Un povero diavolo

Incipit

Erano trascorsi alcuni mesi. Aristide si era ormai impratichito nell’arte del caporedattore ed era venerato dai giovani cronisti, non ancora abbastanza smaliziati da capire che anche lui stava imparando il suo nuovo mestiere sul campo. Passata l’eccitazione per la nuova carica, il nostro eroe cominciò perfino ad annoiarsi. All’inizio, aveva sperato di mettersi in luce presso la direzione del giornale scoprendo uno scandalo finanziario o seguendo un delitto clamoroso, ma presto si rassegnò a riempire la sua pagina con gli incidenti stradali, i piccoli reati e le minuscole polemiche fra i politici locali. Ogni tanto, il direttore gli mandava una e-mail, ordinandogli di raccogliere il materiale per un inchista scottante, ma, regolarmente, una settimana dopo arrivava l’ordine di rimandare l’indagine ad un momento più opportuno. Quanto alla singolare esperienza con Dosolini, Aristide, una volta che fu passato il clamore per la “conversione” del mago di Nonantola, si convinse di aver avuto un’allucinazione.

Fu di nuovo Telepanaro a metterlo di nuovo in contatto con il soprannaturale. La piccola emittente locale trasmetteva, ogni domenica pomeriggio, un talk-show intitolato “Il diavolo e l’acqua santa”, basato sul confronto fra due personaggi agli antipodi : un no-global ed un imprenditore, un cacciatore ed un ecologista, un nostalgico del fascismo ed un contestatore, e così via. Questa volta, la parte dell’acqua santa era rappresentata da don Benetti, un sacerdote esorcista; chi sarebbe stato il diavolo, lo si sarebbe saputo solo a metà trasmissione. Il prete stava rispondendo al conduttore che gli aveva chiesto che cosa ne pensasse della condanna di Harry Potter da parte di papa Ratzinger : – Non intendo dire che sia peccato leggere quei libri, purché si sia coscienti che si tratta di opere di pura fantasia.

– Non credo sia così difficile, – rispose il conduttore – in fondo, non siamo più superstiziosi come nel medioevo.

– Crede davvero? Le farò un esempio. Penso che voi abbiate sentito parlare di Emilio Bianchi, noto come il mago di Nonantola, che se non sbaglio si esibiva su questa rete.

Riassunto

mefisto1Don Benetti lascia la trasmissione quando si trova di fronte Mefisto, alias Giovanni Garzoni, un adepto locale dei culti satanici, con precedenti penali. Il satanista si lancia in discorsi blasfemi e dichiara di essere in rapporti di amicizia col demone Astarotte, grazie al quale egli è in grado di conoscere passato, presente e futuro. La cosa sembra incredibile, e Damiani, in un articolo irridente, definisce Garzoni “il Charles Manson dei poveri”; sennonché, nelle settimane successive, il bizzarro individuo si rivela stranamente ben informato riguardo ai vizi dei modenesi (come il figlio dell’assessore Vallesi, taccheggiatore nei supermercati) e guadagna parecchi soldi sia con le scommesse che con l’attività di ricattatore. Poi, improvvisamente, la sua sorte gira: tenta di ricattare i più importanti cittadini, incluso Damiani, con accuse non solo false, ma assurde e inverosimili, procurandosi così una raffica di denunce, perde tutti i suoi soldi nelle scommesse clandestine e deve anche subire un brutale pestaggio da parte di due gorilla della malavita. Dalla prigione, il satanista invia a Damiani una lettera in cui gli espone la sua versione dei fatti.

Egli, Mefisto, era riuscito a impadronirsi del manuale Wenderbinder di magia nera che, dalla biblioteca del conte Pepolini, era passato in quelle del mago di Nonatola che lo aveva venduto quando aveva lasciato l’attività. Così, era riuscito a evocare il demone Astarotte che prima lo aveva illuso della sua amicizia e gli aveva fornito le informazioni per vincere al gioco e ricattare tutta la città; poi, con delle profezie ambigue, lo aveva spinto alla rovina. Quanto al libro, è stato bruciato dai due bruti quando avevano devastato la casa di Garzoni (adattata a tempio satanico). Deliri di un piccolo criminale megalomane oppure Mefisto era stato davvero, come Faust, prima sedotto e poi tradito dal diavolo?

Commentodiavolo_milano

La morale del racconto è la stessa del vecchio proverbio: “la farina del diavolo va in crusca”. Ho voluto fare del satanista non un personaggio dalla grandezza luciferina, ma un malvagio meschino e cialtronesco (come è il diavolo secondo la visione cristiana); devo però ammettere, rileggendo il racconto, che anche i rappresentanti dell’ordine sociale (come Damiani o il maresciallo dei carabinieri che indaga su Mefisto) non ci fanno una figura tanto migliore. La prima metà della storia è raccontata tutta dal punto di vista del giornalista, e il vero protagonista (Mefisto) appare solo attraverso le sue lettere e le sue apparizioni televisive. La conclusione, come nei vecchi romanzi epistolari, è raccontata attraverso lettere con in più la registrazione di un interrogatorio di polizia.

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