Un matrimonio

Incipit

Considerava la vita un’immensa arena, dove gli uomini, rispettando onestamente le regole, gareggiano nel raggiungere la perfezione. Quando si accorse che non era così, non gli venne in mente di aver torto.

Così racconta una vecchia fiaba: C’erano una volta due cacciatori che si perdettero nel bosco, finché, cammina cammina, non arrivarono ad un castello in riva ad un lago, dove si teneva una festa per il matrimonio del figlio del re. Quella volta, però, i due viandanti sperduti non erano cacciatori ed anzi, in qualità di vecchi boy scout, erano convinti difensori della natura; a rigore, non erano neppure viandanti, visto che erano a bordo di un’utilitaria.

Arturo e Valerio avevano passato la giornata girando per le colline che si specchiavano sul lago, alla ricerca di prati e boschi da usare come accampamento scout nella futura stagione.

Valerio era una guida, e Arturo no, però, dei due, era forse lui quello che, nell’anima, aveva conservato il fazzoletto azzurro intorno al collo. Se accettava di fare da navigatore all’amico nelle sue gite di ricognizione, non era solo per passare una domenica all’aria aperta. Era anche per una nostalgia sentimentale verso i bivacchi sotto le stelle, le notti all’addiaccio e l’idealismo preadolescenziale.

Come tutti coloro che sono vissuti abbastanza da indossare i pantaloni lunghi, Arturo si era reso conto, ad un certo momento, che il mondo non seguiva le regole di Baden Powell e che l’umana società assomigliava ad un’immensa equazione, ammirevole per la sua eleganza e complessità, ma che produceva un risultato chiaramente sbagliato. I più decidono di prendere il risultato per quello che è, e sono i conformisti; qualcuno decide di cancellare l’intera formula con un colpo di cimosa, e sono i rivoluzionari; e poi ci sono quelli come Arturo, non abbastanza cinici per la prima soluzione e troppo di buoni sentimenti per la seconda, che scelgono la posizione più scomoda: esaminare tutta l’equazione da cima a fondo, scoprire i piccoli errori nei punti cruciali, e correggerli, in modo da lasciare il mondo, secondo l’imperativo di B. P., migliore di come lo si è trovato.

 Riassunto

Arturo e Valerio sono due amici: il primo è cancelliere di tribunale, il secondo avvocato e, nel tempo libero, guida scout. Sono diversi anche di carattere: il primo è un rigido moralista, il secondo un tipo accomodante e un dongiovanni (vedi Il rap dello scout).Di ritorno da un’escursione in montagna, i due fanno sosta in una villa sul lago di Como, dove si sta svolgendo una festa di nozze.

 

Accolti grazie alla gentilezza di una ragazza, Amelia, la sorella della sposa, i due scoprono di essersi imbucati, senza saperlo, alla festa per l’unione fra Edmondo, il figliastro del banchiere Merloni, e Fanny, la sorella di Amelia. La cerimonia, sfarzosa e kitsch come lo sono i matrimoni nei giorni nostri, è allietata dalla musica dei Raminghi, che eseguono una canzone contro il consumismo, piuttosto incongrua, data l’occasione.

 

Valerio riesce a farsi dare il biglietto da visita di Amelia, ma lo cede ad Arturo, quando capisce che l’amico è stato colpito dalla ragazza, che nella serata ha dato prova di garbo e finezza quanto i due sposi di volgarità. Al ritorno, in macchina, i due discutono della festa cui hanno assistito e della personalità di Merloni, discusso finanziere, che la procura dove lavora Arturo ha già messo sotto osservazione.

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I furbi ed i boy-scout

I furbi e i boy scout è stato un tentativo di emulare il romanzone ottocentesco, con personaggi che salgono di volta in volta in primo piano, buoni o cattivi ma tutti collegati fra di loro, oltre che dai legami famigliari, da una vicenda centrale (qui, il fallimento di una banca). Ho fatto molta fatica a scriverlo, anche perché non avevo nessuna esperienza riguardo all’alta finanza, e per rimpolparlo ho fatto sistematicamente ricorso a spunti tratti dai racconti precedenti; pure, non sono troppo scontento del risultato finale. I boy-scout del titolo non sono solo i seguaci di Baden Powell (anche se pure loro hanno una parte nel racconto) ma, più in generale, gli onesti e gli ingenui.

Essendo un romanzo ricco di personaggi, è doveroso farne un elenco preliminare.

I due boys scout

  • Arturo Rossi, cancelliere di tribunale
  • Valerio, amico di Arturo, avvocato e guida scout.

La famiglia Dorriti

  • Amelia Dorrti, accompagnatrice turistica
  • Padre di Amelia, pregiudicato, condannato per speculazioni edilizie
  • Fanny, sorella di Amelia e moglie di Edmondo Merloni

La famiglia Merloni

  • Ettore Merloni, presidente del Credito Cisalpino
  • Elisa, moglie di Merloni
  • Edmondo, playboy, figliastro di Merloni e marito di Fanny
  • Aurora, figlia di Edmondo e Fanny

Il Credito Cisalpino

  • Brunori
  • Niccolò Tavella
  • Giulio Monti, consigliere d’amministrazione
  • Eva Manzoni, interprete, amante di Giulio Monti
  • Leonardo Pezzola, funzionario.
  • Giovanna, sua moglie, insegnante e guida scout.
  • Antonio Zoli, avvocato della banca
  • Stefano Colombo, responsabile della sicurezza
  • Vittorio Bianchi, personaggio immaginario, nato da un furto d’identità.

La famiglia Monti

  • Elvira Monti, madre di Giulio
  • Renato Monti, cugino di Giulio
  • Margherita, sua moglie
  • Mario e Silvana, figli di Renato

Personaggi vari

  • I raminghi, complesso beat.
  • Fabio Martini, medico condotto
  • Irina Dimenti, psicologa
  • Marzetti, campione di nuoto
  • Fazzuoli, funzionario del tribunale
  • Onorevole Vinaccia, ex deputato
  • Marino Bernazza, giornalista scandalistico
  • Don Mario, sacerdote.

Il romanzo ha due epigrafi; una è tratta dalla Famiglia Antrobus di Thornton Wilder, l’altra una poesiola scritta da me e attribuita a un complesso immaginario.

Thornton Wilder

Ti accorgerai, tesoro,

che chi conta  davvero al mondo è una specie di società segreta,

 fatta di persone come me e come te,

che tutto questo lo hanno capito.

Il mondo è stato fatto per noi.

Se togli quelle due cose che sono il potere e il piacere, che cos’è la vita?

Noia e stupidità.

Thornton Wilder, La famiglia Antrobus

 

Me ne frego di un mucchio di verdoni.

Io non voglio una macchina veloce,

Non mi serve una moglie col visone,

Del motoscafo posso farne a meno.

Voglio due cose e poi sono contento:

La mia ragazza ed un mondo migliore.

E se non posso averli tutti e due,

Datemi la ragazza e sono a posto.

Le cose che contano (parole e musica dei Raminghi)

Trenitalia e i vandali dello spray

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Topolino apprendista stregone è nel cuore di tutti, ma immaginate di essere all’interno del vagone, al buo anche di giorno per via del finestrino coperto di vernice…

 

Messaggio pubblicato sul forum Italians in data 13 febbraio 2017.

Cari Italians, come pendolare dalla Romagna a Bologna ho già scritto parecchi messaggi per lamentarmi delle ferrovie; ne ho scritto un paio per lamentarmi dei graffitari ; adesso vorrei unire le due lamentele. Già da tempo, infatti, gli pseudo-artisti bolognesi, non contenti di aver rovinato i muri di una delle più belle città d’Italia, hanno esteso le loro attenzioni alle carrozze ferroviarie, tanto che nelle ultime settimane solo oggi mi è riuscito di prendere un treno senza decorazioni sulla fiancata. Il danno più grave non è neanche quello fatto alle carrozze; è che i graffitari usano come tela tanto le fiancate quanto i finestrini, per cui noi pendolari dobbiamo viaggiare coi vetri sporchi nel migliore dei casi e completamente oscurati nel peggiore. Sono indignato con questi Michelangeli dei poveri, ma anche con Trenitalia, che se la prende comoda prima di ripulire i treni imbrattati. Soprattutto, questi vandalismi la dicono lunga sulla sicurezza delle stazioni. Si capisce che queste pitture, anche se esteticamente orrende, non sono semplici graffiti allo spray; si estendono per tre o quattro vagoni, hanno qualche pretesa artistica, sono insomma state fatte con calma, senza paura di essere beccati. Sarà così difficile, allora, per un emulo di Franco Freda, salire su un treno incustodito, senza essere sorpreso dalla polizia ferroviaria, e lasciare un pacco ticchettante nella toilette?

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Ho ricevuto alcune e-mail di consenso

Negli anni’80 venni assunto da un’azienda e mi dissero: attenzione a non rimanere dopo le 21, perché liberano i cani. Non sarebbe poi così difficile per Trenitalia e per tutte le aziende di trasporto locale.

Marco Silleni

Il problema è che in Italia non c´è la volontà di punire (e, forse, neanche i mezzi). Inoltre :le ” pene” per i graffitari sono troppo alla carlona. Da 3 a 5 anni di galera oltre che al risarcimento del danno sarebbero la pena più opportuna. Inoltre : premi in denaro a chi contribuisce a far arrestare questi” gentiluomini” con bomboletta.

Claudio Pantucci

Quando beccati in flagrante, fargli pagare con lavori “forzati” fino all`ultimo spruzzo. E poi un buon manganello farebbe miracoli, lo dice uno che dovrà cambiare partito….

Gabriele Fantoni (lascio al signor Fantoni la responsabilità dell’ultima affermazione).


I presidi? Sono come Don Abbondio

Lettera pubblicata sul forum Italians in data 21 giugno 2015

don_AbbondioCaro Severgnini, non vedo di buon occhio la valutazione dei docenti da parte dei presidi, ma non perché consideri questi ultimi dei ducetti o dei manager efficentisti; al contrario, perché, secondo la mia esperienza di professore d’italiano, sono in gran parte dei don Abbondio, preoccupati soprattutto di evitare grane con gli studenti e i genitori.

Feci il mio primo anno di scuola ad Orzinuovi (Brescia), portato sull’orlo dell’esaurimento da una classe di un’incredibile inciviltà e con una preside che non solo non prendeva provvedimenti ma, quando il collegio docenti sembrava disposto a prenderli al suo posto, dopo un episodio particolarmente grave (una bidella in lacrime per gli insulti di un ragazzo),faceva in modo che tutto finisse a tarallucci e vino, dicendo che “l’educazione la si insegna e non la si impone”. Poi, a fine anno, non ho passato l’abilitazione, per non aver stabilito un corretto rapporto con la classe.

Nel secondo anno, in una scuola serale a Brescia, ho uno scontro verbale con uno studente. Il preside mi convoca e mi dice che, anche se mi apprezza come insegnante, non può darmi l’abilitazione e mi consiglia di mettermi in malattia fino a fine anno. Quando gli dico che mi ero limitato ad alzare la voce, mi risponde: “E perché dovevi alzare la voce? L’educazione la si insegna e non la si impone”.

Al terzo anno, in una scuola dell’Appennino, in un ambiente tranquillo e con un preside corretto, riesco finalmente a passare l’abilitazione.

Al quarto anno, a Ravenna, mi trovo davanti alunni che mi tirano addosso palline con dentro scritto “Cappelli gay, Cappelli coglione” e finisco per rimpiangere Orzinuovi; sempre su sollecitazione del preside, dopo tre settimane vado in malattia e ci resto fino a giugno. Poi, grazie alla graduatoria di un vecchio concorso, sono stato assunto come bibliotecario all’università e ho lasciato senza rimpianti un mestiere dove ero costretto a spendere la maggior parte delle mie energie lottando contro coloro per cui lavoravo.

Quando si iniziava a leggere con il “Corriere dei Piccoli”

Lettera pubblicata sul forum Italians, in data 6 maggio 2015.

Gianconiglio

Cari Italians, sulla questione del perché gli italiani non leggono, mi permetto qualche osservazione. Da qualche tempo sono diventato un fedele lettore di un blog (http://corrierino-giornalino.blogspot.it) dedicato al “Corriere dei Piccoli” degli anni ’60, una rivista che, per motivi anagrafici, ho conosciuto solo di sfuggita. Ho così scoperto che il Corrierino era una pubblicazione di altissimo livello, che non solo presentava il meglio del fumetto italiano e francese, ma si giovava anche di firme “adulte” come quella di Dino Buzzati. Ebbene, non solo il Corriere dei Piccoli, travolto dalla sciagurata gestione Rizzoli, è ormai storia passata, ma anche i giornalini in genere, (quelli che mettevano assieme fumetti per bambini e per ragazzi, articoli e giochi) sono pressoché spariti dalle edicole.

Analogamente, il fumetto umoristico per bambini, per cui una volta lavoravano anche maestri come Bonvi, si è ridotto al solo Topolino; il fumetto avventuroso ha abbandonato il suo tradizionale pubblico dei ragazzi per rivolgersi agli adulti, e per capirlo basta paragonare il vecchio Tex Willer con Dylan Dog. A questo punto, mi chiedo: non è che, se gli italiani adulti non leggono libri, è perché i bambini italiani hanno smesso di leggere quei fumetti che per generazioni hanno costituito il primo incontro con la carta stampata? Forse, il “Corriere” servirebbe la causa della cultura più efficacemente se sostituisse “La lettura” con un buon supplemento per ragazzi…

Ho ricevuto alcune lettere di approvazione.

Brunella Galante

Anche io leggevo il Corrierino. Non so se ha notato che c’era una rubrica intitolata “Palestra dei lettori” dove si pubblicavano le barzellette inviate dai piccoli e si dava loro un assegno di 600 lire (allora era una somma discreta che permetteva di acquistare almeno una dozzina di grosse e appetitose paste dolci). Io a 6 anni sono riuscita a guadagnarle spedendo le sciocchezze divertenti che dicevano i compagni di scuola somari.

Domenico Mirarchi

Ottima idea la sua. Speriamo che al Corriere la riprendano.

Enea Berardi

In effetti i fumetti di una volta, il corriere dei piccoli che univa racconti, romanzi e fumetti, preparavano alla lettura. Ed anche Topolino usava vocaboli ricercati. E tutti parlavano un buon italiano, anche i banditi “patibolari” sul Tex…ottima osservazione la sua.

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