I presidi? Sono come Don Abbondio

Lettera pubblicata sul forum Italians in data 21 giugno 2015

don_AbbondioCaro Severgnini, non vedo di buon occhio la valutazione dei docenti da parte dei presidi, ma non perché consideri questi ultimi dei ducetti o dei manager efficentisti; al contrario, perché, secondo la mia esperienza di professore d’italiano, sono in gran parte dei don Abbondio, preoccupati soprattutto di evitare grane con gli studenti e i genitori.

Feci il mio primo anno di scuola ad Orzinuovi (Brescia), portato sull’orlo dell’esaurimento da una classe di un’incredibile inciviltà e con una preside che non solo non prendeva provvedimenti ma, quando il collegio docenti sembrava disposto a prenderli al suo posto, dopo un episodio particolarmente grave (una bidella in lacrime per gli insulti di un ragazzo),faceva in modo che tutto finisse a tarallucci e vino, dicendo che “l’educazione la si insegna e non la si impone”. Poi, a fine anno, non ho passato l’abilitazione, per non aver stabilito un corretto rapporto con la classe.

Nel secondo anno, in una scuola serale a Brescia, ho uno scontro verbale con uno studente. Il preside mi convoca e mi dice che, anche se mi apprezza come insegnante, non può darmi l’abilitazione e mi consiglia di mettermi in malattia fino a fine anno. Quando gli dico che mi ero limitato ad alzare la voce, mi risponde: “E perché dovevi alzare la voce? L’educazione la si insegna e non la si impone”.

Al terzo anno, in una scuola dell’Appennino, in un ambiente tranquillo e con un preside corretto, riesco finalmente a passare l’abilitazione.

Al quarto anno, a Ravenna, mi trovo davanti alunni che mi tirano addosso palline con dentro scritto “Cappelli gay, Cappelli coglione” e finisco per rimpiangere Orzinuovi; sempre su sollecitazione del preside, dopo tre settimane vado in malattia e ci resto fino a giugno. Poi, grazie alla graduatoria di un vecchio concorso, sono stato assunto come bibliotecario all’università e ho lasciato senza rimpianti un mestiere dove ero costretto a spendere la maggior parte delle mie energie lottando contro coloro per cui lavoravo.

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