per il lettore moderno il conflitto tra guelfi e ghibellini, attorno a cui ruota tutto il romanzo. L’ho visto come un conflitto di classi: da una parte i nobili ghibellini, ancora legati ai vecchi valori del feudalesimo e della cavalleria, dall’altra le classi emergenti guelfe, come l’usuraio Romeo Pepoli e il macellaio Giovanni Bentivoglio, che hanno la rozzezza e il pragmatismo dell’uomo che si è fatto da sé. (Tuttavia, i loro figli, che hanno potuto studiare, già cominciano ad assomigliare ai giovani della parte opposta; fra un secolo, Pepoli e Bentivoglio saranno aristocratici a tutti gli effetti). Quello che ho voluto evitare è stato rappresentare una parte come i buoni e l’altra come i cattivi.

Ho fatto di Mercuriale un forlivese, oltre che per un omaggio alla mia terra, perché in effetti, nel medioevo, Forlì era una delle città d’Italia più fanaticamente guelfe ed ostili al potere temporale dei papi; la sua controparte, Pier Damiano, è Faentino, perché la città delle ceramiche, nel medioevo, era l’unica città visceralmente guelfa della Romagna (ed è tuttora una sorta di enclave cattolica in una regione tradizionalmente anticlericale).