L’antifurto

Incipit

 

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Non posso naturalmente fornire al lettore la riproduzione di un quadro immaginario, ma il dipinto del racconto doveva asomigliare a questo, opera di tre artisti cinesi.

Uno storico dell’arte, anche se avesse passato un’intera giornata a consultare enciclopedie specializzate o cataloghi di aste, avrebbe avuto solo poche possibilità di incontrare il nome di Paolo Crilloni. Se tale studioso avesse avuto la pazienza di consultare le annate della Gazzetta di Modena risalenti agli anni’ 50, avrebbe trovato ogni tanto la notizia di una sua personale, senza rilievo eccesivo; solo una volta, nell’ottobre del 1955, il pittore riuscì a guadagnarsi un titolo a mezza pagina e la foto, e per farlo dovette morire. Il giornalista che dovette stendere il coccodrillo si dilungò a parlare del suo passato di combattente e delle generazioni che aveva educato al culto del bello nella sua qualità di professore di disegno all’Istituto magistrale e pensò di fare bene con l’accennare appena al suo “carattere eccentrico ma generoso”. Avrebbe forse dato più spazio alla morte del vecchio pittore se avesse conosciuto la singolare clausola del suo testamento, che però il defunto aveva voluto tenere segreta per cinquant’anni. 

Lascio il quadro intitolato Il teatro del mondo in deposito presso lo studio notarile Ghislanzoni; quando saranno trascorsi cinquant’anni dalla data della mia morte, verrà consegnato al più giovane discendente dell’avvocato Pietro Galbiati, per compensarlo dei servizi resimi nell’immediato dopoguerra. Il detto avvocato Galbiati ha ripetutamente rifiutato i quadri che gli ho offerto ad un prezzo di favore, sostenendo che essi non avrebbero mai avuto valore di mercato, neanche cinquant’anni dopo la mia morte; mi auguro che, fra dieci lustri, il tempo ed i critici mia abbiano reso giustizia e che, con questo lascito, potrò insieme ripagare un favore e vendicarmi di un giudizio ingiusto.

L’esistenza di Paolo Crilloni era stata simile a quella di tanti altri pittori che non erano riusciti ad elevarsi dalla massa dei dilettanti; e come tutti gli artisti che non sono riusciti a sfondare, era convinto che i posteri gli avrebbero reso giustizia e che, cinquant’anni dopo la sua morte, il cui prezzo allora bastava appena a coprire il costo di tele e colori, sarebbero stati contesi a suon di miliardi dai collezionisti. In effetti, non si era scelto la strada più semplice per il successo. Dipingeva quadri stipati di figure allegoriche, sul modello dei pittori fiamminghi, troppo audaci per il compratore medio, che preferiva riempire i buchi sul muro del salotto con una natura morta, ma troppo passatiste per i critici e i mercanti d’arte più aggiornati.

 Riassunto

Alla data stabilita, il quadro viene consegnato a Roberto, nipote di Pietro Galbiati ed anch’esso avvocato. Il giovane legale pensa di sfruttare l’interesse suscitato presso la stampa dall’inconsueto lascito per vendere il dipinto ad un buon prezzo. Riceve la visita di alcuni galleristi, ma anche quella di un suo eccentrico collega, Filippo D’Antonio; costui, appassionato di esoterismo e società segrete, gli racconta di come su Il teatro del mondo fosse stato eseguito un incantesimo per proteggerlo dai furti (vedi Due bottiglie di lambrusco.) Nonostante ciò, di lì a poco l’avvocato, portandosi a casa una ragazza per un’avventura galante, ha la sorpresa di trovarsi l’appartamento svuotato e il quadro sparito. L’autore del furto è Rosario Albano, detto il Rosalba, uno scassinatore milanese specializzato in opere d’arte che, il mattino dopo il colpo, si ritrova all’interno del quadro, senza nessuna possibilità di uscire. Poiché la maledizione di Wenderbinder può essere estinta solo con la restituzione del maltolto, lo sfortunato ladro telemarket1rimane intrappolato per mesi nel dipinto, che intanto passa nelle mani prima di un ricettatore, Giacinto, poi in quelle di una casa d’aste malfamata, la galleria Angeletti. Solo quando l’avvocato Galbiati rientra in possesso del quadro, dopo averlo visto casualmente tra le opere d’arte offerte al pubblico in una televendita, la maledizione cessa e il Rosalba può tornare nel mondo reale, talmente provato dalla sua esperienza da accogliere quasi con sollievo la prigione.

 Commento

Scrissi questo racconto nel momento in cui c’era la voga de Il codice Da Vinci e, nella mia prima idea, il quadro di Crilloni doveva essere l’oggetto del contendere fra due società segrete, per il suo significato esoterico (l’avvocato Filippo D’Antonio è un residuo di questo primo progetto). Poi, scrivendo la descrizione del quadro, ebbi l’idea di farne un dipinto magico, col potere di intrappolare chi tentasse di rubarlo; ho poi cercato di collegarlo con i racconti che hanno come protagonista il giornalista Damiani, in modo da creare un piccolo ciclo di storie fantastiche d’ambiente modenese.

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