Il giorno più lungo sotto le mura di Troia

TroyBattleIncipit

Raccontare una sola giornata, di una guerra che ne contò più di tremila, mi ha richiesto tempo, fatica e viaggi, quasi quanto ne spesero gli Achei per espugnare le mura di Ilio. Ho raccolto e vagliato decine e decine di racconti; sono andato nei palazzi degli Achei e nei tuguri della Colchide dove hanno trovato rifugio i profughi dalla città distrutta dal fuoco; ho dovuto vincere la riluttanza di molti testimoni a risvegliare ricordi dolorosi (mentre in altri casi ho dovuto smorzare il loro entusiasmo, che li portava a vantarsi di imprese mai avvenute); ho varcato il Mar Ionio, diretto a quell’Italia che è stata scelta come luogo di riposo da molti reduci dell’una e dell’altra parte.

Molti di coloro che combatterono sulle rive dello Scamandro non sono oggi in grado di dare la loro versione dei fatti, e non mi riferisco solo a quelli (come il prode e gentile d’animo Ettore, o il piè veloce Achille) caduti in battaglia e bruciati su una pira con le loro armi. Purtroppo, quando ho iniziato il mio lavoro, molti dei capi achei che erano riusciti a scampare alla Parca abbastanza a lungo da vedere il giorno della vittoria, erano già caduti vittima di un destino beffardo: come il comandante Agamennone, ucciso dalla moglie, o Aiace Oileo, morto in un unaufragio, o l’astuto Ulisse, un testimone particolarmente prezioso, nonostante la sua fama di bugiardo, ma di cui al momento attuale non posso dire con certezza neppure se sia vivo o morto. (Voci non confermate vogliono che sia appena tornato nella sua Itaca, dopo un avventuroso viaggio.)

omero ciecoUna doverosa puntualizzazione: da qualche tempo circola una versione poetica della battaglia, che in diversi punti non coincide con la mia. Io non intendo scendere in polemica con il suo autore (trattandosi oltretutto di una persona gravemente inferma) ma devo sottolineare che non c’è parola, della mia ricostruzione che non sia basata sui fatti o su una testimonianza oculare.

Commento

Questa volta, ometto il riassunto del racconto, perché il suo contenuto è lo stesso dei canti dal ventesimo al ventiduesimo dell’Iliade: la battaglia fra Greci e Troiani sul fiume Scamandro, e i duelli di Achille prima con Enea e poi, quello decisivo, con Ettore. Lo stile non è però quello epico di Omero ma quello giornalistico di best-seller sulla seconda guerra mondiale, come Il giorno più lungo o Parigi brucia?, basati sul montaggio delle testimonianze orali; e il punto di vista non è quello degli eroi, ma quello di sei umili soldati, tre di parte greca e tre di parte troiana, ognuno dei quali ha un diverso atteggiamento di fronte alla guerra.

I tre greci sono:

  • Ipponatte, soldato di Argo e suddito di Diomede; ammiratore del suo re e molto critico verso la temerarietà e la ferocia di Achille;
  • Efialte, mirmidone, divenuto calzolaio dopo la guerra; suddito di Achille,carro di achille fedele al suo re, ma con inconfessate riserve per la sua brutalità;
  • Cretone, altro mirmidone, dopo la guerra comandante della guardia di palazzo a Pilo, che invece è un “Rambo”, militarista e spietato verso il nemico.

I tre troiani sono:

  •  Ippodemonte, cocchiere tracio, coraggioso e ligio al dovere, ma non temerario, e disincantato nei confronti della guerra;
  • Ichetone, Dardano, ha seguito Enea nelle sue peregrinazioni, finché non è approdato a Cuma, dove fa l’oste; fervente sostenitore della causa troiana;
  • Efisio, soldato licio, divenuto vasaio dopo la guerra; così spudoratamente vigliacco, e preoccupato solo di salvare la pelle, da risultare paradossalmente simpatico, come un Falstaff omerico; dopo aver assistito alla morte di Ettore, approfitta del caos per gettare le armi e disertare, facendosi passare per morto.

Lo stagno dei lupi

Incipit

A Roma, alla fine del quarto secolo, dove le uniche lupe che si vedessero in giro erano quelle di bronzo che allattavano Romolo e Remo, si poteva anche pensare con preoccupazione ai barbari che premevano alle frontiere dell’impero, ma per i piccoli municipi sparsi sulle montagne dell’Appennino il nemico era lo stesso di mille anni prima: la bestia dalla coda pelosa e dai canini acuminati. Tutti i barbari dell’universo avrebbero potuto rovesciarsi sull’Italia, e sui monti ai confini di Umbria e Flaminia non sarebbe cambiato nulla, perché gli invasori a due zampe corrono dritti lungo le pianure e non si arrampicano sulle cime. Ma il passaggio di un branco di lupi voleva dire ben altro: le greggi decimate, il lavoro sui campi (che già rendono poco in tempi normali) trascurato perché i contadini, quando sono all’aperto, non vedono l’ora di rientrare al riparo, e, negli anni più funesti, qualche ragazzo imprudente che scompare e di cui, dopo settimane, si ritrova il cadavere sbranato. Però i lupi hanno questo di buono, rispetto agli invasori a due zampe: non stanno mai fermi. I Galli avevano messo radici nel territorio degli Umbri, i Romani in quello dei Galli e adesso i Goti stavano mettendo radici in quello dei Romani, ma i lupi, dopo aver predato un municipio, sono spinti dall’inquietudine che è al fondo della loro natura a cercare un nuovo territorio di caccia. Certo, ci sono sempre delle eccezioni, ed erano proprio due di quelle eccezioni che stavano terrorizzando Sarsina.

Nell’autunno dell’anno 1150 dalla fondazione di Roma, un branco di lupi era stato avvistato sui monti che circondano la patria di Plauto; erano predatori di passaggio, non interessati a uscire dai boschi, e se ne erano andati via senza fare danni. Prima che cadesse la neve sui monti, il branco era partito per altre mete, e Sarsina si era preparata ad affrontare un altro inverno di freddo, neve ed isolamento, ma senza bestie selvatiche che si aggirano sotto le mura della città.

Ma presto, nelle notti di luna piena, si era ricominciato a sentire gli ululati e una coppia di lupi era stava vista, prima nei pressi dei boschi e poi sempre più vicino ai luoghi abitati dall’uomo. Il branco aveva lasciato dietro di sé una femmina, gravida e sul punto di partorire, ed il suo compagno; i due animali si erano fatti una tana sicura e lì la lupa aveva messo al mondo i figli. Fino a quando i lupacchiotti avevano avuto bisogno delle cure materne costanti, il maschio si era limitato a procurarsi le sue prede fra gli animali del bosco; poi, per nutrire la sua prole, aveva allargato il raggio delle sue battute di caccia ed a farsi accompagnare dalla femmina. Forse avevano sentito che stava per arrivare un inverno più freddo del normale, e volevano fare una buona provvista.

Riassunto

Dopo che uno dei due lupi ha aggredito un ragazzino, la città di Sarsina cade nel panico. Illupo vecchio Flavio Olbulacco propone di organizzare una battuta da parte dei cittadini sarsinati, ma prevale il parere di affidarsi ad un luparo professionista. Viene assunto il vandalo Ghiselrico, un ex soldato germanico, che pratica il suo mestiere  più per il gusto della caccia che per il denaro. Ghiselrico si avventura nei boschi alla ricerca delle sue prede e, dopo una feroce battaglia in mezzo alla neve, sgozza i due lupi ed i tre lupacchiotti. I sarsinati esultano, meno Olbulacco : per lui, che i romani abbiano avuto bisogno di rivolgersi ad un barbaro per combattere la minaccia è quasi un presagio della caduta dell’impero.

Commento

Un altro racconto sulla caduta dell’impero romano, come Arrivano i barbari, ma stavolta in chiave seria anziché comica; oppure, se vogliamo, un racconto di Jack London, sul richiamo della foresta, (l’uomo Ghiselrico, in realtà, assomiglia più ai lupi che non ai cittadini di Sarsina), trasferito dal Grande Nord all’Appennino Romagnolo. Il personaggio di Ghiselrico è nato dalle pagine di Franco Cardini sui berseker, i guerrieri germanici che combattevano in uno stato di trance, quasi si fossero trasformati in animali, e da cui è nata la leggenda del licantropo.

Arrivano i barbari

Incipit

Un tempo, i moli del porto di Classe erano pieni di vita. Se dalla Siria arrivava un carico di porpora per tingere gli indumenti della corte; se una galea riportava uno stuolo di pellegrini dai luoghi santi; se l’imperatore d’Oriente mandava un generale per mettere le cose a posto in quella disgraziata Italia, che, un secolo prima, era la signora del mondo; se qualunque merce o qualunque viaggiatore doveva recarsi a Ravenna, la città di provincia che era capitale di un impero, doveva passare per le banchine di Classe. Poi, chissà per quale motivo, il livello delle acque aveva cominciato ad alzarsi e la linea della costa ad avanzare, e nel giro di qualche decennio quello che era un porto di mare era diventato uno scalo in mezzo ad una pineta, che poteva servire soltanto alle piccole barche da pesca. Come avrebbero reagito i colleghi di san Pietro ed i contadini che costituivano la popolazione di Classe nell’anno 1229 dalla fondazione di Roma, se qualcuno avesse detto loro che un giorno, della loro città, sarebbero rimaste, soltanto, una chiesa in aperta campagna, a diverse miglia dalla linea di costa, e alcune fondamenta sotto dieci piedi di terra?

Forse ci avrebbero creduto. Il tredicesimo secolo era un’epoca in cui era difficile stupirsi. Gli uomini vedevano accadere sulla terra cose che i loro antenati non sarebbero riusciti neppure ad immaginare, un impero che sembrava eterno moriva, i barbari comandavano ed i romani obbedivano, persino la religione era cambiata. Se i classensi avessero visto il sole sorgere dalla pianura e tramontare in mezzo al mare, sarebbe stata soltanto una stranezza di più.

 Quel mattino di settembre, Apollinare rientrò dalla pesca appena in tempo. Quando la sua barca imboccò il canale, i due custodi del porto di Classe stavano già tirando su la catena che bloccava l’ingresso della via d’acqua in caso di assedio.

– Che stai combinando, Quintillio? – chiese Apollinare alla guardia, un vecchio amico che era riuscito a trovare il modo di guadagnarsi da vivere senza doversi spezzare le reni gettano la rete in mare.

– Il pretore ha ordinato che tutti gli ingressi a Classe vengano sbarrati, finché non si è chiarita la situazione. Le porte le hanno già chiuse da un pezzo e, se aspettavi un’altra clessidra per rientrare, avresti dovuto passare la notte sul mare – rispose Quintillio.

 Riassunto

 Quel giorno di settembre è quello che vede la caduta dell’impero romano. I Germani, oltre che Ravenna, occupano anche Classe e il capo della guarnigione barbara, Gundobaldo, si installa proprio nell’osteria di Apollinare. I Germani, nonostante le loro abitudini sgradevoli, (bere il vino come se fosse birra e quindi prendere regolarmente la ciucca, fare il bagno ed asciugarsi al sole completamente nudi, fare battute razziste sui Romani) vengono accolti di buon grado dagli abitanti di Classe, che possono fare buoni affari con loro. Passano quattro anni: Vitale, il figlio di Apollinare, ha un’avventura con una ragazza germana, mentre un suo amico seduce la moglie di Gundobaldo. Vitale riesce a sistemare le cose con un matrimonio riparatore (il primo tra Romani e Germani) mentre il suo amico sarà costretto a scappare a Costantinopoli per sfuggire alla vendetta del marito tradito.

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Antichi e moderni germani

Commento

È una sorta di pendant ad Alea iacta est (dopo la nascita dell’impero romano, la sua fine) però in chiave molto più parodistica di quanto non potrebbe sembrare dal suo incipit serioso. I barbari del racconto (che parlano in un tedesco maccheronico, come quello delle Sturmtruppen) altro non sono che la caricatura dei tedeschi (e delle tedesche) che vengono ogni anno a passare le vacanze sulla riviera adriatica. L’idea di raccontare l’invasione dell’impero da parte dei barbari come se fosse l’invasione della Romagna da parte dei turisti mi venne parlando con una ragazza delle teorie del professor Montanari, secondo le quali gli antichi Germani, col passaggio dalla birra al vino, caddero in preda all’alcolismo; lei mi rispose: “Capita anche ai Germani moderni. Questa estate, nel nostro albergo, avevamo quattro tedeschi ed erano sempre ubriachi.”

Alea iacta est!

Incipit

A Savignano, ancora oggi, si può incontrare qualche legionario ritardatario.

A Savignano, ancora oggi, si può incontrare qualche legionario ritardatario.

In Romagna, non è mai stato facile tenere la politica fuori dalle conversazioni, nemmeno nel 49 avanti Cristo.

Quando Flavio Virgilio si vide capitare a pranzo suo cognato Publio Lutazio, si propose di non parlare di politica. Publio era uno scocciatore, ma era pur sempre il fratello di sua moglie e Flavio non aveva voglia di litigare con lui, col risultato magari di far scoppiare in lacrime la matrona di casa. Per cui, quando lo schiavo che faceva da accompagnatore a Publio annunciò ossequiosamente che Publio Lutazio, che per gravi motivi aveva deciso di non mangiare in casa propria, chiedeva di poter dividere la mensa col cognato e l’amata sorella, Flavio fece aggiungere un letto al triclinio e cominciò a ripassare a mente gli argomenti su cui poteva discutere col cognato senza scaldarsi. Durante il pranzo, la conversazione si mosse tranquillamente sui sentieri sicuri: il tempo, il raccolto, i figli, gli schiavi infingardi, gli spettacoli di gladiatori. Poi Publio, che fino ad allora aveva evitato le discussioni con la stessa prudenza del suo parente acquisito, aveva chiesto a Flavio: – Hai avuto notizie di tuo fratello?

– Ho ricevuto una sua lettera due settimane fa; è di guarnigione a Bononia e si gode un po’ di pace. Dopo sette anni di guerra nelle Gallie, ne ha bisogno. Speriamo che non debba combattere subito un’altra guerra.

– Certo – commentò, distrattamente, Publio. – Speriamo che Cesare abbia buonsenso.

– Veramente, lui di buon senso e di pazienza ne sta dimostrando anche troppa, – replicò, piccato, Flavio. – Un generale conquista un intero paese e come lo ringraziano? Togliendogli il comando. E nonostante questo, è un mese che Cesare continua a trattare con quelli che lo vorrebbero morto.

– Quando io ero militare, mi hanno insegnato che il soldato migliore non è il più coraggioso ma il più disciplinato, e questo vale anche per i generali. Cesare rispetti le leggi, e allora lo rispetteremo anche noi.

– E non dovrebbe essere il Senato per primo a rispettare le leggi? Invece, ha lasciato che Pompeo diventasse padrone di Roma e i tribuni della plebe, solo perché hanno voluto fare il loro mestiere, sono dovuti scappare via.

– Il senato ha le sue buone ragioni per comportarsi così. I generali, più sono bravi e più sono pericolosi.

 Riassunto

La storia si svolge a Compitum (l’auttale Savignano) il giorno in cui Cesare passa il Rubicone. Mentre i due uomini discutono di politica, Marco Valerio, il figlio di Flavio, per una scommessa con due amici, varca il fiumicello con un salto; poi i tre ragazzi, per fare uno scherzo a Macco, lo scemo del villaggio, lo mandano a fare la guardia al ponte sulla via Emilia. Mentre il povero scimunito assiste al passaggio dell’esercito di Cesare, senza capirci nulla, Marco Valerio si perde la scena storica, perché il padre, per prudenza, lo tiene chiuso in casa; ma, una volta cresciuto, avrà la soddisfazione di poter dire che lui e Cesare hanno attraversato il Rubicone lo stesso giorno.

Commento

Il Rubicone, famoso in tutto il mondo e ricordato in tutte le enciclopedie, è in realtà un ruscelletto insignificante ; analogamente, in questo racconto, l’episodio che ha cambiato la storia di Roma, raccontato prima dal punto di vista dei provinciali, poi da quello dei ragazzini e infine da quello dello scemo, si rimpicciolisce sempre di più. Gli storici antichi raccontano che Cesare, dopo aver visto un uomo di statura fuori dal normale strappare la tromba ad un soldato e attraversare il Rubicone, decise di varcare il fiumicello a sua volta e pronunciò la famosa frase “Il dado è tratto”; io ho immaginato che il misterioso gigante non fosse il messaggero degli dei, ma semplicemente il povero Macco.