Cantantessa? No, cantatrice

Lettera pubblicata  sul forum Italians  il 2 luglio 2018, in cui riprendo le argomentazioni di un precedente lettore a proposito del termine “cantantessa” coniato da Carmen Consoli per definire sé stessa e le sue colleghe.

Cari Italians, da ex professore d’italiano, vorrei dire la mia a proposito del termine “cantantessa”. Oltre alle argomentazioni già fatte dal lettore Fiorenzo Cardone, oltre alla sua evidente cacofonia, c’è anche una ragione grammaticale ben precisa per bandirlo dal vocabolario. “Cantante” è il participio presente del verbo “cantare” e i verbi, in tutte le forme, escluso il participio passato, sono neutri, senza distinzione di maschile o femminile. La regola vale anche nei casi in cui il participio è usato, come aggettivo (“pesante”) o sostantivo (“amante”), con tanta frequenza da non essere più percepito come un verbo. Quindi, se vogliamo distinguere le donne cantanti dai colleghi maschi, piuttosto che creare un così sgraziato neologismo, meglio sarebbe, in analogia con le altre donne artiste (la scrittrice, l’attrice, la pittrice, la compositrice) recuperare dalla tradizione rinascimentale il termine di “cantatrice”, desueto ma ben altrimenti musicale. Provate infatti a sostituire “La cantatrice calva” con “La cantantessa calva”: un titolo suggestivo, anche se senza rapporto con la commedia, diventa uno scioglilingua. Fra l’altro, è curioso che una richiesta analoga a quella di Carmen Consoli non sia venuta da una cantante (pardon, cantatrice) d’opera. E sì che soprani, mezzosoprani e contralti, femmine per definizione e maschi grammaticalmente, avrebbero qualche ragione di lamentarsi e di voler correggere un’anomalia citata in tutte le grammatiche; però, a quel che mi risulta, nessuna di loro vuole farsi chiamare “soprana” o “tenoressa”.

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Non te li puoi portare appresso

I morti non sono mai stati peccatori.

Incipit

Nella vita, può succedere anche questo: che tu prenda la macchina, diretto alla villa nei dintorni di Monza dove è nascosta la tua ragazza, deciso a non tornare indietro fino a quando non avrai parlato con lei e chiarito tutte le cose; che per tutto il percorso immagini quello che dirai tu e quello che dirà lei, come un autore che prova le battute di una commedia; che quando esci dal casello autostradale sei già arrivato al punto in cui lei ti butta le braccia al collo e fugge con te, lontano dalla soffocante tutela dell’avvocato Zoli; e poi, quando arrivi alla villa e suoni il campanello, ti rispondono che Amelia non c’è.

Naturalmente, tu, già scottato da esperienze precedenti, pensi che si tratti di una scusa e, facendo forza alla tua natura di persona mite e tranquilla, fai una scampanellata dietro l’altra e sbraiti al citofono, finché non vengono ad aprirti. Ti prepari ad affrontare quel tizio pelato e con il fisico di un armadio che finora ti ha sempre respinto; e invece, dietro la porta, appare un viso ben conosciuto, quello di Edmondo, il figliastro di Merloni e il cognato della tua bella. Normalmente, non ti daresti molta pena di lui; lo hai sempre considerato un bamboccione, tanto inutile quanto innocuo, l’unica giustificazione della cui esistenza è aver fornito la materia prima perché nascesse la deliziosa nipotina di Amelia.

Quel giorno, tuttavia, Edmondo aveva una strana espressione, seria e aggrondata, che Arturo non gli aveva mai visto e che imponeva il rispetto, quasi contro la propria volontà; l’espressione de i fatui quando le circostanze ricordano loro l’esistenza della morte.

Riassunto

Edmondo informa Arturo che il padre di Amelia è ricoverato all’ospedale, in condizioni disperate, per un’emorragia al fegato, e che le sue due figlie sono al suo capezzale. I due hanno un colloquio relativamente cordiale e Arturo scopre così che in realtà Amelia aveva cercato di mettersi in contatto con lui, ma ne era stata impedita dall’avvocato Zoli e da Colombo, il capo della sorveglianza. Quella notte stessa, Amelia, reduce dall’ospedale, telefona a Arturo, e questo semplice fatto basta a dissipare d’un colpo i malintesi fra i due fidanzati; la ragazza si lascia anche convincere ad accettare il patrocinio legale di Valerio, anziché quello dell’ambiguo Zoli.

Vede, proprio qui, regola numero sei. Non te li puoi portare appresso.

Mentre il vecchio Dorriti agonizza, suscita scalpore nell’opinione pubblica il caso del dottor Martini, rovinatosi per aver investito nella banca del suo vicino di villa Merloni. Finalmente, il padre di Amelia muore; i suoi funerali si svolgono alla presenza di pochi intimi e molti giornalisti.

Durante la cerimonia, ascoltando la parabola di Lazzaro ed Epulone, e poi un biglietto di pentimento del defunto, Arturo ha modo di riflettere sulla vanità di tutte le cose umane di fronte alla morte, non solo la ricerca della ricchezza, ma anche quella dell’onestà. Invece l’avvocato Zoli, anche lui presente alla funzione, si preoccupa solo del modo in cui sfruttare il lutto di Amelia per le sue strategie legali.

Esercizi di esegesi evangelica

Senza la carità nulla mi giova

Incipit

– Ben ritrovato, Arturo. Era un bel po’ che non ti facevi vivo.

– Lei ha ragione, don Mario. Purtroppo, negli ultimi tempi temo di aver trascurato la pratica religiosa e non solo quella.

– Però, almeno quando ti sposi spero che verrai nella mia chiesa.

– È per questo che sono a chiedere consiglio da lei. Non sono più tanto sicuro di volermi sposare.

– Come mai? Eppure, nell’ultimo messaggio che mi hai mandato sembravi così entusiasta della tua fidanzata. Se me lo dicesse un altro, penserei che non vuole rinunciare ai piaceri dello scapolo, ma tu non sei il tipo.

– Ho paura che Amelia non sia la ragazza onesta che credevo.

– Non sei il primo fidanzato che mi fa questi discorsi, e neppure il decimo. Ti dirò quello che ho detto a tutti gli altri: cerca di chiarire le cose con la tua ragazza, prima possibile, senza nutrire i sospetti nel tuo cuore, e vedrai che si tratterà quasi sicuramente di un malinteso. Sai da cosa nascono queste gelosie improvvise? Dalla paura di impegnarsi.

– Padre, non si tratta di una faccenda di corna. Forse lo avrei preferito. Ho il forte sospetto che Amelia abbia tradito tutti i miei ideali; che, nelle stesse settimane, la domenica uscisse insieme a me, ascoltasse le mie prediche sulla giustizia e l’onestà e nei giorni feriali aiutasse il suocero di sua sorella a truffare i risparmiatori.

– Aspetta, è l’Amelia dello scandalo del Credito Cisalpino? Ne avevo letto qualcosa su Avvenire, ma, da quel che ho capito, è solo indagata. Vale sempre il consiglio di prima: parla con lei e vedrai che chiarirete tutto. Tu sei del ramo e dovresti sapere che una cosa è essere indagati, una cosa essere condannati, e un’altra cosa ancora essere colpevole.

– Già la presunzione d’innocenza, che per la Chiesa è valida soprattutto quando un sacerdote si trova nei guai. Mi scusi la battutaccia, don Mario, ma non tutti i preti sono persone per bene come lei. Le spiego la situazione. Anch’io, quando Amelia ricevette l’avviso di garanzia, credetti ad un equivoco, ad un eccesso di zelo da parte della procura e mi diedi perfino da fare per procurarle un avvocato. Però, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, lei si è comportata in un modo strano, il modo in cui si comporta un imputato colpevole.

 

Riassunto

Arturo spiega al suo direttore spirituale i motivi delle sue angustie. Amelia, dopo aver scelto come patrono un avvocato chiacchierato come Zoli, rimanda il più possibile l’interrogatorio in procura e non ha più avuto contatti col suo fidanzato neppure via Internet. Arturo si è convinto che la ragazza abbia davvero compiuto delle azioni illecite, non per interesse ma per solidarietà con la sua nuova famiglia.

Don Mario, per prima cosa, ricorda ad Arturo che la carità verso i peccatori deve valere anche per i rei di reati finanziari, come i pubblicani del vangelo, e che tutti gli uomini, onesti e disonesti, sono legati fra di loro dall’appartenere alla comune umanità, facendo anche un’interpretazione libera, ma plausibile, di brani evangelici quali la parabola del fariseo e del pubblicano e l’episodio di Cristo e della peccatrice.

La parabola del fariseo e del pubblicano

Poi, invita il suo pupillo a chiarire le cose con Amelia, e, se la ragazza dovesse risultare colpevole, a perdonarla. È un capitolo breve ma importante, perché mostra l’altra faccia della medaglia: se nel resto del libro sono mostrati i peccati dei furbi, qui si mostrano i peccati in cui, senza saperlo, possono cadere gli onesti, quali il moralismo e il fariseismo.

La matassa

Incipit

Mentre una ragazza orgogliosa accompagnava una comitiva di turisti per i castelli e le cattedrali di Francia (sperando che i suoi assistiti non avessero letto i giornali italiani) e raccoglieva le forze per la battaglia che l’attendeva al ritorno, due paia di mani volenterose, come abbiam visto, si preparavano a fare del loro meglio per dipanare la matassa in cui lei era rimasta avvolta; ma altre mani, ben più esperte e spregiudicate, si erano già messe in moto perché quella matassa risultasse ancora più intricata.

L’avvocato Zoli, come tutte le persone anziane, rimpiangeva il buon tempo andato, nonostante le sue scomodità. Quando aveva cominciato a fare l’avvocato, e ad assistere clienti chiacchierati, tenere i contatti con un ricercato senza farsi scoprire dalla polizia era un’impresa avventurosa e perfino romantica. Nelle sua carriera professionale, l’episodio che ricordava con più soddisfazione era l’aver procurato ad un suo cliente latitante un’intervista in diretta alla televisione.

Adesso, nell’epoca della rete e dell’iperconnessione, le chiamate dal telefono di un bar, i messaggi registrati su nastro, i pizzini scambiati attraverso persone di (dubbia) fiducia erano diventate anticaglie del passato. Bastava mettersi davanti alla tastiera di un computer e collegarsi al server giusto per fare lunghe conversazioni con il tuo assistito, ben nascosto in qualche sicuro indirizzo a San Marino o in Papuasia, senza rischio di ntercettazioni. Non occorreva neanche essere un espero in informatica; bastava averne uno al proprio servizio. Vuoi mettere, però, la soddisfazione che si provava quando, ascoltando nella cornetta la voce del tuo cliente, sapevi di aver fregato la Giustizia?

Pure, è dovere di un avvocato farsi adepto delle nuove tecnologie, se questo può servirgli per difendere meglio gli interessi del suo cliente. Oltretutto, assumendo il patrocinio di Merloni, Zoli si era assunto forse il compito più difficile della sua carriera. Difendere un innocente è facile, ci riesce anche un avvocato d’ufficio; e neanche difendere un colpevole è difficile, se tutto ciò a cui si punta sono le giuste attenuanti. La vera prova del nove è fare assolvere un cliente sapendolo colpevole, ma neanche questo bastava a Merloni. Il bancarottiere in fuga non si accontentava di un’assoluzione dovuta al beneficio del dubbio o a un cavillo giuridico; voleva uscire dal processo candido come un agnello, in modo da poter tornare a sedere sulla vecchia poltrona appena uscito dal tribunale.

Riassunto

L’avvocato Zoli, una vecchia volpe disposta a tutto, non privo tuttavia di qualche soprassalto di moralità, si consulta sulla strategia da seguire dopo l’avviso di garanzia ad Amelia, prima, via Internet, con Merloni, poi, di persona, con Giulio ed Eva, nel lussuoso loft dove il primo sconta gli arresti domiciliari. La strategia che propone è la seguente: lui assumerà il patrocinio di Amelia e la scagionerà al processo, così da indebolire tutta l’inchiesta sul Credito Cisalpino, ma farà anche in modo che la ragazza non sia discolpata troppo presto, in modo da mantenere gli inquirenti su una falsa pista. Tutti quanti approvano l’idea, senza preoccuparsi per la tortura che la povera innocente dovrà sopportare per mesi. Al ritorno dal suo viaggio di lavoro, Amelia, appena rientrata dal suo viaggio di lavoro, è praticamente sequestrata da Colombo, portata nel villino della sorella e del cognato e lì si lascia convincere dall’insinuante avvocato Zoli a mettersi nelle sue mani.

Quarto potere

Sii tu casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia.

Incipit

Erano anni che Bernazza utilizzava, per gli incontri con gli informatori, il ristorante veneto Zonin, lo stesso dove, più di un anno prima, Eva e Giulio avevano sancito il loro patto di amore e di affari, e i camerieri avevano imparato a stuzzicare le piccole vanità di quel cliente fisso.

– Ah, è lei signor Bernazza. Sa che ieri sera l’ho vista in televisione?

– Spero di esserle piaciuto.

– Sì, però forse dovrebbe controllarsi un po’ di più, se no c’è rischio che non la invitino più.

– Finché mi invitano, farò quello che mi viene meglio: parlare senza peli sulla lingua. Se vorranno censurarmi, mi resta sempre il mio giornale.

– Vuole ordinare, signor Bernazza?

– Non ancora, aspetto qualcuno che deve arrivare a momenti – rispose il giornalista.

– Compagnia femminile, per caso? – chiese, maliziosamente, il cameriere.

– Eh, mi piacerebbe; no, una cena di lavoro, quindi, dopo averci serviti, statevene a distanza di sicurezza, perché dobbiamo parlare di argomenti riservati. –

In realtà, Bernazza avrebbe potuto benissimo incontrarsi con i suoi informatori a casa, o alla sede del Fogliaccio, però quegli appuntamenti clandestini al ristorante, come si fosse trattato di una relazione adultera, soddisfacevano il suo gusto melodrammatico.

Pochi minuti dopo, entrò al ristorante la gola profonda, un tale corpulento, stempiato, con due baffoni scuri. Lo abbiamo già incontrato due capitoli fa; era quel cancelliere Fazzuoli che ebbe uno scambio di opinioni con Arturo, il giorno degli avvisi di garanzia.

– Allora, caro il mio cancelliere, hai qualche notizia in anteprima per il tuo amico giornalista? – chiese Bernazza, una volta che il cameriere ebbe servito due piatti di fegato alla veneziana.

– Il procuratore ha chiesto un’altra rogatoria ai cinesi, ma ci vorrà del tempo prima che venga accolta.

– Senti, io non ti offro la cena per notizie di ordinaria amministrazione, come rogatorie e simili. Io voglio uno scoop in anteprima. I traffici del Credito erano solo di valuta o anche di armi e di droga? C’è qualche politico coinvolto, a parte quel deficiente di Vinaccia? I segni del tempo ha pubblicato un’intervista a uno degli indagati; significa per caso che il Vaticano si sta muovendo per insabbiare tutto?

Riassunto

Il giornalista scandalista Bernazza s’incontra in un ristorante con un suo informatore (Fazzuoli, un cancelliere del tribunale) e gli chiede anticipazioni a proposito dell’inchiesta sul Credito Cisalpino. Il cancelliere, violando il segreto istruttorio, rivela a Bernazza i nomi dei titolari di tre conti bancari attraverso i quali passavano le operazioni illegali della banca; Vittorio Bianchi e Amelia Dorriti. (In realtà, come sa bene il lettore, i due sono completamente innocenti e le loro identità sono state usate a loro insaputa). Bernazza pubblica la notizia sul suo giornale, accompagnandola con feroci commenti, senza mancare di citare lo scandalo che anni prima ha travolto il padre di Amelia. La procura, in seguito allo scoop, deve rinunciare ad ogni prudenza ed emettere un avviso di garanzia contro Amelia. La riceve la notizia mentre è in Francia per lavoro; il buon Arturo si preoccupa di procurarle un avvocato e si rivolge al suo amico Valerio. (Come si vede, se finora nel romanzo si è denunciata la corruzione, adesso si comincia a mostrare l’altra faccia della medaglia: il moralismo, il sensazionalismo della stampa, il linciaggio morale degli innocenti).

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