Non te li puoi portare appresso

I morti non sono mai stati peccatori.

Incipit

Nella vita, può succedere anche questo: che tu prenda la macchina, diretto alla villa nei dintorni di Monza dove è nascosta la tua ragazza, deciso a non tornare indietro fino a quando non avrai parlato con lei e chiarito tutte le cose; che per tutto il percorso immagini quello che dirai tu e quello che dirà lei, come un autore che prova le battute di una commedia; che quando esci dal casello autostradale sei già arrivato al punto in cui lei ti butta le braccia al collo e fugge con te, lontano dalla soffocante tutela dell’avvocato Zoli; e poi, quando arrivi alla villa e suoni il campanello, ti rispondono che Amelia non c’è.

Naturalmente, tu, già scottato da esperienze precedenti, pensi che si tratti di una scusa e, facendo forza alla tua natura di persona mite e tranquilla, fai una scampanellata dietro l’altra e sbraiti al citofono, finché non vengono ad aprirti. Ti prepari ad affrontare quel tizio pelato e con il fisico di un armadio che finora ti ha sempre respinto; e invece, dietro la porta, appare un viso ben conosciuto, quello di Edmondo, il figliastro di Merloni e il cognato della tua bella. Normalmente, non ti daresti molta pena di lui; lo hai sempre considerato un bamboccione, tanto inutile quanto innocuo, l’unica giustificazione della cui esistenza è aver fornito la materia prima perché nascesse la deliziosa nipotina di Amelia.

Quel giorno, tuttavia, Edmondo aveva una strana espressione, seria e aggrondata, che Arturo non gli aveva mai visto e che imponeva il rispetto, quasi contro la propria volontà; l’espressione de i fatui quando le circostanze ricordano loro l’esistenza della morte.

Riassunto

Edmondo informa Arturo che il padre di Amelia è ricoverato all’ospedale, in condizioni disperate, per un’emorragia al fegato, e che le sue due figlie sono al suo capezzale. I due hanno un colloquio relativamente cordiale e Arturo scopre così che in realtà Amelia aveva cercato di mettersi in contatto con lui, ma ne era stata impedita dall’avvocato Zoli e da Colombo, il capo della sorveglianza. Quella notte stessa, Amelia, reduce dall’ospedale, telefona a Arturo, e questo semplice fatto basta a dissipare d’un colpo i malintesi fra i due fidanzati; la ragazza si lascia anche convincere ad accettare il patrocinio legale di Valerio, anziché quello dell’ambiguo Zoli.

Vede, proprio qui, regola numero sei. Non te li puoi portare appresso.

Mentre il vecchio Dorriti agonizza, suscita scalpore nell’opinione pubblica il caso del dottor Martini, rovinatosi per aver investito nella banca del suo vicino di villa Merloni. Finalmente, il padre di Amelia muore; i suoi funerali si svolgono alla presenza di pochi intimi e molti giornalisti.

Durante la cerimonia, ascoltando la parabola di Lazzaro ed Epulone, e poi un biglietto di pentimento del defunto, Arturo ha modo di riflettere sulla vanità di tutte le cose umane di fronte alla morte, non solo la ricerca della ricchezza, ma anche quella dell’onestà. Invece l’avvocato Zoli, anche lui presente alla funzione, si preoccupa solo del modo in cui sfruttare il lutto di Amelia per le sue strategie legali.

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Rassegna stampa

Si tratta certo di un malinteso / io non capisco perchè me l’hanno preso.

Incipit

Sarà anche vero, come dice Tavella, che oggi, in Italia, la carriera di un manager non è completa senza un avviso di garanzia. Ciò non toglie che, per una mamma come la signora Elvira, così orgogliosa del successo del figlio, aprire il giornale e trovare, in una fila di fotografie, quella del pargolo, sotto il titolo GLI INDAGATI, costituisca un discreto shock. Meno male che Giulio era riuscito perlomeno a prepararla al colpo, con una telefonata in cui le diceva che era stata aperta un’inchiesta sul Credito Cisalpino, ma era la solita speculazione politica, e tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone.

Per circa un mese, lo scandalo aveva monopolizzato l’interesse dell’opinione pubblica. Prima c’era stato il momento della disperazione, con scene che ricordavano l’America del 1929. Per una settimana, le lunghe file di correntisti, venuti a ritirare dalle filiali del CC quel poco che restava dei loro depositi, furono un’immagine obbligatoria sulle prime pagine dei quotidiani; e in televisione, era difficile guardare un telegiornale o un programma del pomeriggio, senza incappare in una vecchietta disperata per aver perduti tutti i risparmi o in un uomo incavolato per lo stesso motivo.

Poi ci fu il momento della rabbia e della ricerca dei responsabili. I brillanti membri del consiglio d’amministrazione non rilasciavano più sussiegose interviste ai mensili in carta patinata, come avevano fatto fino ad un mese prima; adesso erano descritti come boss mafiosi e persino le loro immagini su quotidiani e settimanali avevano l’aria di foto segnaletiche. Non parliamo poi di quello che appariva in rete; se un blogger sosteneva che Merloni e company meritavano l’ergastolo, subito spuntavano decine di commenti a rincarare la dose, e a proporre per i bancarottieri non l’ergastolo, ma la fucilazione e l’esposizione dei corpi a piazzale Loreto.

Quando l’inchiesta della procura sembrò entrare nel vivo, e cominciarono gli interrogatori (intanto, Tambini, Artigiani e Sormani, i tre membri del Politburo che la sera della festa erano mancati all’appello, avevano deciso di presentarsi in tribunale, e solo Merloni restava irreperibile), i contestatori diventarono una presenza fissa davanti al palazzo di Giustizia. Ogni volta che qualcuno, coinvolto nello scandalo del Credito Cisalpino, (che fosse un indagato od un testimone minore), saliva lo scalone d’ingresso, l’avvocato da un lato e il carabiniere dall’altro, come minimo si scatenava una salva di fischi e di insulti. Ci furono anche diversi lanci di monetine e di pomodori, e un paio di tentate aggressioni fisiche.

Riassunto

Nella furia contro i dirigenti del Credito Cisalpino, si distingue soprattutto Marino Bernazza, un giornalista scandalistico e demagogo, tipico istrione da talk-show. Il buon Arturo, vedendo Bernazza in televisione  inveire, con toni esagitati e volgari, contro il latitante Merloni e i suoi parenti acquisiti, prova sentimenti contrastanti: da una parte è lieto per la punizione dei disonesti, dall’altra teme che Amelia possa soffrire per la nuova disgrazia che si è abbattuta sulla sua famiglia.

Merloni ha però conservato abbastanza conoscenze da manovrare una campagna di stampa a sua difesa. Passata la fase più acuta dello scandalo, su alcuni giornali appaiono articoli che criticano l’inchiesta sulla banca e propongono il suo salvataggio con denaro pubblico.

Poco dopo, il professor Renato, la madre, la moglie e i figli vanno a un pranzo di famgilia con la zia Elvira, la madre di Giulio. La vecchia signora insiste a difendere il figlio, per lei vittima innocente di una congiura dei poteri forti, andando contro l’evidenza ed appoggiandosi ai sopraccitati articoli e all’intervista di un anonimo funzionario del Credito Cisalpino apparsa su un settimanale. Nessuno osa contraddirla, per rispetto umano, e quando il giovane Mario osa fare qualche timida obiezione, è subito zittito dai genitori. Il ragazzo si sfoga pubblicando nei social networks, con lo pseudonimo di Robespierre, un articolo furibondo contro il cugino Giulio.

Sterzando alle curve della vita

Beato chi, lontano dagli affari, / come gli uomini delle origini, / lavora coi buoi i campi paterni, / libero da speculazioni.” / Cosí parlava Alfio l’usuraio, / già pronto a farsi contadino, / e alle idi ritirò i suoi denari, / per darli a frutto alle calende.

Incipit

È un elementare principio psicologico che cose simili, in persone differenti, possono produrre reazioni opposte.

La conferenza di Irina, ad esempio, aveva prodotto in Pezzola un furioso desiderio di riscattare tutta una vita di inibizioni e frustrazioni che, dopo l’avventura erotica, sembrava essersi acquietato; e il dottore era ritornato alla moglie e al lavoro in seconda fila. (Teniamolo d’occhio ugualmente, perché potrebbe riservarci delle sorprese).

Giulio, invece, era stato colpito soprattutto dalle immagini dell’11 settembre: migliaia di morti, danni la cui entità superava il bilancio di un piccolo stato, un pianeta, che si credeva in pace, ripiombato nelle angosce della guerra fredda, e tutto questo perché? Perché, in qualche Mohamed o Alì, l’istinto di conservazione aveva fatto cilecca.

Nella finanza, era lo stesso. L’istinto di conservazione, quello che ti spinge a calcolare i rischi, che non ti fa dormire la notte finché non hai pagato i debiti, ogni tanto sparisce. Gli agenti di cambio investono in titoli di cui non sanno nulla, se non che promettono rendimenti stratosferici a breve termine; il presidente di una società, coi debiti fino al collo, ne contrae degli altri per pagarsi un centravanti; intere nazioni vivono sopra i loro mezzi, tanto saranno i loro nipoti a pagare. Poi si sente nell’aria un rumore: crac. L’agente di cambio finisce a fare il tassista, il presidente della società viene processato per bancarotta fraudolenta, il piccolo risparmiatore si impicca a casa sua, il giorno prima dello sfratto.

Il Credito Cisalpino era un aereo destinato a schiantarsi. I suoi dirigenti erano stati bravi nel tenerlo in volo con i giochi di prestigio contabili (era l’unica cosa in cui avessero dimostrato straordinaria abilità, siamo sinceri), ma non sarebbero riusciti a farli durare in eterno. Però, lui, Giulio, forse sarebbe riuscito a buttarsi giù col paracadute prima del disastro. Avrebbe potuto fare quello che aveva fatto Brunori, e con molte più ragioni. Si sarebbe dimesso dal Credito, magari rinunciando alla maxi-liquidazione, e poi si sarebbe trovato un posto in un istituto più tradizionale e meno avventuroso.

Oppure, avrebbe lasciato il mondo della finanza per darsi all’agricoltura, il più antico settore dell’economia e quello più sicuro, perché, anche se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che lavori la terra per nutrire l’umanità. Avrebbe comprato una villa e un podere, che avrebbe trasformato in un’azienda agricola modello, con una cantina di vini pregiati dove ricevere gli inviati di Linea verde.

Riassunto

I vaghi propositi di cambiare vita da parte di Giulio sembrano concretarsi in occasione di un pranzo di famiglia. In una trattoria della bassa emiliana, si incontrano Giulio, Eva, la signora Elvira (la madre di Giulio) e i parenti poveri del manager: suo cugino il professor Renato (il tipico intellettuale gauchista di provincia), la madre, la moglie Margherita e i due figli Silvana e Mario. Nonostante la sua annosa antipatia per il cugino, il professore si è lasciato indurre dalla moglie a chiedergli una raccomandazione per il figlio appena diplomato.

Dopo il pranzo, Renato chiede a Giulio da far avere un posto a Mario nel Credito Cisalpino, ma Giulio risponde evasivamente (anche perché è ormai cosciente dell’imminente crack della banca) e il giovane Mario, ribelle e intransigente da buon adolescente, è disgustato nel vedere il padre umiliarsi senza risultato. Silvana, invece, che è ancora una ragazzina, è ingenuamente affascinata dall’eleganza e dalla classe di Giulio ed Eva.

Al ritorno dal pranzo, Giulio fa la sua proposta ad Eva: dare entrambi le dimissioni dal Credito Cisalpino per sposarsi e comprare una fattoria. L’ambiziosa ragazza è disponibile al matrimonio, ma non a rinunciare alla sua vita lussuosa. Come una novella Lady Macbeth, convince il suo uomo a proseguire sulla strada pericolosa che hanno scelto e Giulio rinuncia a quella sterzata che potrebbe salvarlo dal disastro.

Il patrigno del cognato

La sua testa si mise a calcolare quale legame di parentela avrebbe potuto unire il principe di Salina, zio dello sposo, col nonno della sposa. Non ne trovò, non ce n’erano.

Incipit

Il dottor Fabio Martini, medico condotto nel comune di Bartazzate, osservava con insofferenza, dal balcone di casa sua, il passaggio delle macchine dirette alla villa del suo vicino, Ettore Merloni. “Che cafonesca ostentazione di ricchezza, tipica della borghesia italiana” pensava il medico, senza però sognarsi nemmeno di scendere dal balcone, per risparmiare ai suoi occhi un così aborrito spettacolo. La verità è che l’avversione del buon dottore per il suo vicino nasceva, più che da ragioni ideologiche, da motivi abbastanza piccoli e contingenti.

Il dottore aveva scelto quella condotta fuori mano soprattutto per godersi la pace e la tranquillità della provincia; e di pace e tranquillità ne aveva avute quanto voleva, finché Merloni non aveva comprato la villa gentilizia accanto a casa sua. L’edificio, da anni chiuso, col giardino all’italiana ridotto a parco giochi per i monelli del paese, aveva richiesto cospicui lavori di ristrutturazione, che erano andati avanti per quasi un anno; vale a dire che per quasi un anno Martini era stato costretto a tenere le finestre chiuse, anche d’estate, per proteggere i propri timpani dal rumore dei camion e dei martelli pneumatici. Quando poi i lavori erano terminati, il proprietario della villa aveva facilmente ottenuto dal comune, per ragioni di sicurezza, che il vialone conducente alla villa fosse chiuso ai non residenti (vale a dire, a chiunque, esclusi lui e i suoi invitati); il che aveva costretto il medico a tortuosi spostamenti per i viottoli di campagna ogni volta che usciva in macchina.

I sentimenti della signora Martini erano assai più lineari. Inquinamento acustico e problemi alla viabilità le parevano un piccolo prezzo da pagare, in cambio del privilegio di abitare a due passi da un VIP, che un giorno avrebbe concesso a lei ed al marito il privilegio di visitare la sua reggia. C’era di che far morire d’invidia le sue amiche, quando l’avrebbe raccontato dal parrucchiere.

Intanto, aveva comprato un binocolo da teatro e se ne serviva per spiare il suo vicino, soprattutto in serate come quelle, quando alla villa c’era un’insolita animazione. Peccato che tutto quello che oggi riusciva a vedere fossero auto di lusso che percorrevano il vialone della discordia e poi sparivano dentro le alte mura di cinta di villa Merloni. Ad un certo punto, come una nota discordante in una sinfonia, sul vialone apparve un’utilitaria. A bordo, pareva (ma non era facile stabilirlo, a quella distanza), un uomo e una donna. “Faranno parte del personale” pensò la signora Martini. Invece no: erano la zia della piccola festeggiata e il suo fidanzato, Amelia ed Arturo.

Riassunto

Nella fastosa villa di Merloni si svolgono i festeggiamenti per il battesimo della piccola Aurora, la figlia di Fanny e Edmondo. Fra gli invitati, oltre alle nostre vecchie conoscenze (Tavella, Eva e Giulio, Amelia ed Arturo) fa la sua prima apparizione anche l’avvocato del banchiere, Antonio Zoli. Merloni finge partecipazione, ma in realtà tutta la sua attenzione è rivolta a una votazione del parlamento lituano, il cui esito potrebbe far saltare i delicati equilibri su cui si regge il Credito Cisalpino; solo quando apprende dal telegiornale che il pericolo è passato, sfoga il suo sollievo baciando affettuosamente la nipotina. C’è una vivace discussione fra il cinico Tavella e l’idealista Arturo, nata quando il primo, citando Francis Scott Fitzgerald, ha augurato alla bambina di crescere bella e stupida, mentre il secondo le ha augurato di migliorare il mondo;  lo scambio di idee si allarga alla politica e alle questioni supreme e si conclude con ognuno dei due contendenti rimasto della propria opinione. Tornando a casa, Arturo chiede la mano di Amelia, in puro stile ottocentesco, vincendo  un inconfessato disagio: l’idea che in questo modo verrebbe a crearsi un legame di parentela, per quanto lontano, fra lui e il discusso banchiere. (Più precisamente, Merloni sarebbe il patrigno del cognato di Arturo). Intanto, l’amico di Arturo, l’avvocato Valerio, durante un campeggio scout fa conoscenza con la guida di un gruppo di girl-scout, Giovanna Pezzola, anche lei legata al credito cisalpino. Suo marito, Leonardo Pezzola, è un dirigente di medio livello, frustrato per non aver fatto carriera.

Il collutorio (racconto proibizionista)

Incipit

CollutorioPer chi non ha la vocazione del padre di famiglia, fare il genitore divorziato non è malaccio. Almeno durante le feste, godi le gioie della paternità, senza sobbarcarti le sue responsabilità e tuo figlio ti considera il genitore buono, che fa i regali e dice sempre di sì, mentre tua moglie è quello cattivo, che rimprovera e impone divieti. Prima o poi, però, arriva il momento in cui bisogna fare il padre sul serio, diventare, almeno per una volta, una figura autorevole, e guai se in quelle occasioni si insiste a voler recitare la parte dell’amico.

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Fanny e Mario erano, come suol dirsi, una coppia felicemente divorziata. Erano riusciti ad organizzare la loro separazione molto meglio di quanto non avessero fatto col loro matrimonio, senza beghe finanziarie e senza battaglie sulla testa del figlio.

Il piccolo Cesare era stato affidato alla madre e Mario, sebbene finanziariamente non gli avesse mai fatto mancare nulla, era stato, per lui. più che un padre, uno zio, di quelli che adorano i nipotini quando li vanno a trovare e negli altri giorni quasi dimenticano la loro esistenza. Il ragazzo, in apparenza, non aveva sofferto per la rottura fra i genitori e per la mancanza di una figura paterna. Adesso, però, era arrivato all’adolescenza, per i figli, l’età dei brufoli e delle malinconie e, per i genitori, quella dei patemi d’animo.

Fanny non mancava mai un’occasione far pesare all’ex marito le sue distrazioni da genitore e per questo enfatizzava i piccoli problemi che Cesare incontrava crescendo. Qualche mese prima, aveva fatto una tragedia solo perché il ragazzo, come milioni di altri suoi coetanei in tutto il mondo durante il fenomeno Twilight, si era scoperto la passione per i libri di vampiri.

– Tu devi fare un discorsetto a tuo figlio, – disse la signora Fanny, durante il suo settimanale incontro con Mario, il suo ex marito.

– Cos’è, si è trovato finalmente la ragazzina e bisogna insegnargli le precauzioni? – chiese Mario, con un sorriso malizioso, che mostrava più orgoglio che preoccupazione.

a-new-study-might-have-found-one-of-the-only-long-term-physical-health-risks-linked-to-smoking-marijuanaRiassunto

La signora Fanny teme che il figlio abbia provato la marjuana, dopo avergli scoperto in camera del figlio, alcuni sigari fatti a mano e che non hanno l’aria di essere riempiti di tabacco (tanto più che il ragazzo ha cominciato a fare un uso massiccio di collutorio)  e incarica l’ex marito Mario di fare una ramanzina al pargolo. Mario, come ha sempre fatto, sfugge le proprie responsabilità di genitore e si comporta da padre moderno, spartendo gli spinelli con il figlio. Purtroppo per lui, i misteriosi sigari erano in realtà riempiti con una mistura di aglio e cipolla e il ragazzo doveva fumarli come rito d’iniziazione per entrare in club di cacciatori di vampiri (naturalmente, una semplice società segreta fra ragazzini). Mario si trova costretto anche lui a fare un uso intenso del collutorio per togliersi il sapore piccante dalla bocca, ma perlomeno perde il vizio del fumo.

Questo raccontino umoristico è stato pensato in polemica contro la propaganda, neanche tanto nascosta, che viene fatta dai mass-media a favore della marjuana (è, ad esempio, diventato difficile vedere un film italiano in cui, prima o poi, non si fumi uno spinello); la sua morale è che, al giorno d’oggi, per un ragazzo sarebbe più trasgressivo fumarsi dei puzzolenti ma innocui ortaggi da cucina che non le sostanze teoricamente proibite.

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