Una storia d’amore senza lieto fine (seconda parte dei diari del reverendo Drummond)

4 luglio.

È arrivata una notizia incredibile. Sir Alan si è arruolato nelle Giubbe Rosse che attraverseranno l’Oceano Atlantico per combattere i ribelli americani. Ciò che mi stupisce non è la sua improvvisa decisione di lasciare gli studi di legge e intraprendere la carriera militare. È pur sempre l’ultimo virgulto di un clan di guerrieri e, personalmente, ho sempre pensato che l’uniforme gli si addicesse molto più della toga. Mi stupisce piuttosto che si sia arruolato sotto le insegne di un re che detesta, per combattere dei rivoluzionari verso i quali non si è mai preoccupato di nascondere le sue simpatie, anche a costo di scandalizzare i leali sudditi della Corona. Più volte mi ha detto che, in fondo, suo padre e suo zio volevano ciò che vogliono Mr. Franklin e Mr. Jefferson: vivere in pace sulla loro terra, senza inglesi fra i piedi.L’unica spiegazione possibile di un così radicale cambiamento è che, in seguito alla faccenda di Miss Clarissa, i suoi rapporti con il fratello, mai molto amorevoli, siano peggiorati al punto dafare qualunque cosa pur di mettere un oceano fra lui e sir Jacob.


14 luglio.

Trascrivo una lettera di Tony Brawardine, giuntami oggi.

Onorevole reverendo.
                Voi sapete che sir Alan s’è arruolato nelle Giubbe Rosse, nevvero? Ma forse mica sapete il perché, e adesso ve lo dico.

Andai a salutare Sir Alan, prima che partiva per l’America, e insieme siamo andati alla taverna a farci qualche birretta. Gli ho chiesto come mai, visto che gli Americani gli stanno simpatici, se ne va a fare la guerra contro di loro e lui m’ha risposto: – Jacob mi tiene per il collo. Mi ha detto che, o mi arruolo, oppure lui non mi paga più i debiti e spedisce dritto nel cuore del Midlothian (la prigione di Edimburgo) da debitore insolvente. Però non ce l’ho con lui. Io ci dovevo pensare, prima di firmare quelle cambiali.

Adesso, l’è vero che sir Alan aveva le mani bucate, ma finadesso Sir Jacob gli ha sempre tappato i buchi, magari col brontolo, e non capivo mica perché improvvisamente era diventato spilorcio, e proprio quando, dice la gente, sir Alan aveva messo la testa a posto.

Riassunto

Sir Alan spiega al suo ex servitore Edgar di aver accettato di arruolarsi nelle truppe inviate a combattere i rivoluzionari americani, ma che la sua vera intenzione è di stabilirsi oltreoceano, una volta finita la guerra, e di farsi lì raggiungere da Clarissa. La guerra, però, si rivela più lunga e sanguinosa del previsto, e anche sir Alan è fra le sue vittime. Clarissa si consuma nel dolore; quanto alle altre due sorelle Ramsay, Margaret fa un matrimonio di convenienza e Mary Ann sposa Edgar Brawardine.

Anni più tardi, il pastore riferisce di un suo incontro con Margaret, tornata ad Honeycomb per trattare la vendita del cottage di famiglia a sir Jacob. In quell’occasione, l’aristocratico le aveva proposto una forte somma in cambio delle lettere che il fratello aveva inviato a Clarissa. Come racconta lei stessa, scandalizzando il timorato pastore, Margaret era stata talmente indignata all’idea che il cinico visconte volesse togliere a sua sorella uno dei pochi conforti a lei rimasti, che, incontrando lo zingaro vagabondo Wandering Willie, di cui si raccontava che avesse dei poteri magici, gli aveva chiesto di maledire i McShafton. Lo zingaro si era rifiutato, ma aveva comunque promesso a Margaret che il nobile clan non avrebbe recuperato l’antica ricchezza, se non avesse prima riparato il torto fatto ai Ramsay (come in effetti è avvenuto).

Commento

Nella lettera di Edgar Brawardine, ho cercato di imitare lo stile sgrammaticato di un popolano con appena quel tanto di istruzione necessario per fare il servitore, impresa non da poco (è tanto facile fare una sgrammaticatura spontaneamente, quanto è difficile crearne una apposta). A un certo punto del colloquio fra Margaret e il reverendo Drummond, ho lasciato supporre un’inconfessata attrazione fra lei e sir Jacob, (una sorta di Orgoglio e pregiudizio, ma senza lieto fine e con protagonisti molto meno amabili) ma limitandomi ad accennare lo spunto, per ovvi motivi di equilibrio narrativo.

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Clarissa la strega (prima parte dei diari del reverendo Drummond)

Incipit

17 giugno

Il fratello del Visconte McShafton ha annunciato una visita. Pur non essendo egli un membro della nostra congregazione, lo riceverò con piacere. Si dice che ad Edimburgo indulgesse nei piaceri e abbia contratto molti debiti; ma è giovane, e il tempo per emendarsi non gli manca. D’altra parte, tutti gli riconoscono un cuore buono e gentile. I servitori e i contadini dei McShafton lo considerano un padrone ragionevole e genroso, e molti di loro rimpiangono che il Visconte Jacob non abbia seguito l’esempio di Esaù, lasciando i diritti di primogenitura al fratello cadetto. Io ho una particolare ragione per voler fare la sua conoscenza. I nostri padri si conobbero al tempo della Grande Rivolta, pur essendo sui lati opposti della barricata.

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18 giugno

L’incontro con sir Alan ha preso una svolta imprevista.

Il giovane signore ebbe appena il tempo di togliersi mantello e cappello prima di dire, in tono quasi insolente, rivolto al ritratto di mio padre:

– Guarda chi c’è, il defunto signor Philip Drummond. Sapevate che fu lui a catturare mio padre, insieme con due ufficiali inglesi?

Non intendevo discutere con un ospite, oltretutto superiore a me di nascita, ma il rispetto filiale mi impose di rispondere: Milord, mio padre ed il vostro hanno combattuto entrambi per le loro idee. Oggi siamo tutti leali sudditi di re Giorgio ed è inutile rivangare il passato.

– Ma io non porto alcun rancore verso il signore nel quadro; casomai gli sono grato. Grazie a lui, mio padre non è stato fatto fuori assieme a mio zio e ha potuto mettermi al mondo. Piuttosto, ho una curiosità da togliermi. In famiglia, ci hanno sempre detto che il visconte Harry fu catturato durante un’audace ricognizione dietro le linee nemiche. Qual è la versione della vostra famiglia?

Non risposi. In verità, mio padre mi ha raccontato la storia decine di volte, come un esempio degli atti sconsiderati che derivano dalla lussuria; ma potevo onestamente dire a Sir Alan che suo padre non fu catturato sul campo dell’onore ma nel letto di una donna? Qual’era il peccato peggiore: la menzogna o la mancanza di rispetto verso un’illustre famiglia?

Riassunto

41731Qui la storia viene raccontata in prima persona dal reverendo Drummond; essendo egli un sacerdote caritatevole, ma prima di tutto un uomo del suo tempo, e anche per smorzare il sentimentalismo dell’episodio, mi sono divertito a mettergli in bocca dei commenti che alla narratrice (e al lettore moderno in genere) non possono che apparire fastidiosamente bigotti.

Sir Alan racconta al reverendo come, ballando assieme a Clarissa Ramsay, abbia rivissuto, in una visione, la cattura di suo padre, il visconte Harry, per opera del padre dello stesso Drummond (scoprendo, fra l’altro, che il visconte fu catturato non durante un’eroica missione di spionaggio, come voleva la tradizione famigliare, ma in seguito ad un’avventura galante con una servetta). Ciò significa che Clarissa aveva lo stesso potere paranormale (il vedere oltre) della sua pronipote Lucy.

Il reverendo va allora a visitare le sorelle Ramsay, ma la maggiore, Margaret, lo invita gentilmente a non portare ulteriore turbamento a Clarissa (che, per le sue doti, si è guadagnata il nomignolo di Clarissa la strega).  Nelle settimane successive, si sparge la voce che Tony Brawardine, il giovane maggiordomo di casa McShafton (e l’antenato del reverendo Brawardine e dei suoi nipoti) corteggi Mary Ann, la minore delle sorelle Ramsay. In realtà i due fanno  da intermediari fra Alan e Clarissa; quando sir Jakob scopre la tresca, licenzia Tony e fa il possibile per separare i due giovani innamorati.

OUTLANDER - Season 1 - Claire Randall (Caitriona Balfe) andn F Jamie Fraser (Sam Heugan) - Photo Credit: Nick Briggs/Sony

Balconcino con vista sul Settecento

 Incipit

how-to-pack-to-go-to-scotland-rain-02Santo Stefano era stata una bella giornata; ma poiché in Scozia avere due giorni consecutivi di sole è un evento rarissimo d’estate, ed assolutamente impossibile d’inverno, il 27 fu una delle solite giornate deprimenti che rendono la nostra terra così malinconica: nebbia umida, vento gelido ed un cielo grigio che minaccia continuamente la pioggia senza però mai sfogare il proprio malumore con un acquazzone. Giornate come queste hanno un solo merito: togliendoti ogni altra distrazione, ti costringono a lavorare sodo.

Io mi misi nel mio studiolo, accesi il portatile e passai tutta la mattina nelle assolate colline della Pennsylvania, contese fra le giacche blu e quelle grigie, lontanissima dalle nebbie scozzesi. Peter era andato in paese, per rendere visita ad alcuni suoi amici d’infanzia; Lucy e Caleb erano in una stanza al pian terreno, che un tempo aveva servito da salotto, a fare esperimenti psichici, con l’assistenza di Edgar; Mathilda, trovandosi la mattina libera, era andata dai suoi.

Ci ritrovammo tutti all’ora di pranzo, per mangiare il pasto che, ancora, era stato portato dalla fattoria Brawardine (cominciavo a sospettare che l’attività culinaria di Mathilda si sarebbe ridotta al riscaldamento dei cibi) e, questa volta, conversando, non si poté evitare la ragione per cui eravamo in quel posto.

– Allora, – chiese Peter – avete visto qualche fantasma?

Lucy arrossì e fu Caleb a rispondere per lei: – No, non ci sono stati fenomeni psichici, e non per mancanza di impegno, Edgar può testimoniarlo. Non siamo riusciti a metterci in contatto con la memoria ancestrale, né con la mia, né con la sua – (di Lucy) – né con la sua – (d’Edgar) – e neppure con quella del luogo. Vi avevo avvertito che la parapsicologia non è una scienza esatta: può darsi che la signorina Deans sia, diciamo, fuori allenamento (in fondo, sono anni che non esercita sistematicamente i suoi poteri) ma può anche darsi che li stia perdendo col passare del tempo.

“Speriamo che sia così” non potei fare a meno di pensare. Sarebbe stata la soluzione migliore, mi sembrava evidente: Lucy sarebbe tornata al suo lavoro con un po’ di soldi per il disturbo, avrebbe pagato le cure mediche per la madre, e senza esperienze traumatiche alle spalle. Se davvero, poi, stava perdendo il suo cosiddetto dono, meglio ancora. Avrebbe potuto avere un’esistenza normale, permettersi di provare forti emozioni, innamorarsi, mettere su una famiglia o anche solo salire in camera con un uomo incontrato al bar…

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Nel pomeriggio, tuttavia, qualcosa accade: Peter viene visto mentre tiene Lucy svenuta fra le sue braccia. L’aristocratico, mentre faceva visitare il palazzo dei suoi avi a Lucy, l’ha portata sul balconcino dove, un tempo, suonavano i musicisti durante le feste da ballo, e lì i due giovani hanno avuto contemporaneamente due visioni del passato. Peter si è ritrovato nei panni del suo antenato, l’ambizioso Sir Jacob che, alla vigilia di un ballo nel salone, ebbe un pungente scambio di battute con il fratello Alan, più giovane e scanzonato; Lucy ha rivissuto l’esperienza di Margaret Ramsay, una ragazza di Edimburgo che, durante una villeggiatura ad Holeycomb, andò a quello stesso ballo,687474703a2f2f7777772e7374616e64696e6773746f6e65732e636f6d2f696d6167652f70776464633435302e676966 con le sue sorelle minori Clarissa e Mary Ann. L’esperienza è così intensa da far svenire Lucy, ma Caleb, dopo aver raccolto le testimonianze dei due veggenti, decide di proseguire ugualmente gli esperimenti parapsicologici, nonostante l’opinione contraria della moglie.

Commento

È il punto cruciale del romanzo. Da una parte, i personaggi del plot settecentesco fanno la loro prima apparizione; dall’altra, i rapporti fra quelli del plot contemporaneo cominciano ad evolvere. È sempre più chiara l’attrazione reciproca fra Peter e Lucy, che è all’origine della loro doppia visione, mentre nel matrimonio perfetto fra Caleb e Tomassina c’è una prima incrinatura.

L’albero sul pavimento

Incipit

abandoned-scotland-gartloch-insane-asylum-1Peter sbagliava nel dire che dopo tre giorni avremmo tutti rimpianto i nostri appartamentini d’Edimburgo; io, almeno, cominciai a rimpiangere il mio da subito. Edgar e Mathilda si diedero da fare, ma due ragazzi da soli non potevano rendere abitabile di punto in bianco una villa disabitata da mesi. Il generatore, in particolare, si dimostrò ancora più capriccioso del previsto. Ci vollero due ore prima di avviarlo, e fino ad allora, niente corrente per le stufette elettriche che avrebbero dovuto riscaldare le nostre stanze, né per il computer portatile sul quale intendevo proseguire il mio romanzo. Mentre Caleb e Peter cercavano di dare una mano ai due Brawardine, io e Lucy riempimmo il pomeriggio con la grande risorsa dei giorni di black-out: la radio a pile.

Una volta che il generatore uscì dal letargo, la situazione migliorò e non dovemmo fare una cena a lume di candela. Edgar fu un cameriere impeccabile; quanto a Mathilda, per quella sera si limitò a riscaldare dei piatti portati da casa e rimandammo il giudizio sulle sue qualità di cuoca al pranzo successivo, quando avrebbe avuto a disposizione una cucina pienamente funzionante.

Non vi tedierò con le nostre chiacchiere conviviali, che nulla contarono sul seguito della storia, e salterò subito al momento in cui, a piatti ormai sparecchiati, Lucy, che era stata di gran lunga la più taciturna di noi quattro, fece una delle sue osservazioni da bambina innocente: – Però mi stupisce che la sala da pranzo di una villa tanto grande sia così piccola. Voglio dire, per noi che siamo in quattro è grande ma quando facevano uno di quei banchetti di famiglia con decine di invitati, tutti dovevano stare strettini. Ho detto una sciocchezza, per caso? – aggiunse, rivolta a Peter.

– Al contrario, – rispose lui – avete fatto un’osservazione intelligente. Questo era il tinello, che serviva per i pasti in famiglia, ma per i pranzi e le cene ufficiali veniva utilizzato il salone che si trova dall’altra parte dell’atrio, dietro la porta col catenaccio. Lì non c’erano problemi di spazio, tant’è vero che, dopo la frutta, portavano via i tavoli e lo trasformavano in sala da ballo.

– Chissà quante storie romantiche sono cominciate durante quei balli – commentò Lucy, con l’espressione sognante. – Mi piacerebbe visitarlo.

Riassunto

2012aa08260Peter mostra ai suoi ospiti il vecchio salone da ballo di Holeycomb Manor, ormai spoglio ma dove restano, a testimoniare gli antichi fasti del clan, l’albero genealogico della famiglia, dipinto sul pavimento, e la galleria con i ritratti degli antenati. L’ultimo dei McShafton racconta le vicende dei suoi progenitori, soffermandosi sui due fratelli Alan ed Harry, che presero parte alla rivolta giacobita del 1745, perdendovi l’uno la vita e l’altro i beni di famiglia. Dei due figli di Harry, uno, il romantico Alan (straordinariamente simile al suo discendente Peter) morì combattendo contro i ribelli americani; l’altro, l’avaro Jacob, passò la vita tendando senza successo di ricostruire la ricchezza dei McShafton e, coi suoi discendenti, la famiglia si è ulteriormente impoverita. Dopo questo primo tuffo nel passato, tutti si sistemano nelle loro camere e passano la loro prima notte nell’antico maniero. (Per descrivere Holeycomb Manor, ho fatto ricorso ad un semplice trucco: ho preso la pianta della casa di mio nonno, dove ho vissuto fino a quattro anni, e l’ho dilatata fino a raggiungere le dimensioni di una dimora gentilizia).

L’osteria del lupo di mare

Incipit

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Cesenatico nell’Ottocento

Gianni aveva dodici anni, quando suo padre pensò che era venuto il tempo di portarlo via da Bologna e fargli vedere il mare.

Prima di compatire il povero ragazzo, che in vita sua non aveva potuto permettersi neppure una gitarella in spiaggia, bisogna precisare che Gianni viveva a Bologna al tempo delle carrozze a cavalli, quando il viaggio all’Adriatico richiedeva almeno due giorni di polvere e scossoni e sulla Riviera Romagnola non c’erano alberghi e pensioni a centinaia, ma solo borghi di pescatori e qualche locanda poco frequentata.

Non esistevano neppure le fotografie ed i giornali illustrati, grazie ai quali i ragazzi della generazione successiva avrebbero potuto farsi un’idea sul seno di Nettuno senza averlo visto di persona. L’unica immagine che Gianni aveva del mare era una stampa appesa ai muri di casa, che rappresentava una strana città, simile al porto di Navile, ma su scala ben più grande, dove le navi a vela circolavano in mezzo alle chiese ed ai palazzi. Suo padre aveva spiegato a Gianni che lui una volta era stato in quella città, chiamata Venezia, più bella di Bologna, e forse di qualunque altra città nel mondo. Il padre, che aveva sentimenti patriottici, aveva aggiunto: – Pensa con rispetto a quella città; di tutte le repubbliche italiane, è stata l’ultima a piegare il capo sotto lo straniero. Tutti i paesi del mediterraneo temevano i pirati turchi, ma i pirati turchi temevano Venezia.

Naturalmente, Gianni non era proprio come quel bifolco dell’Odissea, che scambiò il remo di Ulisse per un ventilabro. Sapeva che il mare esisteva, per aver studiato a scuola qualche nozione di geografia, e le avventure dell’astuto Itacense e del pio Troiano, ma in vita sua aveva visto intorno a sé soltanto la terraferma, fino il giorno in cui il padre gli annunciò che quell’anno la famiglia non avrebbe villeggiato, come il solito, nel podere sulla collina, ma presso un vecchio amico del padre, parroco a Cesenatico.

Riassunto

Gianni, che in vita sua è sempre stato a Bologna, è estasiato dalla scoperta del mare; purtroppo, finisce per diventare lo zimbello dei pescatori che si riuniscono all’Osteria del Lupo di Mare e si divertono a raccontargli inverosimili avventure, a cui il ragazzo crede ciecamente. Il padre rimprovera Gianni per la sua ingenuità, e gli spiega che i pescatori di Cesenatico sono in realtà dei marinai d’acqua dolce e dei fanfaroni; allora, Paolone, il proprietario dell’osteria, consola il ragazzo raccontandogli un’avventura autentica.

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Ritratto di Angelo Emo

Paolone, quand’era ancora ragazzo, aveva accompagnato il padre in un viaggio di affari per mare a Venezia; purtroppo, la loro tartana era stata catturata e affondata da una nave di pirati tunisini, e i due cesenaticensi erano stati presi prigionieri. Per fortuna, poche ore dopo, la nave pirata era stata a sua volta catturata da un vascello veneziano, comandato da Angelo Emo, destinato poi a passare alla storia come l’ultimo grande ammiraglio nella storia della marina veneta. La madre, quando aveva appreso della disavventura, aveva fatto giurare a Paolone che non sarebbe mai più salito su una nave in vita sua e lui aveva mantenuto l’impegno, ma conservando sempre nella sua osteria il fez e la spada del comandante barbaresco, regali dell’ammiraglio Emo. La storia dell’oste, probabilmente, è anch’essa una fandonia, solo congegnata meglio di quelle dei pescatori, però è sufficiente perché il giovane Gianni ritrovi il gusto dei sogni e dell’avventura.

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