Il rebus di Scardanelli

Incipit

Francesco

Il duca Francesco 3. di Modena, che si distinse più per la sua vita privata dissoluta che come sovrano.

L’alchimista Scardanelli visse alla corte Estense negli ultimi anni del ducato di Francesco 3. Purtroppo, non posso indicarne data e luogo di nascita e di morte; come molti altri personaggi del suo stampo, apparve sul palcoscenico del mondo con una reputazione già consolidata di mago e stregone. Di lui, in particolare, si diceva che possedesse un armadio magico in cui entrava come uomo ed usciva come gatto e che, nelle sue vesti feline, la notte girasse per Modena, a volte arrampicandosi sui cornicioni dei palazzi patrizi e spiando dentro le finestre delle camere da letto, altre volte passeggiando per i malfamati quartieri fuori porta ed entrando dalla porta nelle squallide osterie frequentate da malandrini e contrabbandieri. Scardanelli non confermò mai apertamente queste voci, ma le incoraggiava col suo comportamento: non ebbe mai la compagnia di una moglie, di un’amante, di un discepolo, ma solo quella di un gatto nero che divise il suo alloggio per tutti gli anni del suo soggiorno a Modena. Inoltre, si mostrava sempre eccezionalmente ben informato sulle cose che accadevano in città.

Vera o falsa che fosse questa reputazione di mago, Scardanelli riuscì a vivere di rendita su di essa per diversi anni. Il Duca gli concesse vitto, alloggio e una pensione, e in cambio non ottenne altro che qualche oroscopo e la promessa (che rimase una promessa) di mirabolanti scoperte nel settore dell’alchimia. È certo, inoltre, che non ci fu famiglia aristocratica del ducato un cui membro non sia passato, prima o poi, nel suo studio, e non abbia pagato i suoi servigi di mago, fingendo magari di andare da lui per farsi il ritratto. Scardanelli, infatti, svolgeva, a tempo perso, l’attività di pittore e sembra che non fosse privo di talento (purtroppo, i suoi dipinti oggi sono perduti o in collezioni private).

Naturalmente, Scardanelli aveva anche i suoi nemici. Alcuni si limitavano a considerarlo un ciarlatano ed un parassita; molti preti lo consideravano uno stregone, e (visto che l’età dei roghi era ormai passata) lo avrebbero volentieri visto espulso dai piccoli confini del ducato. Ma chi lo odiava di più era il conte Pepolini.

Riassunto

L’avvocato Filippo D’Antonio, cultore di storia modenese (e già apparso in L’antifurto) introduce un inedito settecentesco, tratto dalle memorie del conte Pepolini (antenato del conte Pepolini, personaggio di Due bottiglie di lambrusco).

Il misterioso Scardanelli, mago, alchimista, astrologo e pittore, guadagna una posizione importante alla corte del duca Francesco 3. di Modena, grazie anche alle voci che lo vogliono in grado di assumere l’aspetto di un gatto; Gattoil suo più grande nemico è il conte Pepolini, di idee illuministe e spregiatore di maghi e ciarlatani. Il conte viene in possesso di un segreto che potrebbe distruggere la reputazione di Scardanelli. Questi, allora, invita il suo rivale nel suo studio di pittore e, alla sua presenza, appende un crocifisso fra due ritratti, senza pronunciare una parola; l’enigmatico gesto, tuttavia, dissuade il conte dal fare le sue rivelazioni. Nelle sue memorie, il conte spiega l’enigma. Egli era venuto a sapere che anni prima, Scardanelli, mentre viveva a Roma, per sfuggire ad un creditore, aveva fatto ricorso ad un armadio a doppio fondo, in cui per caso era rimasto chiuso un gatto; da ciò era nata la leggenda delle trasformazioni feline. La famiglia Pepolini, tuttavia, nascondeva un segreto ben più imbarazzante. Il nipote del conte, Callisto, mentre studiava a Bologna, si era associato con un pittore libertino, Bartolomeo Caldari per costituire un duo di scassinatori, ladrache attribuiva i suoi colpi ad una fantomatica organizzazione massonica, La loggia di Iside. Scardanelli, che aveva appreso la storia dallo stesso Caldari, suo amico e collega pittore, aveva quindi ricattato velatamente il conte, appendendo il crocifisso fra i ritratti di Callisto e di Caldari (vale a dire, fra i due ladroni).

Commento

Sebbene questo non sia, a rigore, un racconto fantastico (visto che il mago risulta essere solo un astuto ciarlatano) ho voluto ugualmente collegarlo al ciclo di Wenderbinder con l’ambientazione modenese e con i due narratori.

Come si vede, la narrazione a incastro (tipica dei racconti fantastici dell’Ottocento) qui è particolarmente elaborata: la narrazione moderna dell’avvocato contiene il racconto in prima persona del conte, che contiene a sua volta al suo interno due racconti di antefatto (la storia di Scardanelli, e quella del nipote del conte). Non ho neppure provato a scrivere in un italiano settecentesco vero e proprio, ma ho tentato di dare alla narrazione del conte un’aria d’epoca usando una sintassi lambiccata. L’episodio dell’armadio a doppio fondo è tratto da una raccolta di aneddoti settecenteschi (Il fuggilozio), trovata sulla Letteratura Italiana Zanichelli.

 

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