La predica di Pentecoste

Incipit

Adesso che il turismo religioso è tornato in voga, si può benissimo dire agli amici: – Quest’estate vado ad Assisi, a pregare sulla tomba del Poverello. – Ma nessuno oserebbe dire: – Quest’estate vado a Bologna, a pregare sulla tomba di san Domenico, – a meno che non voglia essere considerato un nostalgico dell’Inquisizione.

La basilica di San Domenico a Bologna

Nel 1321, invece, i bolognesi erano fieri di essere la sede del più importante Studio giuridico di tutta la cristianità, erano fieri delle loro chiese e delle loro torri; erano fieri di aver tenuto testa, settant’anni prima, al signore del mondo, tenendone prigioniero il figlio; ma, più d’ogni altra cosa, erano orgogliosi di offrire l’estremo domicilio alle ossa di uno dei due santi inviati sulla terra da Dio per salvare la Chiesa dal disastro verso cui era condotta dai suoi cattivi pastori. San Domenico era forse un po’ meno amato che san Francesco, ma era ugualmente venerato, e la sua tomba, senza le opere d’arte che nei secoli successivi l’avrebbero abbellita, bastava da sola ad attirare pellegrini da tutta la Cristianità.

Il convento di san Domenico, che aveva visto la nascita dell’ordine e la morte del suo fondatore, sorgeva appena oltre la cerchia dei torresotti ed era, oltre che il luogo più venerabile di Bologna, anche il centro della sua cultura. Molti maestri dello Studio preferivano tenere le loro lezioni nella quiete di una delle sue celle, piuttosto che nella turbolenta città dentro alle mura. Soprattutto, in un’epoca in cui i libri erano tesori preziosi, il convento del santo di Guzman aveva la biblioteca più fornita di tutta Bologna e non c’era, in città, maestro di diritto, teologo o amante delle belle lettere che non vi avesse mai fatto una capatina.

Naturalmente, il giovane ser Petracco n’era diventato quasi subito un assiduo frequentatore. Purtroppo per lui, in quei mesi, frate Francesco, l’anziano bibliotecario, (secondo i suoi confratelli, il più grande sapiente di Bologna e forse d’Italia) aveva lasciato il convento per un pellegrinaggio in Terra Santa ed il compito di gestire i libri era stato affidato ad un giovane novizio, volenteroso ma inesperto. Poiché, però, da tutti i viaggi, meno uno, si finisce per fare ritorno, nella primavera del 1321, dopo aver fatto tappa a Costantinopoli, frate Francesco rivide la sua Bologna.

Riassunto

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La predica di frate Pipino (veramente, di Savonarola, ma è sempre un domenicano).

Frate Francesco, per festeggiare il suo ritorno, annuncia una predica in onore di san Domenico, per la festa di Pentecoste, nella chiesa dedicata al santo; fra i fedeli che lo ascoltano c’è anche Mercuriale, non per interesse religioso ma perché amico di famiglia di Senzanome, il fratello notaio del frate. Giovanni Bentivoglio è venuto a sapere che il giovane ghibellino forlivese è il responsabile dello scherzo della pecora e decide di vendicare l’onore della parte guelfa, facendolo malmenare all’uscita della chiesa; i ghibellini della famiglia Guastavillani, informati della cosa, a loro volta mandano i loro uomini sul sagrato. Lo scontro fra le fazioni sembra inevitabile ma, fortunatamente, il frate fa una predica talmente lunga, da dare il tempo a Romeo Pepoli di intervenire e calmare gli animi dei suoi seguaci, per cui alla fine tutto si riduce ad uno scambio di battute pungenti fra il signore di Bologna e lo studente ghibellino. Nei giorni successivi, fra Pipino incontra il giovane Petrarca e gli mostra l’Initium malorun, “un rarissimo scritto profetico di Gioacchino da Fiore” ; Francesco, già filologo in erba, capisce subito che si tratta in realtà di un falso e resta deluso nel vedere che la tanto celebrata cultura del domenicano sia in realtà erudizione senza sostanza.

Commento

fig7

Un libro di “profezie di Gioacchino da Fiore” (in realtà, un falso composto a posteriori) conservato alla Biblioteca dell’Achiginnasio.

Francesco Pipino è un personaggio realmente esistito, noto soprattutto come autore di una famosa traduzione in latino del Milione, e tutto quello che si dice di lui nel romanzo (incluso il nome strampalato del fratello) è storico. Io lo so bene perché ho dedicato un anno di vita a scrivere una tesi di laurea su di lui; nei suoi scritti, appare come un uomo dotto e pio, ma troppo incline a fare sfoggio della propria erudizione, e tale l’ho rappresentato anche come predicatore. Anche il libro che Pipino mostra a Petrarca nella seconda parte del capitolo è esistito davvero, anche se oggi è perduto.

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