Le poesie del metrò

Concludiamo la serie di Celine nel metrò con alcune delle poesie inserite nel racconto.

Il sogno di Celine

 Scendendo per le scale del metrò

faccio un auspicio, diverso ogni volta

quanto ai dettagli, ma sempre lo stesso

nella sostanza. O dei, questo vi chiedo:

quando mi porterà la scala mobile

di nuovo all’aria e alla luce del sole

possa trovarmi in un’altra Parigi

e non più in quella ove vivo e respiro.

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DUE MILIONI (E ANCHE PIÙ) DI LUTEZIANI

RAPITI IN UNA NOTTE DAGLI ALIENI.

Niente più presidenti all’Eliseo,  / Arcivescovi a Notre Dame,

Filosofi alla Sorbona,      / Spogliarelliste al Moulin Rouge,

Borghesi in avenue Foch…

La torre Eiffel accenderà le luci

per rallegrare i pesci della Senna,

punteranno i piccioni alle brioche

scordate sopra i tavoli all’aperto.

Ed io passeggerò sui boulevard

con qualche altro sparuto pendolare,

come un uccello s’aggira in una gabbia

rimasta vuota e con la porta aperta.

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DOPO QUARANTACINQUE ANNI DI ASSENZA

SUI PALCOSCENICI IN RIVA ALLA SENNA

RITORNA IL GRANDE SHOW: RIVOLUZIONE

1789: i sanculotti / 1871: i comunardi / 1944: i partigiani

2013: le segretarie

Parigi si riempì di barricate / fatte tutte coi mobili d’ufficio.

C’erano sopra guerriere in tailleur / di computer armate e di caffè.

Gridavano: “Mai più vogliam subire

sguardi indiscreti e battutine sciocche,

velati inviti ad essere carina / o straordinari in camera da letto.”

Ma questi sono sogni ed io so bene / che troverò la Parigi di sempre

ad aspettarmi di là dal tornello / e che per quante soste o deviazioni

io possa fare durante il percorso / al capolinea ci sarà Connard.

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Il duetto del divorzio

LEI – Quando davanti a te hai solamente

un vecchio amore ridotto in macerie,

è un conforto sperare che la nuova

generazione saprà far di meglio,

che il tempio eretto, oggi, da due sposi,

ancora sarà in piedi fra vent’anni.

LUI – Perché una donna che non sa tenersi

un marito, vuol fare la mezzana?

Chiudere un’altra donna nella trappola

da cui lei stessa per fortuna è uscita?

Condannare due giovani innocenti

a ritrovarsi, tempo due decenni,

nel punto morto dove siamo noi?

metropolitanaCoro finale dei pendolari sul metrò.

Almeno un’ora al giorno la passiamo

come dei ratti, sotto il suolo urbano.

La Senna scorre sulle nostre teste.

Urlano slogan studenti indignati

nel Quartiere latino, strilla un clacson

sui Campi Elisi, suonano i bronzi

a Notre Dame, gli americani fanno

“Oh, beautiful” davanti alla Gioconda,

ma questo accade al piano superiore

e non un suono arriva ai nostri orecchi:

solo un concerto per treno e rotaia.

Per noi Parigi è ridotta a un groviglio,

(sedici linee fra loro intrecciate)

e ai cento metri fra stazione e ufficio.

Place de la Concorde non ci ricorda

l’obelisco ed il re ghigliottinato

ma la réclame di tre metri per cinque

con la bionda che veste il suo profumo.

Talvolta viene il dì dell’imprevisto:

la metropolitana fa uno sciopero,

nel tornare alla luce ci accorgiamo

di aver sbagliato linea e che sbarcati

noi siamo in un quartiere sconosciuto,

oppure decidiamo “Si va a piedi”

per seguire due gambe in minigonna.

Allora riscopriamo una Parigi

che non è fatta solo di cunicoli.

Celine nel metrò (seconda parte)

Dopo l’interruzione dell’ultima settimana, vediamo come si conclude la storia di Celine e Marcel.

 À Célinemaquillage_dans_metro

Je le sais maintenant : les femmes des romans

Ne tombent pas du ciel, la Joconde

N’est pas née dans la tête de Leonard,

E le charme des étoiles du cinéma

N’est pas un cadeau des lumières et du fard.

 

Les femmes da la céleste beauté,

Les phares illuminant ce monde sombre,

Existent vraiment, elles vont se promener

Sur le boulevard Montmartre, sont dans les bureaux

Devant l’ordinateur, et font les courses aussi.

 

Je sais tout cela, depuis que je te connais.

Parce-que toi, née pour réveiller

L’amour et la beauté, veux faire semblant

De l’ignorer, et vivre solitaire ?

 Versione italiana

 Ora so che le donne dei romanzi / non scendono dal cielo, la Gioconda /non nacque dalla mente di Leonardo /e le stelle del cinema non devono / il loro charme al trucco ed alle luci.

 Le donne di bellezza celestiale,/ fari che danno luce a questo mondo,/esistono davvero, vanno a spasso / sul boulevard Montmartre, stanno al computer /nel loro ufficio, e fanno anche la spesa.

 Questo lo so, dacché ti ho conosciuta. /Perché tu, che sei nata per svegliare / l’amore e la bellezza, vuoi far finta / di non saperlo, e vivi solitaria?

Questa poesia d’amore, che Connard ha infilato tra le carte di Celine, è finita, in seguito allo scambio delle valigie, sotto gli occhi di madame Artamon, che vi ha riconosciuto la stessa poesia scrittale vent’anni prima dall’ex marito.

Riassunto

Trama

Tecnica

A Celine (vedi sopra)

Poesia

Celine cerca di rintracciare Marcel (di cui ignora anche il nome) per recuperare valigia e documenti; poiché l’unica cosa che sa del ragazzo è che lavora al Museo della Vita romantica, decide di recarvisi.

Narrazione in terza persona

Connard, nel suo lussuoso appartamento, aspetta ansiosamente l’arrivo di Celine.

Monologo interiore, punteggiato (poiché il personaggio dirige un’agenzia di pubblicità) continuamente da slogan e réclame

Invece di Celine, nell’appartamento di Connard arriva Marcel, venuto a recuperare la sua borsa dalla ragazza

Dialogo fra i due uomini, formicolante di malintesi e con, in corsivo, i loro pensieri nascosti.

Celine va al Museo della vita Romantica col metrò; lungo il percorso ricorda una sua visita al volgare Museo dell’erotismo e decide di troncare sul nascere la elazione con Connard

Monologo interiore, scandito dai nomi delle stazioni

Al Museo, Celine non trova Marcel; per fortuna, madame Artamon scioglie l’ingarbugliata rete degli equivoci, organizzando un incontro di tutti e quattro i personaggi in un caffè di place de la Concorde.

Narrazione in terza persona

Al caffè, Marcel e Celine si scambiano di nuovo le valigie; Celine dice a Connard che non ha più intenzione di fare “lavori a domicilio”; Madame Artamon accetta di esporre i disegni di Marcel; poi i due giovani si allontanano, lasciando i due ex coniugi soli.

Scena di teatro, dal tono esageratamente formale.

Dialogo fra Connard e madame Artamon, lui cinico, lei ancora romantica e speranzosa che i due giovani potranno avere quell’amore felice per lei e il marito è ormai finito per sempre.

Poesia in forma di duetto

Celine e Marcel vanno a spasso per il giardino delle Tuileries, discutendo di Charlotte Corday, da cui il giovane artista è affascinato, e finiscono a braccetto (cose che capitano solo nei film francesi).

Dibattito storico che finisce in una scena d’amore

Finale

Coro dei pendolari della metrò

Charlotte_corday

Charlotte Corday

 

Il naufragio

naufragio

Un bastimento, sui mari d’oriente,

sulla rotta trovò uno scoglio aguzzo,

che lasciò un ricordino dell’incontro,

lungo da poppa a prua del fianco destro.

 

Già la stiva è ricolma d’acqua salsa

e il vecchio dio Nettuno ha ormai posato

sull’infelice nave la sua mano,

pronto a ghermirla, quando il capitano

parla al megafono: – Nulla è perduto

se ognuno a bordo farà il suo dovere.

Mettetevi alle pompe senza indugio,

non risparmiate il fiato ed il sudore.

Male che vada, resteremo a galla

abbastanza da giungere ad un porto.

Adesso che vi ho dato le istruzioni

vado in cabina insieme col nostromo:

dobbiam finire la partita a scacchi

e non ci tocca il lavoro manuale.-

 

Dice la ciurma: – Noi non pomperemo

un dito d’acqua finché il comandante,

messi da parte le torri e gli alfieri,

non sarà il primo a rompersi la schiena.

Se il comandante non dà il buon esempio

dall’obbedienza esenta l’inferiore.-

 

– È tutto giusto, – dice un passeggero –

approvo la questione di principio

però la nave affonda ogni secondo

e non siamo né pesci né delfini.

Pompate fino a rompervi la schiena.

Quando avremo raggiunto la salvezza

faremo i conti allor con lo scacchista.

 

– Perché “pompate”? – chiede un marinaio. –

Tu non vuoi unirti a noi nella fatica? –

– Certo che no. – – Perché? – – Perché ho pagato. –

Intanto che si parla, il dio Nettuno

ha posto un’altra mano sullo scafo

e i pesci si preparano al banchetto.

Questo apologo in versi è stato scritto prima del naufragio della Concordia, e le analogie fra il capitano scacchista e l’irresponsabile Schettino sono quindi casuali ; non lo sono, purtroppo, quelle fra la nave che affonda, perchè ognuno a bordo pensa solo ai fatti suoi, e l’Italia.

Il carnevale dei ladri

thumb_9_Banda_BassottiBarzelletta in versi

(Ritornello)

Anche a noi, gente per male, /Una volta all’anno almeno

Concedete un dì sereno. / È dei ladri il carnevale!

 

Lo scassinatore

Mai trovai una serratura / Resistente alla mia mano,

Né una porta tanto dura / Da non schiudersi pian piano.

Nella casa fuori mano, / Nel negozio ben avviato,

Entro ed esco indisturbato / Con un sacco da un quintale

 (Ritornello)

Anche a noi, gente per male / ecc.

 

Il borseggiatore

È sui pubblici automezzi / Il mio luogo di lavoro,

Le mie dita ho per attrezzi, / Le borsette per tesoro.

C’è chi scava argento ed oro / In miniera, come i tarli.

Dalle tasche altrui scavarli / A me par più razionale.

  (Ritornello)

Anche a noi, gente per male, / ecc.

 

Il ladro d’auto

Voi non datevi la pena / L’antifurto di installare,

Perché tace la sirena / Quando un ladro ci sa fare.

Vi dovete rassegnare: / Contro i furti nei parcheggi

Non contate sulle leggi / Ma pagate il massimale.

 (Ritornello)

Anche a noi, gente per male, / ecc.

 

Il topo d’albergo

Dove vanno i villeggianti, / A Riccione od a Cortina,

Negli alberghi più eleganti, / Faccio qualche capatina.

Io lavoro la mattina. / Torno a casa dopo un mese

E poi leggo le mie imprese / Riportate sul giornale.

 (Ritornello)

Anche a noi, gente per male, / ecc.

 

Il finanziere

Per onor di professione, / Se un collega mio infingardo

Ruba al massimo un milione / Non lo degno di uno sguardo.

Io per meno di un miliardo / Fuor non tiro il grimaldello,

E in vent’anni (è questo il bello) / Mai ho veduto un tribunale.

 (Ritornello)

Anche a noi, gente per male, / ecc.

 

Alba sulla città

alba_milano

Il palcoscenico celeste è vuoto.

Finito lo spettacolo notturno

Le stelle son tornate in camerino.

Soltanto Venere (in arte Lucifero)

Si trattiene, da brava primadonna

Che sempre spera nell’ultimo applauso.

 

Non è più notte e non è ancora giorno.

Tace il gufo, riposa l’usignolo

E il mondo fa un minuto di silenzio,

Ma il gallo è pronto a rompere la quiete.

 

Arriva alle mie orecchie la romanza

Rozza e stonata, con cui la metropoli

Fa il suo saluto al giorno che verrà.

Si alzano le serrande dei caffè,

La voce dei motori laggiù in strada

È un canto ininterrotto, il mio vicino,

Oltre quel muro, fa bollire il tè

Ed il radiogiornale delle sette

Annunzia piogge e crisi di governo.

Ma tutto questo non conta; per adesso,

Contemplo la tua testa sul cuscino

Del mio letto, le palpebre serrate,

La bocca che sorride a qualche sogno.

In questo istante, ancora mi appartieni.

 

Poi verranno altri rumori, ben più odiosi,

Che il canto dell’allodola a Giulietta:

La sveglia trillerà, scorrerà l’acqua

Mentre farai la toilette mattutina,

Udrò i tuoi passi e la porta che sbatte

Dietro di te. Inizierà l’attesa

Della prossima notte come questa.

 L’alba è, in senso letterario, un componemento poetico medievale, che unisce alla descrizione del sorgere del sole il lamento di due amanti, costretti a separarsi dopo una notte d’amore. Ho provato ad aggiornarlo, trasferendolo in un ambiente conteporaneo e metropolitano e lasciando volutamente lasciato nel vago se chi parla sia un uomo od una donna. Qualcuno forse noterà le somiglianze fra questa poesia in versi liberi e l’incipit del capitolo su Urano in 2009 odissea nello spazio aziendale.

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