Incomunicabilità moderna

20141022104519447_0002Sembra la scena di un film di Antonioni sull’incomunicabilità fra uomo e donna. Lui e lei si voltano le spalle: lui concentrato sullo smartphone, lei assorta nella lettura di un libro (forse “I sonnambuli”). La foto è stata scattata a Londra quest’estate (l’edificio sullo sfondo è la sede centrale della Massoneria), e pubblicata sul forum Italians il 27 ottobre 2014.

L’antifurto

Incipit

 

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Non posso naturalmente fornire al lettore la riproduzione di un quadro immaginario, ma il dipinto del racconto doveva asomigliare a questo, opera di tre artisti cinesi.

Uno storico dell’arte, anche se avesse passato un’intera giornata a consultare enciclopedie specializzate o cataloghi di aste, avrebbe avuto solo poche possibilità di incontrare il nome di Paolo Crilloni. Se tale studioso avesse avuto la pazienza di consultare le annate della Gazzetta di Modena risalenti agli anni’ 50, avrebbe trovato ogni tanto la notizia di una sua personale, senza rilievo eccesivo; solo una volta, nell’ottobre del 1955, il pittore riuscì a guadagnarsi un titolo a mezza pagina e la foto, e per farlo dovette morire. Il giornalista che dovette stendere il coccodrillo si dilungò a parlare del suo passato di combattente e delle generazioni che aveva educato al culto del bello nella sua qualità di professore di disegno all’Istituto magistrale e pensò di fare bene con l’accennare appena al suo “carattere eccentrico ma generoso”. Avrebbe forse dato più spazio alla morte del vecchio pittore se avesse conosciuto la singolare clausola del suo testamento, che però il defunto aveva voluto tenere segreta per cinquant’anni. 

Lascio il quadro intitolato Il teatro del mondo in deposito presso lo studio notarile Ghislanzoni; quando saranno trascorsi cinquant’anni dalla data della mia morte, verrà consegnato al più giovane discendente dell’avvocato Pietro Galbiati, per compensarlo dei servizi resimi nell’immediato dopoguerra. Il detto avvocato Galbiati ha ripetutamente rifiutato i quadri che gli ho offerto ad un prezzo di favore, sostenendo che essi non avrebbero mai avuto valore di mercato, neanche cinquant’anni dopo la mia morte; mi auguro che, fra dieci lustri, il tempo ed i critici mia abbiano reso giustizia e che, con questo lascito, potrò insieme ripagare un favore e vendicarmi di un giudizio ingiusto.

L’esistenza di Paolo Crilloni era stata simile a quella di tanti altri pittori che non erano riusciti ad elevarsi dalla massa dei dilettanti; e come tutti gli artisti che non sono riusciti a sfondare, era convinto che i posteri gli avrebbero reso giustizia e che, cinquant’anni dopo la sua morte, il cui prezzo allora bastava appena a coprire il costo di tele e colori, sarebbero stati contesi a suon di miliardi dai collezionisti. In effetti, non si era scelto la strada più semplice per il successo. Dipingeva quadri stipati di figure allegoriche, sul modello dei pittori fiamminghi, troppo audaci per il compratore medio, che preferiva riempire i buchi sul muro del salotto con una natura morta, ma troppo passatiste per i critici e i mercanti d’arte più aggiornati.

 Riassunto

Alla data stabilita, il quadro viene consegnato a Roberto, nipote di Pietro Galbiati ed anch’esso avvocato. Il giovane legale pensa di sfruttare l’interesse suscitato presso la stampa dall’inconsueto lascito per vendere il dipinto ad un buon prezzo. Riceve la visita di alcuni galleristi, ma anche quella di un suo eccentrico collega, Filippo D’Antonio; costui, appassionato di esoterismo e società segrete, gli racconta di come su Il teatro del mondo fosse stato eseguito un incantesimo per proteggerlo dai furti (vedi Due bottiglie di lambrusco.) Nonostante ciò, di lì a poco l’avvocato, portandosi a casa una ragazza per un’avventura galante, ha la sorpresa di trovarsi l’appartamento svuotato e il quadro sparito. L’autore del furto è Rosario Albano, detto il Rosalba, uno scassinatore milanese specializzato in opere d’arte che, il mattino dopo il colpo, si ritrova all’interno del quadro, senza nessuna possibilità di uscire. Poiché la maledizione di Wenderbinder può essere estinta solo con la restituzione del maltolto, lo sfortunato ladro telemarket1rimane intrappolato per mesi nel dipinto, che intanto passa nelle mani prima di un ricettatore, Giacinto, poi in quelle di una casa d’aste malfamata, la galleria Angeletti. Solo quando l’avvocato Galbiati rientra in possesso del quadro, dopo averlo visto casualmente tra le opere d’arte offerte al pubblico in una televendita, la maledizione cessa e il Rosalba può tornare nel mondo reale, talmente provato dalla sua esperienza da accogliere quasi con sollievo la prigione.

 Commento

Scrissi questo racconto nel momento in cui c’era la voga de Il codice Da Vinci e, nella mia prima idea, il quadro di Crilloni doveva essere l’oggetto del contendere fra due società segrete, per il suo significato esoterico (l’avvocato Filippo D’Antonio è un residuo di questo primo progetto). Poi, scrivendo la descrizione del quadro, ebbi l’idea di farne un dipinto magico, col potere di intrappolare chi tentasse di rubarlo; ho poi cercato di collegarlo con i racconti che hanno come protagonista il giornalista Damiani, in modo da creare un piccolo ciclo di storie fantastiche d’ambiente modenese.

Un povero diavolo

Incipit

Erano trascorsi alcuni mesi. Aristide si era ormai impratichito nell’arte del caporedattore ed era venerato dai giovani cronisti, non ancora abbastanza smaliziati da capire che anche lui stava imparando il suo nuovo mestiere sul campo. Passata l’eccitazione per la nuova carica, il nostro eroe cominciò perfino ad annoiarsi. All’inizio, aveva sperato di mettersi in luce presso la direzione del giornale scoprendo uno scandalo finanziario o seguendo un delitto clamoroso, ma presto si rassegnò a riempire la sua pagina con gli incidenti stradali, i piccoli reati e le minuscole polemiche fra i politici locali. Ogni tanto, il direttore gli mandava una e-mail, ordinandogli di raccogliere il materiale per un inchista scottante, ma, regolarmente, una settimana dopo arrivava l’ordine di rimandare l’indagine ad un momento più opportuno. Quanto alla singolare esperienza con Dosolini, Aristide, una volta che fu passato il clamore per la “conversione” del mago di Nonantola, si convinse di aver avuto un’allucinazione.

Fu di nuovo Telepanaro a metterlo di nuovo in contatto con il soprannaturale. La piccola emittente locale trasmetteva, ogni domenica pomeriggio, un talk-show intitolato “Il diavolo e l’acqua santa”, basato sul confronto fra due personaggi agli antipodi : un no-global ed un imprenditore, un cacciatore ed un ecologista, un nostalgico del fascismo ed un contestatore, e così via. Questa volta, la parte dell’acqua santa era rappresentata da don Benetti, un sacerdote esorcista; chi sarebbe stato il diavolo, lo si sarebbe saputo solo a metà trasmissione. Il prete stava rispondendo al conduttore che gli aveva chiesto che cosa ne pensasse della condanna di Harry Potter da parte di papa Ratzinger : – Non intendo dire che sia peccato leggere quei libri, purché si sia coscienti che si tratta di opere di pura fantasia.

– Non credo sia così difficile, – rispose il conduttore – in fondo, non siamo più superstiziosi come nel medioevo.

– Crede davvero? Le farò un esempio. Penso che voi abbiate sentito parlare di Emilio Bianchi, noto come il mago di Nonantola, che se non sbaglio si esibiva su questa rete.

Riassunto

mefisto1Don Benetti lascia la trasmissione quando si trova di fronte Mefisto, alias Giovanni Garzoni, un adepto locale dei culti satanici, con precedenti penali. Il satanista si lancia in discorsi blasfemi e dichiara di essere in rapporti di amicizia col demone Astarotte, grazie al quale egli è in grado di conoscere passato, presente e futuro. La cosa sembra incredibile, e Damiani, in un articolo irridente, definisce Garzoni “il Charles Manson dei poveri”; sennonché, nelle settimane successive, il bizzarro individuo si rivela stranamente ben informato riguardo ai vizi dei modenesi (come il figlio dell’assessore Vallesi, taccheggiatore nei supermercati) e guadagna parecchi soldi sia con le scommesse che con l’attività di ricattatore. Poi, improvvisamente, la sua sorte gira: tenta di ricattare i più importanti cittadini, incluso Damiani, con accuse non solo false, ma assurde e inverosimili, procurandosi così una raffica di denunce, perde tutti i suoi soldi nelle scommesse clandestine e deve anche subire un brutale pestaggio da parte di due gorilla della malavita. Dalla prigione, il satanista invia a Damiani una lettera in cui gli espone la sua versione dei fatti.

Egli, Mefisto, era riuscito a impadronirsi del manuale Wenderbinder di magia nera che, dalla biblioteca del conte Pepolini, era passato in quelle del mago di Nonatola che lo aveva venduto quando aveva lasciato l’attività. Così, era riuscito a evocare il demone Astarotte che prima lo aveva illuso della sua amicizia e gli aveva fornito le informazioni per vincere al gioco e ricattare tutta la città; poi, con delle profezie ambigue, lo aveva spinto alla rovina. Quanto al libro, è stato bruciato dai due bruti quando avevano devastato la casa di Garzoni (adattata a tempio satanico). Deliri di un piccolo criminale megalomane oppure Mefisto era stato davvero, come Faust, prima sedotto e poi tradito dal diavolo?

Commentodiavolo_milano

La morale del racconto è la stessa del vecchio proverbio: “la farina del diavolo va in crusca”. Ho voluto fare del satanista non un personaggio dalla grandezza luciferina, ma un malvagio meschino e cialtronesco (come è il diavolo secondo la visione cristiana); devo però ammettere, rileggendo il racconto, che anche i rappresentanti dell’ordine sociale (come Damiani o il maresciallo dei carabinieri che indaga su Mefisto) non ci fanno una figura tanto migliore. La prima metà della storia è raccontata tutta dal punto di vista del giornalista, e il vero protagonista (Mefisto) appare solo attraverso le sue lettere e le sue apparizioni televisive. La conclusione, come nei vecchi romanzi epistolari, è raccontata attraverso lettere con in più la registrazione di un interrogatorio di polizia.