Colloquio di lavoro

 

job_interview_72797148Incipit

Il ragazzo si presentò al colloquio per un posto di contabile in abiti esageratamente formali: una giacca scura, che faticava a contenere il suo corpo robusto, e una di quelle cravatte a papillon, ormai diventate altrettanto rare delle farfalle autentiche. Il dottor Burri, l’addetto al personale, lo squadrò con diffidenza, dovuta non all’abbigliamento od ai modi impacciati del candidato, ma ad un punto del curriculum ancora da chiarire.

– Si sieda, si metta pure comodo. Dunque, caro signor Bianchi, cominciamo con le buone notizie: lei ha superato brillantemente sia il test di dattilografia sia quello di contabilità e quindi lei ha, da un punto di vista strettamente professionale, le competenze richieste per il posto. Quello che ci lascia perplessi è il curriculum: lei manca quasi completamente d’esperienza. A quanto scrive, si è diplomato a ventotto anni, poi, parole sue, è rimasto inattivo per due anni e quindi ha fatto solo qualche lavoretto precario. Che cos’ha fatto nel resto della sua vita? E, già che ci siamo, dov’è questo “Istituto Professionale Victor Hugo” che le ha rilasciato il diploma? Non mi risultano scuole di questo nome nella nostra città.

Il ragazzo divenne ancora più impacciato, tirò un fazzoletto per asciugarsi il sudore e poi lasciò uscire dalla bocca la confessione: – In effetti, ha la sede legale a Roma. Più che un istituto, è un’associazione che si occupa di far studiare i carcerati. Sì, non c’è bisogno che me lo chieda: mi sono diplomato in carcere, mentre scontavo i miei dieci anni. Per fortuna, fra amnistie e buona condotta, me ne hanno scalati tre, altrimenti sarei ancora al fresco. – Pronunciò l’ultima parola con voce esitante, quasi volesse farsi perdonare l’espressione gergale.

– Cos’aveva fatto? Questa volta sia sincero.

– Un errore di gioventù che non finirò mai di pagare. Ero in discoteca con gli amici ed ho esagerato con il whisky; di solito, cercavo di moderarmi ma quella sera mi sono lasciato andare; poi sono salito in macchina… Lei ha dei figli?

– Un maschio, di diciotto anni.

– Allora lei sa quanto possano essere stupidi i ragazzini. Non avrei dovuto guidare, ma sarebbe stato come ammettere che non reggevo gli alcolici; e poi, non potevo cedere il volante ad uno dei miei amici, perché erano ancora più sbronzi di me. Per farla breve, ho investito un ciclista e l’ho ammazzato. Mi perdoni se non scendo in particolari.

Riassunto

Quando il dottor Burri sembra ormai intenzionato a concedere il posto, il ragazzo, divenuto improvvisamente spavaldo, rivela di essere in realtà stato condannato per furto, e, quando il suo interlocutore comincia a mostrare dei dubbi gli chiede, provocatoriamente: “Immagini che il ragazzo che ho detto di avere investito mentre guidavo ubriaco fosse stato suo figlio; la considererebbe lo stesso una colpa meno grave dell’essere andato a rubare?”. Il dottore non può che dargli ragione e assumerlo. Poco altro da dire su questo racconto di sole due pagine (il mio più breve in assoluto).

 

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