Un amore intercettato

Fra la giustizia e mia madre, scelgo mia madre.

Incipit

È un lavoro tedioso quello del poliziotto addetto alle intercettazioni, anche se è sempre meglio che affrontare i rapinatori, pistola alla mano; si passano le giornate in uno scantinato o in un camioncino, leggendo e rileggendo il giornale, in attesa che uno dei telefoni sotto sorveglianza entri in funzione. Naturalmente, non si può pretendere che i cattivi, quando sono al telefono, dicano a chiare lettere “Ho comprato la dinamite per l’attentato” oppure “Ho incontrato il latitante”, e quindi bisogna trascrivere ogni chiamata, anche la più stupida, e rintracciarne l’autore; chi ci dice che il tale che si scusa per aver sbagliato numero non stia in realtà mandando un messaggio in codice?

Pure, anche questo lavoro ha il suo lato divertente: puoi seguire un’esistenza umana in diretta, ventiquattr’ore su ventiquattro, e conoscere l’intercettato meglio dei suoi parenti stretti.

 

Una settimana dopo la festa sul lago, da un ufficio della questura partì un’e-mail indirizzata al Palazzo di Giustizia:

Si chiede il controllo del telefono della signorina Amelia Dorriti, nell’ambito dell’inchiesta sulla Finanziaria Merloni, per le seguenti motivazioni:

1) il legame di parentela, pur se indiretto, fra la signorina Amelia e il dottor Merloni;

2) i precedenti penali per bancarotta del padre della signorina;

3) il lavoro di guida turistica della signorina, implicante ripetuti viaggi all’estero.

Si precisa che tali elementi sono puramente indiziari e che non risultano, al momento, prove specifiche di un coinvolgimento effettivo della signorina negli affari del dottor Merloni.

Un’altra e-mail partì in risposta dall’ufficio di un procuratore della repubblica:

Richiesta approvata. Si raccomanda, tuttavia, di agire con la consueta discrezione.

Così, il telefono di Amelia fu messo sotto controllo, assieme a quelli di una decina di altre persone più o meno lontanamente legate al finanziere. I primi tre giorni, i ragazzi addetti all’intercettazione non ebbero un gran che da ascoltare: in genere, telefonate di amiche che si complimentavano per il bel matrimonio della sorella. Poi, al quarto giorno, si sentì una voce maschile, un po’ imbarazzata:

– Pronto, Amelia Dorriti? Ti ricordi di me? Ci siamo visti al matrimonio di tua sorella… No, non ero uno degli invitati… Ti ricordi che ci hai dato il tuo biglietto da visita?… No, non sono la guida scout, sono l’altro… Perché un uomo telefona ad una bellissima donna?… Ecco, esatto volevo chiederti un appuntamento… Sei libera domenica? … Devi mostrare la città ad una comitiva di americani?… Allora, facciamo così: io mi aggrego agli americani, così posso vedere se sei brava nel lavoro, oltre che carina e poi, quando hai finito, andiamo a cena assieme.

Riassunto

Il telefono di Amelia è messo sotto controllo, a causa dei legami famigliari della ragazza con Merloni. Così, i poliziotti addetti alle intercettazioni possono seguire, passo a passo, l’idillio fra la ragazza e Arturo: le prime timide avance del giovane, gli appuntamenti, il perfetto amore e poi la prima crisi. Amelia, infatti, è figlia di uno spregiudicato palazzinaro finito in prigione anni prima per bancarotta ed è stata segnata profondamente dalla vicenda. Quando Arturo fa una battuta sugli speculatori immobiliari che meriterebbero la prigione, Amelia, che si ostina ancora a credere all’innocenza del genitore, se ne sente personalmente offesa, e acconsentirà a perdonare il fidanzato e a riprendere la relazione solo quando papà Dorriti, pur senza ammettere le sue colpe, le dirà di non rovinarsi la vita per difendere la reputazione di un vecchio rudere come lui. Si mostra così, per la prima volta, una differenza nella coppia Arturo-Amelia: il valore supremo per lui è la moralità, per lei (che pure è integerrima) sono gli affetti famigliari.

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L’uomo di carta

Avevo sempre sospettato che tu fossi un impenitente bumburista, e ora ne sono sicuro. Ti rivelerò il significato di questa incomparabile espressione quando avrai avuto la gentilezza di spiegarmi perché sei Ernest in città e Jack in campagna.

Incipit

Alcuni bambini ricevono un libretto di risparmio già alla loro nascita. Vittorio Bianchi fu ancora più fortunato: ebbe un conto in banca (numero 21214) prima ancora di venire al mondo ed anzi doveva la propria evanescente esistenza proprio al conto numero 21214. A differenza dei normali esseri umani, non fu concepito e partorito in un letto, bensì in una sala riunioni; non ebbe un padre e una madre, ma cinque padrini presiedettero alla sua nascita, tutti membri dello stesso consiglio di amministrazione: il presidente Merloni, il vicepresidente Tambini e i consiglieri Monti, Artigiani e Sormani.

Vittorio fu indubbiamente un ragazzo precoce: appena nato, aveva già trent’anni, ed era in possesso di tutta la serie di documenti necessari per gestire un conto sul quale passano milioni di euro. Bisogna però precisare che, nel riempire quei documenti, Vittorio aveva commesso una piccola scorrettezza. Aveva preso in prestito, senza dir niente al loro legittimo proprietario, i necessari dati anagrafici (data e luogo di nascita, titolo di studio, e lo stesso nome) ad un altro Vittorio Bianchi, che dirigeva una piccola filiale della stessa società, e che sicuramente si sarebbe stupito nell’apprendere l’esistenza di un Doppelganger assai più ricco e potente di lui. Purtroppo, a Vittorio Bianchi (quello ricco) mancava un piccolo dettaglio per poter gestire adeguatamente i propri affari: un corpo. Non che la cosa creasse problemi quotidiani, in un’epoca in cui la maggior parte delle transazioni si fanno per via telematica; però, anche nell’età di Internet, ogni tanto era necessario che il proprietario del conto 21214 lasciasse il regno delle astrazioni per firmare dei documenti. In questi casi, erano i tre consiglieri Monti, Sormani e Artigiani, a turno, a prestare al loro protetto il corpo per recarsi nelle banche di Lugano o di Dublino e la mano per apporre l’autografo. Quando poi i versamenti effettuati da Vittorio si fecero più frequenti, ai tre consiglieri di amministrazione si affiancarono un pari numero di fidatissimi impiegati. Nessuno degli impiegati che ricevevano i documenti, a quanto si dice, fece molto caso al fatto che quel ricchissimo uomo d’affari italiano fosse, a primavera, biondo e robusto, e invece bruno e longilineo in autunno; e che la sua calligrafia avesse un’uguale tendenza a cambiare secondo le stagioni.

Non bisogna però farsi un’idea sbagliata di Vittorio Bianchi, e pensare che la sua esistenza si riducesse al lavoro e agli affari; al contrario, simile in questo ad uno spiritello burlone, ogni volta che veniva evocato non accettava di rientrare nel nulla senza prima essersi divertito. Accanto al conto 21214, ne possedeva un altro per le spese voluttuarie, il 21215, il cui bancomat riforniva con una certa regolarità le casse di negozi di lusso, ristoranti a cinque stelle, discoteche, case da gioco e saloni di massaggio.

Riassunto

Vittorio Bianchi è, in realtà, un personaggio virtuale; l’identità, presa a prestito da un ignaro direttore di filiale, che i dirigenti del Credito Cisalpino assumono a turno quando si recano all’estero per compiere le spregiudicate operazioni finanziarie con cui nascondere l’enorme deficit della banca. Uno di questi dirigenti, il giovane e rampante Giulio Monti, durante una trasferta a Londra ha un breve flirt con una ragazza italiana di nome Eva Manzoni. Costei è un po’ la sua controparte femminile: ambiziosa e cinica, si è trasferita nel Regno Unito per far carriera come donna d’affari, ma con scarso successo, tanto da essersi ridotta a lavorare come interprete.

Eva, nonostante Giulio le si sia presentato sotto l’identità di “Vittorio Bianchi”, riesce a seguirne le tracce fino in Italia e a scoprirne la vera identità, nonché a farsi una prima idea degli affari poco puliti del Credito Cisalpino. Giulio ed Eva si incontrano in un ristorante veneto e stringono un accordo, diventando complici negli affari e compagni di vita. Eva ottiene un posto al Credito Cisalpino come interprete; in più, comincia anche lei a svolgere operazioni finanziarie clandestine, usando come identità di copertura proprio quella dell’ignara Amelia Dorriti (di cui fra l’altro è stata collega a Londra). Si è costituita così, dopo quella Arturo-Amelia, la seconda coppia del romanzo: quella Giulio-Eva, belli, brillanti, intelligenti, ma anche mostruosamente cinici in tutto quello che non riguardi il loro rapporto reciproco.

Un matrimonio

Incipit

Considerava la vita un’immensa arena, dove gli uomini, rispettando onestamente le regole, gareggiano nel raggiungere la perfezione. Quando si accorse che non era così, non gli venne in mente di aver torto.

Così racconta una vecchia fiaba: C’erano una volta due cacciatori che si perdettero nel bosco, finché, cammina cammina, non arrivarono ad un castello in riva ad un lago, dove si teneva una festa per il matrimonio del figlio del re. Quella volta, però, i due viandanti sperduti non erano cacciatori ed anzi, in qualità di vecchi boy scout, erano convinti difensori della natura; a rigore, non erano neppure viandanti, visto che erano a bordo di un’utilitaria.

Arturo e Valerio avevano passato la giornata girando per le colline che si specchiavano sul lago, alla ricerca di prati e boschi da usare come accampamento scout nella futura stagione.

Valerio era una guida, e Arturo no, però, dei due, era forse lui quello che, nell’anima, aveva conservato il fazzoletto azzurro intorno al collo. Se accettava di fare da navigatore all’amico nelle sue gite di ricognizione, non era solo per passare una domenica all’aria aperta. Era anche per una nostalgia sentimentale verso i bivacchi sotto le stelle, le notti all’addiaccio e l’idealismo preadolescenziale.

Come tutti coloro che sono vissuti abbastanza da indossare i pantaloni lunghi, Arturo si era reso conto, ad un certo momento, che il mondo non seguiva le regole di Baden Powell e che l’umana società assomigliava ad un’immensa equazione, ammirevole per la sua eleganza e complessità, ma che produceva un risultato chiaramente sbagliato. I più decidono di prendere il risultato per quello che è, e sono i conformisti; qualcuno decide di cancellare l’intera formula con un colpo di cimosa, e sono i rivoluzionari; e poi ci sono quelli come Arturo, non abbastanza cinici per la prima soluzione e troppo di buoni sentimenti per la seconda, che scelgono la posizione più scomoda: esaminare tutta l’equazione da cima a fondo, scoprire i piccoli errori nei punti cruciali, e correggerli, in modo da lasciare il mondo, secondo l’imperativo di B. P., migliore di come lo si è trovato.

 Riassunto

Arturo e Valerio sono due amici: il primo è cancelliere di tribunale, il secondo avvocato e, nel tempo libero, guida scout. Sono diversi anche di carattere: il primo è un rigido moralista, il secondo un tipo accomodante e un dongiovanni (vedi Il rap dello scout).Di ritorno da un’escursione in montagna, i due fanno sosta in una villa sul lago di Como, dove si sta svolgendo una festa di nozze.

 

Accolti grazie alla gentilezza di una ragazza, Amelia, la sorella della sposa, i due scoprono di essersi imbucati, senza saperlo, alla festa per l’unione fra Edmondo, il figliastro del banchiere Merloni, e Fanny, la sorella di Amelia. La cerimonia, sfarzosa e kitsch come lo sono i matrimoni nei giorni nostri, è allietata dalla musica dei Raminghi, che eseguono una canzone contro il consumismo, piuttosto incongrua, data l’occasione.

 

Valerio riesce a farsi dare il biglietto da visita di Amelia, ma lo cede ad Arturo, quando capisce che l’amico è stato colpito dalla ragazza, che nella serata ha dato prova di garbo e finezza quanto i due sposi di volgarità. Al ritorno, in macchina, i due discutono della festa cui hanno assistito e della personalità di Merloni, discusso finanziere, che la procura dove lavora Arturo ha già messo sotto osservazione.

Il professor Cerruti e la critica femminista (conclusione)

Incipit

Era primavera, la stagione degli amori e delle follie, e l’anno scolastico, dopo la pausa delle vacanze di Pasqua, si avviava verso il termine, In 4. A, il programma d’italiano, sorvolato rapidamente il barocco e il cavalier Marino (l’unico autore che mette d’accordo studenti e manuali, perché non piace né agli uni né agli altri), era ormai approdato alla triade settecentesca: Goldoni, Parini e Alfieri. Fu allora che apparve, sulla pagina facebook di Jessica, il seguente post:

Hello, friend, como vas?

Oggi vinsegno come fare x avere buoni voti senza studiare.

Cercate di farvi amici i prof., ma non fingete d’essere sekkioni 4okki xchè xquello bisogna esserci nati e la 1. volta che interrogano e voi fate il mafioso omertoso il prof. vi sgama. +ttosto fate mostra di buonavolontà. Fingete di prendere appunti, anche se invece disegnate le margheritine. Tenete a mente quelle 2 o 3 frasetteke il profe ripete sempre e infilatele anke voi in tutti i temi e tutte le interrogazioni. Al tema, scegliete sempre la traccia di letteratura e poi copiate via smartphone, ma non da Wikipedia, o almeno non paro paro, perkè i prof. si sono attrezzati e ci vanno anke loro a copiare le loro lezioni.

Se qlcuno fa lo stupido in classe, voi intervenite a spiegargli quanto sono belle e interessanti le lezioni del prof., e allora diventerete la sua cocca. Anzi, se avete una cara amica, disposta a fare figuraza, mettetevi d’accordo con lei e suggeritegli le battute. Lei si prenderà un cikketto, farà la pentita e poi voi 2 vi rifarete a 4okki alle spalle del prof.

Se poi voi siete una bella pupa, non vi occorrono sistemi particolari. Basta che facciate okkiolino, portate la mini-gonna anche dinverno e la maglietta scollata nei giorni dinterrogazione e siete a posto. Io ò applicato sti sistemi al mio prof. di italiano, e sono riuscita ad avere la media del 7 studiando il min. indispensabile. Quel poveraccio è kotto di me ed è sinceramente convinto ke me nimporti qualcosa delle maghe e delle donne guerriere .Invece, x me, bisognerebbe lasciare Ariosto e Tasso a prendere polve nelle biblioteke e leggere in classe Il trono di spade e le canzoni rap del mio amico Blasco.

Riassunto

Il post di Jessica ottiene grande successo su Facebook, e procura altrettanti grattacapi al professor Cerruti, che, oltre al fallimento dei suoi tentativi di insegnare il valore della cultura alla giovane edonista,  a causa delle frasi ambigue nell’ultimo paragrafo, rischia di essere accusato di molestie sessuali. Jessica è sospesa per tre giorni e trasferita in un’altra classe; solo alla fine dell’anno scolastico, su pressione della professoressa Garini, fa a Cerruti delle scuse vere e proprie. L’insegnante sfoga il suo malumore capovolgendo l’impostazione femminista del suo saggio sulle donne della letteratura italiana: così, la Mirandolina di Goldoni è descritta non come una donna emancipata ante litteram, ma come una cinica seduttrice.  

Alla fine, Jessica, ottenuto il diploma, torna alla sua frivola esistenza, mentre il professore, che ha imparato ad apprezzare le donne dalle virtù poco appariscenti, sposa la Garini e termina il suo saggio con l’esaltazione di Lucia Mondella

Commento

Il racconto, dove alla narrazione si alternano brani del saggio del professore, con l’improvviso passaggio dal femminismo alla misoginia, è la versione ridotta di un progetto che avevo vagamente accarezzato ma che richiedeva capacità letterarie ben superiori alle mie: un romanzo ambientato in una scuola che seguisse lo svolgimento del programma d’italiano, imitando via via lo stile di Dante, Boccaccio, Manzoni. Nello scriverlo, ho mescolato a qualche ricordo della mia esperienza come insegnante (ma ci tengo a precisare che, per mia fortuna, non ho mai incontrato un’alunna come Jessica Veronelli), la parodia della critica femminista, che oggi va per la maggiore, o perlomeno dei suoi eccessi. La morale è che “gli uomini preferiscono le bionde ma sposano le brune”: che i personaggi femminili che appaiono seducenti nei libri o sullo schermo, lo sono molto meno nella vita reale, perlomeno come mogli, al contrario di quelle che sono tradizionalmente considerate donne insipide, come la Fanny Price della Austen o la Lucia di Manzoni.

Il professor Cerruti e la critica femminista

Incipit

Pochi luoghi assomigliano alle sale d’aspetto delle stazioni o degli aereoporti quanto le aule docenti degli istituti superiori di provincia. Vi si incrociano persone di entrambi i sessi, di ogni priovenienza, di ogni temperamento, di ogni idea polticia, con solo una cosa in comune, l’essere docenti. Il professore terrone salito al Nord per fare punti in graduatoria saluta la lettrice inglese scesa al Sud per insegnare la lingua e fare un po’ di turismo gratis; il professore di filosofia, fra gli ultimi marxisti d’Italia, sbandiera orgogliosamente Il manifesto, mentre il professore laico di religione legge un periodico ciellino. E, come nelle sale di aspetto, ci sono gli estroversi, pronti ad attaccare discorso con uno sconosciuto che non rivedranno mai più in vita loro, e i timidi, che se ne stanno tranquilli in un angolo a leggere.

 

La professoressa Irene Garini era seduta, appunto, nell’angolo più tranquillo dell’aula docenti dell’ITC Tal dei Tali di Roccacannuccia, con in mano Mansfield Park in lingua originale. L’anno scolastico era appena cominciato, non c’erano ancora compiti da correggere o moduli burocratici da compilare, e lei poteva ancora permettersi di riempire le ore vuote con la lettura per diletto.

Durante le vacanze, Irene aveva accarezzato l’idea di far leggere alla classe quinta durante l’anno un romanzo di Jane Austen o qualche altro classico dell’Ottocento, ma già il suo primo contatto con gli studenti le aveva ricordato quanto quel proposito sarebbe stato utopistico; già avevano problemi con la grammatica italiana, figuriamoci con quella inglese. Già solo colmare le lacune che la classe si portava dietro dagli anni precedenti, sarebbe stato un lavoro impegnativo; farli arrivare tutti all’esame di maturità in grado di scrivere una breve e corretta lettera commerciale indirizzata a Londra, avrebbe significato vincere la maratona.

E poi, siamo sincere, quanti ragazzi in piena tempesta ormonale sono oggi in grado di apprezzare la storia di un amore pudico, inconfessato, eppure alla fine vittorioso? Nella preistoria, quando Irene era dall’altra parte della cattedra, le professoresse romantiche potevano almeno contare sul pubblico delle studentesse, ma adesso anche loro avevano adottato i valori della tribù maschile. Il professor Castelli, l’anziano insegnante d’italiano ,andato in pensione proprio quell’anno, le aveva detto: Non oserei più leggere in classe i racconti erotici di Boccaccio. Le nostre care fanciulle li troverebbero troppo poco osé.

Riassunto

La professoressa Garini, insegnante d’inglese, fa conoscenza con il suo nuovo collega d’italiano, il professor Cerruti, che, a causa di una cabala accademica, ha rinunciato a un posto di assistente universitario per insegnare alle superiori. Cerruti è impegnato nella stesura di una controstoria della letteratura italiana in chiave femminista (i cui brani vengono citati in alternanza al racconto vero e proprio), in cui capovolge le interpretazioni tradizionali date ai personaggi femminili; così, le donne del Boccaccio sono viste come personaggi più attuali di Beatrice,

Armida non è più una seduttrice ma la sostenitrice del “fate l’amore e non la guerra”, e così via. Poco dopo l’inizio dell’anno scolastico, la vita dell’istituto è sconvolta dall’arrivo come alunna di Jessica Veronelli, una ragazza che ha ottenuto una certa popolarità per aver partecipato a un reality show e che, non essendo riuscita a sfondare nel mondo dello spettacolo, sta tentando di terminare gli studi. Jessica diventa presto l’idolo di alunne e alunni, nonché il tormento dei professori, per il suo comportamento sprezzante e altezzoso verso la scuola e la cultura. L’unico insegnante che sembra vedere in lei delle qualità nascoste è proprio il raffinato intellettuale Gino Cerruti, tanto da far sospettare una sua infatuazione per l’allieva; ma anche per lui arriverà il momento della disillusione…

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