Il poeta e lo stregone

Incipit

Francesco Petrarca

Marco da Lugo tenne la parola. Sostenne l’esame conclusivo due settimane dopo e, a differenza di Taddeo Pepoli, per il dottorato non ebbe feste e banchetti: suo padre non era l’uomo più ricco d’Italia, ma un notaio di provincia. Il padre di Marco arrivò da Lugo, tre giorni prima dell’esame, e monopolizzò il figlio fino al momento in cui entrambi uscirono a cavallo da Porta Ravennate, e i frati gaudenti dovettero accontentarsi di una breve visita di congedo al loro compagno, senza neppure avere la consolazione di offrirgli un’ultima bevuta. Qualcuno di loro, vedendo il padre di Marco, vecchio e rinsecchito da una vita passata a rogare atti in una cittadina sperduta fra le paludi della Val Padana, forse ebbe un brivido pensando al futuro di Marco. L’allegro goliardo avrebbe cominciato con l’aiutare il padre nel lavoro, dopo qualche anno ne avrebbe preso il posto e, nel giro di una generazione sarebbe stato identico al genitore, nel carattere e forse anche fisicamente. Se avesse avuto un figlio maschio, lo avrebbe mandato a Bologna, sperando che studiasse con impegno e non perdesse tempo in sciocchezze quali la Confraternita dei Frati Gaudenti.

Ma, a vent’anni, la stagione della malinconia dura una settimana al massimo e i frati gaudenti trovarono presto di che consolarsi nelle feste di carnevale.

Quando arrivò la quaresima, i nostri amici ormai non pensavano più a chi li aveva lasciati. Nella loro prima riunione in tempo di penitenza, (molto più composta delle solite, senza vino e senza schiamazzi) Bernardo domandò ai suoi frati se conoscessero qualcuno degno di occupare il dodicesimo posto rimasto vuoto. Nessuno, però, volle presentare una candidatura per primo.

– Va bene, vorrà dire che sarò io fare una proposta. – fece Bernardo. – Gaspare, che ne diresti se eleggessimo frate gaudente il tuo amico di Arezzo? Ho sentito raccontare che scrive dei versi e, da quando sono diventato priore, ho speso accarezzato l’idea di avere tra i miei frati un nuovo Guinzelli.

– Per favore, chiunque altro fuorché lui, – rispose Gaspare. – È già difficile sopportarlo quando sono nel mio alloggio e non voglio averlo fra i piedi anche qui.

Riassunto

Lo stemma dei Bentivoglio

Il giovane di Arezzo di cui si parla altri non è che il giovane Francesco Petrarca, venuto a studiare legge a Bologna per eseguire la volontà del padre, ma il cui interesse principe, già da allora, sono gli studi umanistici e che tormenta l’impoetico Gaspare, suo compagno di stanza al collegio, con le sue dissertazioni sulle cause della decadenza della poesia. Scartata l’ipotesi Petrarca, Mercuriale propone di far entrare nell’ordine il suo amico Ulderico da Parma, uno studente di medicina che si mantiene agli studi con l’attività di ciarlatano, facendosi passare per mago e alchimista, e la proposta viene accettata all’unanimità. Uno dei frati gaudenti, Guido Guastavillani, figlio di una nobile famiglia ghibellina, confida a Gaspare di essersi innamorato di Cecilia Bentivoglio, la bellissima figlia del beccaio Giovanni Bentivoglio, il più fanatico e violento dei guelfi bolognesi. Guido ottiene da Gaspare un favore particolare: un sonetto d’amore per Cecilia, scritto dal suo compagno di collegio. (È così che Petrarca inizia la sua carriera di poeta in volgare).

Commento

Nel 1321, Petrarca era davvero studente di diritto a Bologna; sarebbe stato un peccato non approfittarne per farlo apparire nel romanzo (anche se non prende parte, in senso stretto, all’azione, e si limita a fare da coro). Naturalmente, il Petrarca non è ancora il grande poeta che entrerà nella storia della letteratura: è un ragazzo dalla cultura precoce, un po’ saputello e che ostenta il suo disprezzo per la poesia in volgare e per quella amorosa (non sospettando che saranno proprio le sue poesie d’amore in italiano a renderlo immortale.)

La storia d’amore fra Guido Guastavillani e Cecilia Bentivoglio non può non ricordare quella fra Giulietta e Romeo e del resto, volento raccontare una storia d’amore ai tempi delle lotte di fazione, è impossibile sfuggire al confronto con Shakespeare. Tuttavia, bisogna anche aggiungere che, secondo alcuni, all’origine della storia dei due amanti veronesi ci sarebbe quella di Imelda Lambertazzi e Bonifacio Geremei, raccontata nella decima delle Novelle Porretane di Sabatino degli Arienti (il Boccaccio bolognese).

Imelda e Bonifacio

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