Il giorno più lungo sotto le mura di Troia

TroyBattleIncipit

Raccontare una sola giornata, di una guerra che ne contò più di tremila, mi ha richiesto tempo, fatica e viaggi, quasi quanto ne spesero gli Achei per espugnare le mura di Ilio. Ho raccolto e vagliato decine e decine di racconti; sono andato nei palazzi degli Achei e nei tuguri della Colchide dove hanno trovato rifugio i profughi dalla città distrutta dal fuoco; ho dovuto vincere la riluttanza di molti testimoni a risvegliare ricordi dolorosi (mentre in altri casi ho dovuto smorzare il loro entusiasmo, che li portava a vantarsi di imprese mai avvenute); ho varcato il Mar Ionio, diretto a quell’Italia che è stata scelta come luogo di riposo da molti reduci dell’una e dell’altra parte.

Molti di coloro che combatterono sulle rive dello Scamandro non sono oggi in grado di dare la loro versione dei fatti, e non mi riferisco solo a quelli (come il prode e gentile d’animo Ettore, o il piè veloce Achille) caduti in battaglia e bruciati su una pira con le loro armi. Purtroppo, quando ho iniziato il mio lavoro, molti dei capi achei che erano riusciti a scampare alla Parca abbastanza a lungo da vedere il giorno della vittoria, erano già caduti vittima di un destino beffardo: come il comandante Agamennone, ucciso dalla moglie, o Aiace Oileo, morto in un unaufragio, o l’astuto Ulisse, un testimone particolarmente prezioso, nonostante la sua fama di bugiardo, ma di cui al momento attuale non posso dire con certezza neppure se sia vivo o morto. (Voci non confermate vogliono che sia appena tornato nella sua Itaca, dopo un avventuroso viaggio.)

omero ciecoUna doverosa puntualizzazione: da qualche tempo circola una versione poetica della battaglia, che in diversi punti non coincide con la mia. Io non intendo scendere in polemica con il suo autore (trattandosi oltretutto di una persona gravemente inferma) ma devo sottolineare che non c’è parola, della mia ricostruzione che non sia basata sui fatti o su una testimonianza oculare.

Commento

Questa volta, ometto il riassunto del racconto, perché il suo contenuto è lo stesso dei canti dal ventesimo al ventiduesimo dell’Iliade: la battaglia fra Greci e Troiani sul fiume Scamandro, e i duelli di Achille prima con Enea e poi, quello decisivo, con Ettore. Lo stile non è però quello epico di Omero ma quello giornalistico di best-seller sulla seconda guerra mondiale, come Il giorno più lungo o Parigi brucia?, basati sul montaggio delle testimonianze orali; e il punto di vista non è quello degli eroi, ma quello di sei umili soldati, tre di parte greca e tre di parte troiana, ognuno dei quali ha un diverso atteggiamento di fronte alla guerra.

I tre greci sono:

  • Ipponatte, soldato di Argo e suddito di Diomede; ammiratore del suo re e molto critico verso la temerarietà e la ferocia di Achille;
  • Efialte, mirmidone, divenuto calzolaio dopo la guerra; suddito di Achille,carro di achille fedele al suo re, ma con inconfessate riserve per la sua brutalità;
  • Cretone, altro mirmidone, dopo la guerra comandante della guardia di palazzo a Pilo, che invece è un “Rambo”, militarista e spietato verso il nemico.

I tre troiani sono:

  •  Ippodemonte, cocchiere tracio, coraggioso e ligio al dovere, ma non temerario, e disincantato nei confronti della guerra;
  • Ichetone, Dardano, ha seguito Enea nelle sue peregrinazioni, finché non è approdato a Cuma, dove fa l’oste; fervente sostenitore della causa troiana;
  • Efisio, soldato licio, divenuto vasaio dopo la guerra; così spudoratamente vigliacco, e preoccupato solo di salvare la pelle, da risultare paradossalmente simpatico, come un Falstaff omerico; dopo aver assistito alla morte di Ettore, approfitta del caos per gettare le armi e disertare, facendosi passare per morto.
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Marte

marteIncipit

A differenza di noi romanzieri, i sogni non hanno obblighi di coerenza narrativa e di verosimiglianza. Posso ad esempio assicurare i miei lettori che, nella sua vita da sveglio, Carlo sarebbe stato troppo orgoglioso per dare a Verena ciò che, due anni prima, le aveva rifiutato a suon di schiaffoni. E, se questo fosse un romanzo, sia pure di fantascienza, Carlo non riuscirebbe mai a lasciare il secondo pianeta e morirebbe avvelenato dal biossido di carbonio dell’atmosfera venusiana. Ma, trattandosi di un sogno, possiamo accettare che il nostro eroe trovi una sonda in grado di riportarlo a casa e, pur essendo completamente a digiuno di astronautica, riesca a pilotarla, basandosi su un manuale d’istruzioni, oltretutto in cirillico. (Nella realtà, Carlo aveva studiato un po’ di russo all’università, ma certo non lo conosceva tanto bene da decifrare immediatamente un testo scientifico; a parte il fatto che non si vede perché i russi avrebbero dovuto mettere un manuale d’istruzioni su una sonda priva di equipaggio). Però, anche in un sogno, sarebbe stato troppo pretendere che il novello cosmonauta riuscisse a compiere il suo primo volo interplanetario senza intoppi.

E infatti, quando Carlo, dopo un viaggio di durata indeterminata, vide apparire un pianeta nell’oblò della sonda, si rese conto, dopo una frazione di secondo di euforia, di aver sbagliato la rotta. Sul corpo celeste davanti a suoi occhi non c’era segno di nubi o di oceani, ma uno strato di colore rosso, più o meno denso, che ne copriva tutta la superficie; e intorno a lui, invece di una luna pallida e tonda, ruotavano due satelliti, ancora più rossi di lui e di forma irregolare. Non era la Terra, ma Marte.

Carlo capì cos’era successo: aveva oltrepassato l’orbita terrestre senza accorgersene, mentre il suo pianeta natale si trovava dall’altra parte del Sole. Carlo si mise allora a sfogliare freneticamente il manuale in cirillico, ma prima che riuscisse a trovare il capitolo intitolato COME INVERTIRE LA ROTTA, la sonda finì nel campo gravitazionale del pianeta rosso e cominciò a precipitare. Poiché su Marte non ci sono né nubi né atmosfera, Carlo, mentre precipitava dal cielo, poté perlomeno godersi lo spettacolo dagli oblò senza impedimenti: i vaghi disegni scuri sulla superficie del pianeta si fecero più definiti, e si rivelarono per essere le vette di catene montuose, alte il doppio delle più elevate cime dell’Himalaya. La sonda riuscì ad evitare di schiantarsi sopra una montagna e Carlo si illuse che non avrebbe avuto troppi problemi ad ammartare su una pianura, ma poi si ricordò che su Marte, pianeta piccolo ma incline all’esagerazione, c’erano sia le maggiori altezze che i canyon e le grotte più profonde del sistema solare. Infatti, proprio in quel momento, Carlo si accorse che la sonda stava puntando dritta su una voragine che si era aperta improvvisamente sotto i suoi occhi. Carlo cominciò a manovrare i comandi alla cieca, e dopo pochi secondi sentì l’astronave sbattere violentemente contro il suolo marziano.

figura_marte_ares_03000228cRiassunto

Carlo prima scopre un’enorme falce e martello tracciata sulla superfice del pianeta rosso; poi, in una caverna, incontra un gruppo di alieni, fra cui un vecchio saggio che gli racconta come, da mesi, Marte sia dilaniata da una guerra civile, fomentata da due viaggiatori provenienti dalla terra e divisi da un odio implacabile. I due nemici hanno messo la loro base, uno sul satellite Phobos e l’altro sul satellite Daimos, da dove lanciano deliranti messaggi televisivi, incitando i marziani a combattersi fra di loro. Carlo riconosce nei due seminatori di zizzania due ex colleghi: i cugini Martini. Fabio e Damiano Martini erano due dipendenti della XYZ (Fabio impiegato, Damiano sorvegliante) di idee politiche opposte (Fabio comunista rivoluzionario, Damiano nostalgico del fascismo) ma ugualmente fanatici e ottusi; i due erano stati licenziati dopo essersi scontrati fisicamente durante una manifestazione no-global, a causa di una battuta di Fabio sulla calvizie di Damiano. Desolato nel vedere come i due cugini siano riusciti ad esportare il loro fanatismo persino fuori della Terra, Carlo chiede aiuto al vecchio saggio per tornare a casa; il marziano lo conduce su una sonda americana, simile a quella di 2001 odissea nello spazio e guidata da un computer parlante. L’astronave, tuttavia, invece di riportare Carlo sulla Terra, lo porta ancor più lontano, verso Giove.

Commento

Marte era il dio della guerra, e quindi questa tappa del viaggio interplanetario di Carlo è dedicata al tema della guerra, non nel senso limitato di scontro militare fra due stati, ma in quello di conflitto, division, odio civile, come la faida tra fascisti e comunisti, iniziata quasi un secolo fa e che continua ancora oggi ad affliggere l’Italia. La morale dell’episodio sta in questo scambio di battute.

– Mille volte – commentò il marziano – ho sentito raccontare questa storia, e non riesco a crederci. È possibile che quei due, solo per una battuta sulla calvizie, abbiano scatenato una guerra che coinvolge tutto un pianeta?

– Molte guerre, da noi, sono scoppiate per motivi anche più stupidi. Ma la battuta sulla calvizie o le manganellate sono state solo una scusa. C’è una razza di persone che gode ad odiare e ad avere dei nemici, come altri godono ad amare ed essere amati, e loro due ne fanno parte.

– E gli uomini di quella razza sono numerosi?

– Sono pochi, ma hanno uno strano fascino, che consente loro di farsi seguire dagli altri.

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Il modello di Fabio

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Il modello di Damiano

Luna sul Vietnam

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 Sembra più facile per l’uomo girare

nello spazio attorno alla terra,

che non convivere sulla terra.

Vittorio G. Rossi

Incipit

Era la notte del 20 luglio 1969, ma il sergente Tood Caveman ed il caporale Sam Polite non lo sapevano; dal giorno in cui i vietcong li avevano catturati avevano perso la cognizione del tempo.

Il loro plotone aveva lasciato il campo fortificato di Fram Pul, per controllare la presenza dei vietcong in alcuni villaggi dei dintorni; i soldati erano tranquilli. Sembrava uno di quegli incarichi che servono solo ad impedire che i soldati si impigriscano, stando per una settimana senza marce sotto il sole e le zanzare, visto che quei villaggi erano stati già controllati una decina di volte, senza trovarvi altro che vecchi, donne e bambini. Anche stavolta, per i primi tre villaggi, quasi deserti, tutto era andato bene: una perquisizione, un interrogatorio pro forma a chi aveva l’aria di essere il capo e, al momento di andarsene, il dono di qualche scatoletta per mantenere buoni rapporti con la popolazione civile. Poi il reparto aveva lasciato le strade più battute e si era addentrato nella giungla per controllare un villaggio sorto intorno ad un antico monastero buddista; e lì i vietcong c’erano. Forse venivano da una nuova base, nata nelle due settimane trascorse dall’ultimo rastrellamento, o forse erano un reparto scacciato da un’altra provincia e che era venuto a rifugiarsi in quella che fino ad allora era stata una zona relativamente tranquilla; sta di fatto che avevano fatto un’imboscata in piena regola ed avevano fatto fuori tutto il plotone. Si erano salvati solo Todd e Sam.

Rientrava nella logica darwiniana che Caveman fosse rimasto incolume: era un veterano indurito ed addestrato alla sopravvivenza da quattro anni di guerra, dieci anni di esercito e diciotto anni di vita civile nei quartieri più malfamati e violenti della metropoli. La sopravvivenza di Polite, invece, doveva considerarsi un caso fortunato. Quando Polite era arrivato a Fram Pul, Caveman, si era detto fra sé e sé: “Questo dura poco.”

Polite, fino ad un anno prima, era riuscito a sfuggire il servizio militare grazie al rinvio per gli studenti universitari; aveva sperato che la guerra sarebbe finita, in un modo o nell’altro, prima della sua laurea ma era stato più facile, per lui, buttare giù una tesi di centocinquanta pagine piuttosto che, per i capoccioni di Washington, trovare una via d’uscita dal pantano del Mekong. Aveva poi sperato di essere riformato, poi di non essere mandato in Indocina, poi di venire assegnato ad un lavoro d’ufficio a Saigon; e invece si era trovato a Fram Pul, col vago incarico di “incaricato dei rapporti con la popolazione”. In pratica, siccome conosceva il francese, il suo compito era di fare da interprete con i contadini che conoscevano la vecchia lingua coloniale e di lasciare loro le scatolette quando il plotone abbandonava il loro villaggio.

Riassunto

 Durante la guerra in Vietnam, due soldati americani sono catturati dai vietcong in una scaramuccia: uno di loro, il sergente Todd Caveman, è un veterano, rozzo e ignorante, ma reso esperto da anni di guerra e di violenza; l’altro, il caporale Sam Polite, è un giovane intellettuale, appena giunto dall’America e che non ha ancora avuto occasione di combattere. I due vengono portati in un rifugio sotterraneo e sottoposti alla sorveglianza di Van Kham, un soldato vietnamita, che è incaricato anche della loro rieducazione ideologica. La notte del 20 luglio 1969 (la stessa dello sbarco sulla luna) il rifugio vietcong è distrutto da un bombardamento americano; Todd, Sam e Van Kham sono gli unici superstiti. I tre, lavorando assieme, sotto la guida di Todd, riescono a scavare un tunnel; Sam, sospettando che il sergente voglia abbandonare Van Kham nel rifugio, fa in modo che anche il soldato nemico possa uscire dalla trappola. I due americani, costretti a collaborare nonostante la loro reciproca avversione, raggiungono, dopo una marcia massacrante, una villa abbandonata; lì trovano una radio ad onde corte e, pur con qualche difficoltà (visto che nell’esercito americano, tutti sono impegnati a seguire lo sbarco sulla Luna) riescono a riescono a farsi recuperare da un elicottero. La notizia dell’impresa di Armstrong viene accolta con entusiasmo dall’umanista Sam e con indifferenza dal bruto Todd; quanto a Van Kham, una volta che si sarà ricongiunto ai suoi compagni, il suo nuovo comandante lo informerà, per rafforzare il suo morale, che gli alleati russi sono sbarcati sulla luna.

 Commento

 Questo racconto non pretende di essere una rappresentazione realistica del conflitto nel Vietnam; il suo tema è il paradosso per cui l’uomo (nel caso specifico, l’americano) è capace di compiere una grande impresa scientifica, come la conquista dello spazio e, nello stesso momento, di condurre una guerra stupida e distruttiva. Non ho contrapposto americani cattivi e vietcong buoni : tutti e tre i soldati del racconto, in qualunque schieramento combattano, sono, in modo diverso, delle pedine di una partita giocata sopra le loro teste. Anche nel rappresentare il contrasto fra Polite e Caveman ho cercato di evitare il manicheismo: Polite è sicuramente il personaggio umanamente simpatico, però anche lui, per sopravvivere, è costretto ad affidarsi al bruto e a fare conto sul suo senso dell’onore, che gli vieta di abbandonare il compagno. (Del resto, a dichiarare le guerre non sono i bruti dell’esercito ma politici laureati nelle migliori università.) Mi sono concesso una piccola civetteria: per la topografia del racconto, ho trasferito nel Sud-est asiatico la valle del Ronco, tra Forlimpopoli e Meldola; la villa abbandonata dove i due americani trovano rifugio è, in realtà, Villa Paolucci a Selbagnone.

Morire per Pebep?

Incipit

– Comandante, c’è un altro pianeta in vista. – disse Pebeb, il navigatore dell’astronave Akubis, con gli occhi fissi sullo schermo dell’astro-radar.

– Vedi dei satelliti?- chiese il comandante Bolomco. In qualità d’alto ufficiale della flotta commerciale del pianeta Litadeital, si sentiva obbligato a mantenere un atteggiamento di elegante distacco di fronte ad ogni nuova scoperta, ma in realtà aveva il cuore (o meglio, l’organo che per i Litadeitaliani svolge le funzioni del cuore) in gola. Quando, durante una tempesta elettromagnetica, un guasto nel computer che calcolava la rotta aveva sbattuto l’astronave in quel sistema planetario mai esplorato da nessuno, aveva deciso, contro la volontà dell’equipaggio, di approfittare dell’incidente per visitare quello sconosciuto angolo di cosmo. Finora, avevano scoperto, oltre ad un’infinità di satelliti ed asteroidi, sette pianeti, intorno ad ognuno dei quali avevano messo in orbita il segnalatore che li rendeva, in base alle norme del Codice Galattico, proprietà litadeitaliana. Peccato che tutti i corpi celesti scoperti, per quanto fossero diversi fra di loro, avessero una caratteristica in comune: erano troppo freddi per essere colonizzati.

– Sembra che ce ne sia uno, molto vicino al pianeta.

– E il pianeta, è abitabile?

– Questo, saprò dirglielo fra poco. – rispose Pebeb. Dopo una decina di minuti, alzò lo sguardo dal monitor e proclamò: – Il pianeta ha condizioni climatiche ideali per la vita: atmosfera respirabile, temperature né troppo fredde né troppo calde, abbondanza di acqua.

“È la volta buona,” pensò Bolomco “non potranno accusarmi di aver sprecato tre mesi ad esplorare un sistema inabitabile.” Ma, impassibile come sempre, continuò a chiedere, senza il minimo tremito nella voce: – Ci sono tracce di vita intelligente?

– Direi di no, per ora. – rispose Pebeb. – La superficie del pianeta è coperta per la maggior parte da acque e da foreste e non ci sono tracce di stazioni orbitanti o di costruzioni alte almeno dieci chilometri. Quel pianeta è abitato solo da piante ed animali; o, se ci sono degli abitanti intelligenti, sono ancora nella preistoria. –

 Riassunto

safe_imageI Litadeitaliani (una razza di lucertoloni alieni) danno al pianeta sconosciuto il nome di Pebep, in onore del suo scopritore e si accingono ad esplorarlo (si tratta, in realtà, della Terra, ma questo viene chiarito solo gradualmente). L’astronave sbarca in un immenso deserto (il Sahara); mentre il comandante vede nella nuova scoperta solo un’occasione di conquista ed arricchimento, il giovane ufficiale Zonpin trova in una grotta un abitante del pianeta che si rivela una forma di vita intelligente, dotato di scrittura e addirittura in grado di disegnare una, per quanto rudimentale, mappa del cielo. Prima che i Litadeitaliani possano proseguire l’esplorazione, giunge loro un messaggio, da parte di una razza aliena rivale, i Diamannoriani. Essi sostengono di aver diritto al pianeta Nito (la terra), essendo sbarcati sul satellite Viosil (la Luna) prima dell’arrivo dei Litadeitaliani. Nonostante che Zonpin e Pebeb cerchino di far capire al comandante l’assurdità di fare una guerra per il possesso di un piccolo pianeta, si arriva allo scontro fra le due razze aliene, che si conclude senza vinti né vincitori. Bolomco muore combattendo ed entrambe le astronavi escono dallo scontro malconce, per cui i due equipaggi sono costretti ad abbandonare i loro progetti di conquista e ad unire le forze per ritornare al loro sistema solare. Mille anni dopo, mentre sulla Terra un ufologo tiene una conferenza in cui racconta il leggendario incontro ravvicinato, avvenuto nel deserto del Sahara intorno all’anno Mille, fra l’eremita Leonzio e gli extraterrestri, su Litadeital un professore racconta ai suoi allievi il leggendario viaggio dell’astronave Akubis sul misterioso pianeta Pebep.

Commento

Lo sbarco degli extraterrestri sul nostro pianeta è già stato raccontato migliaia di volte, ma mai, salvo errore, adottando il loro punto di vista. Quando scrissi il racconto, stavo leggendo alcune relazioni sulla scoperta dell’America e mi sono divertito ad attribuire ai miei alieni i sentimenti contradditori (da una parte sete di conoscenza e di avventura, simpatia per gli indigeni; dall’altra, avidità, ambizione, disprezzo per i “selvaggi”) che animavano gli esploratori del Nuovo Mondo. Il titolo è una parafrasi del famoso “Morire per Danzica”; i nomi dei personaggi e dei pianeti sono tutti anagrammi (provate, ad esempio, a vedere chi si nasconde dietro il nome del comandante Bolomco…)


Provate a vedere cosa viene angrammando il nome del comandante "Bolomco"...

I due guerrieri

Incipit

Mille anni fa, certi poeti e certi menestrelli sostenevano che il miglior guerriero d’Europa era il duca Roberto di Digione, che mai aveva voltato le spalle al nemico o rifiutato un combattimento e che, anche quando si era trovato di fronte ad un esercito doppio del suo, era sempre riuscito a sconfiggerlo col coraggio della disperazione. Altri poeti ed altri menestrelli sostenevano che il miglior guerriero d’Europa era il barone Filippo di Lussemburgo, che evitava la battaglia il più possibile ma, quando doveva farla, la faceva bene e che, anche quando si era trovato di fronte un esercito doppio del suo, era sempre riuscito a sconfiggerlo con le sue astuzie di stratega. I sostenitori del primo dicevano: – Roberto è stato generoso in tutto. Generoso nel versare il suo sangue: ha il corpo pieno di cicatrici. Generoso coi suoi uomini: lasciava a loro il bottino e per se teneva solo la gloria. Generoso con i nemici: mai ha preteso un riscatto per lasciare libero un avversario di cui aveva ammirato il valore. – I sostenitori del secondo rispondevano: – Filippo non si faceva infilzare solo per mostrare quant’era bravo, è vero, però nemmeno si è mai comportato da vigliacco. Non dava ai suoi uomini più di quanto stabilito, è vero, ma neanche li faceva morire inutilmente. Ha sempre preso ai nemici catturati più soldi che poteva, è vero, però non ha mai portato via un’oca ad un contadino senza pagarla. – L’uno e l’altro dei due partiti attendevano il momento in cui Roberto e Filippo si sarebbero trovati di fronte, e uno dei due avrebbe dimostrato la sua superiorità sull’altro. Ma, per una serie di strane circostanze, quel momento non venne mai e i due guerrieri posero le loro spade al chiodo senza averle mai incrociate.

 Roberto di Digione divenne una leggenda sul campo di battaglia di Martinet, quand’era ancora un alfiere di vent’anni e da pochi mesi portava la spada di cavaliere. Quel giorno,  mentre Roberto stava cavalcando con la bandiera in mano, all’avanguardia dell’esercito di Borgogna che caricava le truppe del re di Provenza, sentì un urlo alle sue spalle. Si girò e vide che il suo maestro e comandante, il principe di Drone, giaceva a terra, stecchito, col collo trafitto da una freccia, mentre il suo cavallo, con la sella vuota, continuava ad avanzare verso i nemici. Ma non era questo il peggio. Roberto vide che l’esercito borgognone, spaventato dalla morte del suo condottiero, cominciava a sbandarsi. Allora, più perché mosso dal demone della guerra che per una decisione cosciente, fece il gesto che cambiò la sua vita. Gridò : – Che fate, fessi? Lui è morto ma i suoi ordini valgono sempre. – Poi, dopo aver agitato vistosamente lo stendardo, in modo da richiamare l’attenzione, disse : – Andiamo all’attacco. Badate solo di non calpestare il suo corpo. – e ricominciò a caricare. Era un semplice alfiere e non aveva nessun’autorità per dare ordini, ma riuscì a trascinare dietro di sé, col suo esempio, prima i cavalieri che gli stavano vicini e poi tutto l’esercito. I poeti hanno cantato come uccise di sua mano il condottiero avversario e come non smise di combattere, finché non ebbe messo in fuga i provenzali ; come piantò la sua spada rossa di sangue sul campo di battaglia prima di crollare a terra, sfinito dalla stanchezza e dalle ferite e come il re di Borgogna, il giorno stesso dei solenni funerali del principe, lo nominò comandante in seconda dell’esercito ; ma hanno taciuto un episodio insignificante che accadde una settimana dopo.

Riassunto

Pochi giorni dopo la battaglia, Roberto incontra un ragazzo, offeso perchè i soldati borgognoni hanno calpestato i campi di suo zio abate; la discussione fra i due per poco non sfocia in un duello, ma Roberto, nonostante il suo carattere impetuoso, ha il buon senso di fermarsi dopo aver tirato fuori la spada. Negli anni successivi, Roberto diventa il guerriero più famoso d’Europa, ma, al ritorno da viaggio in Terrasanta, alla ricerca di avventure, egli scopre che la sua fama è stata quasi eclissata da quella di Filippo di Lussemburgo, un guerriero che preferisce combattere con l’astuzia che con il valore. Roberto vorrebbe affrontarlo in battaglia, per capire chi di loro due sia il soldato migliore. Potrebbe averne l’occasione quando scoppia la guerra tra Francia e Borgogna, ma un destino beffardo impedisce sempro lo scontro decisivo: una prima volta Roberto, mentre attraversa una palude per assumere il comando del suo esercito, si ammala di malaria e mentre lui giace incosciente nel letto di un monastero i borgognoni sono sconfitti; una seconda volta Roberto riesce a sconfiggere i francesi, ma non Filippo, che era stato destituito dal re e gettato in prigione il giorno prima della battaglia. Roberto ottiene la grazia per il suo rivale, sperando di poterlo un giorno incontrare sul campo di battaglia, ma Filippo, ormai soddisfatto delle ricchezze accumulate con la sua spada, si ritira nelle sue terre. Ormai vecchio, Roberto riceve la visita di Filippo ed i due scoprono che in realtà si erano già incontrati : era Filippo il ragazzino che, tanti anni prima, aveva sfidato Roberto.

Commento

Duguesclin

Bertrand Dugulescin

Anche se non è un racconto di fantasy in senso stretto, I due guerrieri è ambientato in quel Medioevo senza troppi legami col Medioevo storico tipico del genere. Se vogliamo, è la versione medievale de I duellanti : da una parte, un guerriero coraggioso e incosciente che ama la guerra per se stessa; dall’altra, un capitano di ventura, pacato e razionale, che applica le tattiche di Sun Tzu, senza averlo letto, e fa la guerra per mestiere, non privo però di un suo codice d’onore. Se vogliamo, è un racconto con una morale pacifista: meglio, al limite, fare la guerra  per interesse piuttosto che una cosa vana ed astratta come la gloria. Certi tratti di Filippo di Lussemburgo (come la sua bruttezza, che cerca di nascondere con la barba ispida) mi sono stati ispirati da un documentario televisivo su Bertrand du Gulescin.