La gente nova e i subiti guadagni

Incipit

Questa è una storia di sette secoli fa. A quei tempi, Dante era ancora vivo, il papa stava ad Avignone e Bologna era una cittadina, che non arrivava neppure a coprire del tutto quello che oggi è il suo centro storico; ma certe cose non sono cambiate neppure in sette secoli. Allora come oggi, l’Italia era divisa in due partiti che si odiavano ferocemente e Bologna era abitata per metà da petroniani e per metà da studenti universitari, che portavano in città ricchezza e problemi.

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Taddeo Pepoli

Quel sabato di gennaio del 1321, una settimana dopo la festa dell’Epifania, il cielo si era mantenuto sereno e l’aria era fresca, ma non tanto da impedire a mezza città di andare in Piazza Maggiore, per la festa di laurea di Taddeo Pepoli. Che un cittadino bolognese raggiungesse il dottorato era un fatto quasi quotidiano, ma Taddeo Pepoli non era un cittadino qualunque. Era il figlio di Romeo Pepoli, l’uomo più ricco della città e forse d’Italia. Ufficialmente, il comune aveva voluto festeggiare sontuosamente il nuovo dottore, per gratitudine verso il padre che con la sua munificenza consentiva a Bologna, anche ora che l’Università non le portava più tutta la ricchezza di un tempo, di arricchirsi di nuovi palazzi e nuovi servizi pubblici. In realtà, tutti sapevano che né il podestà, né il capitano del popolo, e neppure il legato del papa, avrebbero potuto permettersi di alzare il dito pollice, se Romeo Pepoli non fosse stato d’accordo; e che gli affari della città non si trattavano più nei palazzi del comune, ma nella casa del plutocrate, tanto dimessa all’esterno, quanto colma al di dentro di denaro.

Nonostante la sua generosità, Romeo Pepoli reggeva ben strette le briglie della città e non esitava ad usare la striglia quando era necessario. I cittadini non lo amavano, e molti lo disprezzavano per il modo in cui aveva accumulato la sua ricchezza, ma quasi tutti lo tolleravano. I guelfi, che a Bologna costituivano tradizionalmente la maggior parte della popolazione, preferivano un padrone guelfo ad un padrone ghibellino; i neutri preferivano un padrone qualunque alle lotte continue del tempo dei Lambertazzi e dei Geremei; i ghibellini più accesi erano stati banditi, e quelli rimasti in città preferivano mordere il freno di un padrone odiato alla misera esistenza dell’esule.

Riassunto

Un frate gaudente (vero)

La festa per la laurea di Taddeo si svolge con grande sfarzo e il signore di Bologna si permette anche di far sedere il beccaio Giovanni Bentivoglio (suo acceso seguace) in mezzo agli altezzosi nobili ghibellini; poi, a guastare la festa, al vecchio Pepoli viene portata in dono una pecora, accompagnata da alcuni versi latini, che ironizzano sulla sua attività di usuraio e sulla vigliaccheria dei bolognesi, che si lasciano tosare da lui. L’autore dello scherzo è Mercuriale, un giovane studente forlivese, membro dell’Ordine dei Frati Gaudenti, un’associazione goliardica, che ha ripreso il nome dell’ordine religioso realmente esistito a Bologna e ricordato anche da Dante. Quella stessa sera, i frati gaudenti hanno una delle loro allegre riunioni in taverna; il ghibellino Mercuriale e il sua amico guelfo Pier Damiano hanno un’accesa discussione, ma si riappacificano per l’intervento del “priore” dell’ordine, Bernardo; questi fa amare considerazioni sulla rivalità fra i due partiti, che stanno portando l’Italia e la cristianità alla rovina. Uno dei frati gaudenti, Marco da Lugo, annuncia di dover lasciare l’ordine, perché prossimo alla laurea, e la notizia getta un’ombra di malinconia sulla riunione.

Commento

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La scacchiera, simbolo della famiglia Pepoli (ed allusione alle sue attività finanziarie).

La festa di laurea di Taddeo Pepoli è un episodio storico (ne ho trovato la descrizione su un vecchio numero di Storia illustrata), anche se ne ho posticipato la data di un paio d’anni.

È stato un po’ un problema trovare il modo di rendere interessante per il lettore moderno il conflitto tra guelfi e ghibellini, attorno a cui ruota tutto il romanzo. L’ho visto come un conflitto di classi: da una parte i nobili ghibellini, ancora legati ai vecchi valori del feudalesimo e della cavalleria, dall’altra le classi emergenti guelfe, come l’usuraio Romeo Pepoli e il macellaio Giovanni Bentivoglio, che hanno la rozzezza e il pragmatismo dell’uomo che si è fatto da sé. (Tuttavia, i loro figli, che hanno potuto studiare, già cominciano ad assomigliare ai giovani della parte opposta; fra un secolo, Pepoli e Bentivoglio saranno aristocratici a tutti gli effetti). Quello che ho voluto evitare è stato rappresentare una parte come i buoni e l’altra come i cattivi.

Ho fatto di Mercuriale un forlivese, oltre che per un omaggio alla mia terra, perché in effetti, nel medioevo, Forlì era una delle città d’Italia più fanaticamente guelfe ed ostili al potere temporale dei papi; la sua controparte, Pier Damiano, è Faentino, perché la città delle ceramiche, nel medioevo, era l’unica città visceralmente guelfa della Romagna (ed è tuttora una sorta di enclave cattolica in una regione tradizionalmente anticlericale).

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