Una burla mancata e una rivoluzione riuscita

Incipit

Nel 1321, non c’era al mondo uno Studio di diritto che potesse competere con Bologna; ma questo non significa che tutti i suoi professori fossero del calibro di Cino da Pistoia.

Il maestro Donato da Mirandola era arrivato a Bologna, trent’anni prima, come studente e, dopo la laurea, vi era rimasto definitivamente, per ripetere agli altri le stesse lezioni che aveva ricevuto in gioventù. Era stato un insegnante senza infamia e senza lode, che attirava gli studenti non con le doti intellettuali ma con le tariffe basse, e che non avrebbe mai potuto aspirare ad ottenere dal comune incarichi di prestigio in vita e, dopo la morte, una tomba che ne ricordasse il nome alle generazioni future. Pure, l’insegnamento gli rendeva abbastanza da poter condurre una dignitosa esistenza da scapolo, di cui sarebbe stato soddisfatto se, da buon emiliano, non fosse stato incline ai piaceri della tavola.

Certi suoi colleghi, golosi quanto lui ma più titolati come giuristi, erano invitati a pranzo a destra e a manca, perché dessero lustro alle mense con la loro presenza; il buon Donato, per soddisfare la sua gola, si procurava gli inviti da sé. La domenica andava a trovare un suo allievo, con una scusa qualsiasi ma stando bene attento ad arrivare all’ora del pranzo; i genitori del ragazzo, onorati all’idea di ospitare un maestro di diritto, non solo lo invitavano a dividere il loro pasto ma gli riservavano la portata più abbondante ed il vino più vecchio; se ne avessero avuto il tempo, avrebbero anche fatto uccidere il vitello grasso. Il giurista mangiava a quattro palmenti, e si interrompeva solo per raccontare ai suoi ospiti quanto loro figlio fosse un ragazzo studioso, intelligente e rispettoso verso il maestro. Offrire un pranzo al maestro Donato aveva finito per essere considerato dai suoi studenti bolognesi quasi un atto dovuto, una corvée sgradita ma alla quale non valeva la pena di ribellarsi.

Fra gli allievi di Donato, c’era anche Rolandino da Porretta, che voi lettori, forse, ricordate meglio come il demonio Roldaporre. Non essendo bolognese, Rolandino si considerava esentato dalla corvée, a meno che il maestro non fosse arrivato al punto di salire la valle del Reno fino a Porretta solo per scroccare un pranzo. Invece, l’agosto precedente, mentre Rolandino passava l’estate coi genitori, al fresco degli Appennini, la sua famiglia aveva ricevuto una visita inaspettata.

Riassunto

Rolandino, irritato dal fatto che il maestro Donato gli abbia scroccato un pranzo, senza mantenere la promessa di restituirlo, organizza, assieme a Ulderico, una burla come rivalsa: i due ruberanno i capponi a mastro Donato, per poi invitarlo a cena e servirgli i volatili, prima di rivelargli da dove provengano. La burla, tuttavia, va a monte, perché, proprio il giorno fissato per il furto dei capponi, a Bologna la tensione fra guelfi e ghibellini, che covava da anni, esplode improvvisamente. Presto i ghibellini hanno la meglio ed i guelfi, dopo aver tentato di resistere asserragliandosi nelle loro case, sono costretti ad arrendersi ed a partire per l’esilio. Nella lotta vengono coinvolti anche alcuni dei nostri amici studenti: Pier Damiano si unisce ai guerrieri guelfi, procurandosi una ferita e facendo oltretutto una figura meschina come combattente; Guido, per obblighi famigliari, è costretto a partecipare all’assedio della torre dei Bentivoglio (ma riesce, cavallerescamente, a far sì che l’amata Cecilia e le altre donne di casa Bentivoglio siano messe al sicuro dalle rappresaglie dei ghibellini); Mercuriale ricambia il favore fattogli, il mese prima, da Romeo Pepoli, aiutando il vecchio signore della città a mettersi in salvo nel convento di San Domenico. Bernardo è desolato nel vedere che anche i frati gaudenti hanno finito per essere travolti dalle lotte di fazione, ma il capitolo si chiude con una nota lieta: Giovanni Bentivoglio concede la mano di sua figlia a Guido, che può così coronare il suo sogno d’amore e sottrarre la donna amata all’esilio imposto alla sua famiglia.

Commento

Lo spunto per la burla progettata da Rolandino e Ulderico viene anch’esso da Sabatino degli Arienti (novella quarantaquattresima).

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Nel 1321, l’uomo più ricco di Bologna parte per l’esilio

Questo capitolo è, in un certo senso, un pendant a quello precedente: la battaglia fra le due fazioni, che lì, dopo essere parsa inevitabile, non ha avuto luogo, qui esplode all’improvviso e per futili motivi. La cacciata di Romeo Pepoli è un fatto storico, avvenuto alla data indicata; tuttavia, nel descriverne le cause e lo svolgimento, ho lavorato parecchio di fantasia. Che il tiranno di Bologna riuscisse a scampare la vita grazie alla generosità di un suo avversario ghibellino è però testimoniato dagli antichi cronisti (anche se alcuni, meno cavallerescamente, dicono che il Pepoli riuscì a farsi strada fra i suoi nemici gettando il suo denaro).

La predica di Pentecoste

Incipit

Adesso che il turismo religioso è tornato in voga, si può benissimo dire agli amici: – Quest’estate vado ad Assisi, a pregare sulla tomba del Poverello. – Ma nessuno oserebbe dire: – Quest’estate vado a Bologna, a pregare sulla tomba di san Domenico, – a meno che non voglia essere considerato un nostalgico dell’Inquisizione.

La basilica di San Domenico a Bologna

Nel 1321, invece, i bolognesi erano fieri di essere la sede del più importante Studio giuridico di tutta la cristianità, erano fieri delle loro chiese e delle loro torri; erano fieri di aver tenuto testa, settant’anni prima, al signore del mondo, tenendone prigioniero il figlio; ma, più d’ogni altra cosa, erano orgogliosi di offrire l’estremo domicilio alle ossa di uno dei due santi inviati sulla terra da Dio per salvare la Chiesa dal disastro verso cui era condotta dai suoi cattivi pastori. San Domenico era forse un po’ meno amato che san Francesco, ma era ugualmente venerato, e la sua tomba, senza le opere d’arte che nei secoli successivi l’avrebbero abbellita, bastava da sola ad attirare pellegrini da tutta la Cristianità.

Il convento di san Domenico, che aveva visto la nascita dell’ordine e la morte del suo fondatore, sorgeva appena oltre la cerchia dei torresotti ed era, oltre che il luogo più venerabile di Bologna, anche il centro della sua cultura. Molti maestri dello Studio preferivano tenere le loro lezioni nella quiete di una delle sue celle, piuttosto che nella turbolenta città dentro alle mura. Soprattutto, in un’epoca in cui i libri erano tesori preziosi, il convento del santo di Guzman aveva la biblioteca più fornita di tutta Bologna e non c’era, in città, maestro di diritto, teologo o amante delle belle lettere che non vi avesse mai fatto una capatina.

Naturalmente, il giovane ser Petracco n’era diventato quasi subito un assiduo frequentatore. Purtroppo per lui, in quei mesi, frate Francesco, l’anziano bibliotecario, (secondo i suoi confratelli, il più grande sapiente di Bologna e forse d’Italia) aveva lasciato il convento per un pellegrinaggio in Terra Santa ed il compito di gestire i libri era stato affidato ad un giovane novizio, volenteroso ma inesperto. Poiché, però, da tutti i viaggi, meno uno, si finisce per fare ritorno, nella primavera del 1321, dopo aver fatto tappa a Costantinopoli, frate Francesco rivide la sua Bologna.

Riassunto

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La predica di frate Pipino (veramente, di Savonarola, ma è sempre un domenicano).

Frate Francesco, per festeggiare il suo ritorno, annuncia una predica in onore di san Domenico, per la festa di Pentecoste, nella chiesa dedicata al santo; fra i fedeli che lo ascoltano c’è anche Mercuriale, non per interesse religioso ma perché amico di famiglia di Senzanome, il fratello notaio del frate. Giovanni Bentivoglio è venuto a sapere che il giovane ghibellino forlivese è il responsabile dello scherzo della pecora e decide di vendicare l’onore della parte guelfa, facendolo malmenare all’uscita della chiesa; i ghibellini della famiglia Guastavillani, informati della cosa, a loro volta mandano i loro uomini sul sagrato. Lo scontro fra le fazioni sembra inevitabile ma, fortunatamente, il frate fa una predica talmente lunga, da dare il tempo a Romeo Pepoli di intervenire e calmare gli animi dei suoi seguaci, per cui alla fine tutto si riduce ad uno scambio di battute pungenti fra il signore di Bologna e lo studente ghibellino. Nei giorni successivi, fra Pipino incontra il giovane Petrarca e gli mostra l’Initium malorun, “un rarissimo scritto profetico di Gioacchino da Fiore” ; Francesco, già filologo in erba, capisce subito che si tratta in realtà di un falso e resta deluso nel vedere che la tanto celebrata cultura del domenicano sia in realtà erudizione senza sostanza.

Commento

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Un libro di “profezie di Gioacchino da Fiore” (in realtà, un falso composto a posteriori) conservato alla Biblioteca dell’Achiginnasio.

Francesco Pipino è un personaggio realmente esistito, noto soprattutto come autore di una famosa traduzione in latino del Milione, e tutto quello che si dice di lui nel romanzo (incluso il nome strampalato del fratello) è storico. Io lo so bene perché ho dedicato un anno di vita a scrivere una tesi di laurea su di lui; nei suoi scritti, appare come un uomo dotto e pio, ma troppo incline a fare sfoggio della propria erudizione, e tale l’ho rappresentato anche come predicatore. Anche il libro che Pipino mostra a Petrarca nella seconda parte del capitolo è esistito davvero, anche se oggi è perduto.