Il pretendente di Maria Tramaglino

Incipit

Vent’anni prima, a Lecco, erano avvenute faccende da romanzo: la famosa notte degli inganni e dei sortilegi, di cui si era parlato per mesi, prima che si fosse capito precisamente cosa era successo, e poi tutto il subbuglio del passaggio dei lanzichenecchi, e per finire la peste.

Adesso, però, le cose andavano molto più lisce, al punto che l’arrivo di uno straniero all’osteria di Menico era già un avvenimento; figuriamoci quando ne arrivarono tre nello stesso giorno, e d ciascuno con un mezzo di trasporto differente.

I primi due stranieri erano due giovani, poco più che ragazzi, che venivano dalle parti di Bergamo, lungo la strada che risaliva l’Adda. A vederli, si capiva che i doni del cielo sono distribuiti con equilibrio, affinché non tocchino tutti all’uno o tutti all’altro. Il primo giovane era a cavallo, e vestito con decoro, se non con sfarzo; il secondo era a piedi, in abiti da lavoratore, stanco e impolverato per una lunga camminata a piedi. Eppure, quando passarono per le strade di Lecco, tutti gli sguardi delle ragazze del paese si girarono per vedere il pedone, che appariva povero ma bello, ignorando il cavaliere, che appariva benestante ma dall’aspetto comune e che aveva per di più un poco di precoce pancetta. Qualche fanciulla riuscì anche a carpire un pezzo della loro conversazione.

– Roderico – diceva il ragazzo grasso – non c’era bisogno che prendessi alla lettera quello che ti ha detto mio zio e che ti macinassi a piedi tutto il percorso. Potevamo anche fare assieme un pezzo di strada a cavallo, tanto nessuno lo avrebbe mai saputo.

– Ho dato la mia parola e la mantengo. Lui dice che si è fatto la strada da Milano a Bergamo in ventiquattro ore, con gli sbirri dietro? Che quando ha avuto la peste, appena si è levato dal letto, si è fatto a piedi Bergamo-Lecco-Milano e ritorno? Io non sono da meno di lui – aveva risposto il ragazzo bello.

Riassunto

Siamo a Lecco, vent’anni dopo gli avvenimenti dei Promessi Sposi. Uno scrittore (quello che Manzoni chiama l’anonimo) è venuto da Milano per fare ricerche sulla storia di quei due contadinelli che, per una strana sorte, si sono trovati in mezzo a tutti gli avvenimenti più importarti dellla generazione precedente. Lo straniero intervista il ragazzo Menico (adesso divenuto l’oste del paese) e uno dei due bravi di don Rodrigo, ridottosi all’accattonaggio; poi fa la conoscenza di due ragazzi venuti da Bergamo. Uno è il figlio di Bortolo, il cugino di Renzo; l’altro è Roderico, il figlio di Bettina, l’amica di Lucia sedotta da don Rodrigo. (Episodio presente nel Fermo e Lucia e soppresso nell’edizione definitiva). Roderico era stato assunto per carità nel filatoio di Renzo, ma poi aveva cominciato a fare la corte a Maria, la figlia del padrone, e addirittura a progettare un matrimonio clandestino (sull’esempio, del resto, degli stessi sposi promessi). Renzo, furente, aveva sfidato Roderico a fare per la figlia quello che lui stesso aveva fatto per la madre, andare a piedi da Bergamo a Lecco e Milano, più il ritorno, e il ragazzo lo aveva preso in parola.

L’anonimo accompagna allora i ragazzi a Bergamo. Lì, Renzo, convintosi dell’amore sincero di Roderico per Maria, e soprattutto accertatosi che il ragazzo non è, come credeva, il figlio illegittimo del suo vecchio nemico, acconsente al matrimonio. Lo scrittore raccoglie la testimonianza dei promessi sposi, ma, una volta completato, il libro rimane inedito, perché, come aveva previsto Renzo, la storia di due poveracci non interessa a nessuno; tuttavia, una copia del manoscritto finisce a Lecco, negli archivi della famiglia Manzoni…

Lo ammetto: l’idea di base non è originalissima.

Commento

Questo racconto è nato da una mia visita a Lecco e cerca di rispondere a due domande che ogni lettore di Manzoni ha finito per farsi. Chi era l’anonimo e come poteva essere così ben informato sugli avvenimenti del 1627? Come sarebbero stati i due protagonisti del romanzo dopo vent’anni? Ho cercato di darvi una risposta ironica ma che non stravolgesse il romanzo. Probabilmente, Lucia avrebbe finito per assomigliare sempre più a sua madre Agnese e Renzo sarebbe diventato un patriarca, burbero ma bonario, un padre da commedia goldoniana, ma nell’intimo sarebbero sempre stati i due promessi sposi che ben conosciamo. Nella mia continuazione, se Renzo alla fine acconsente al matrimonio di Maria è perché ha finito per riconoscere in Roderico un suo alter ego.

Der nudist

020517_1137_Dernudist1.jpgIncipit

– Spero di non vedere più la faccia di un crucco in vita mia – disse Tommaso ad Balden nel ’45, il giorno in cui tornò a Gatteo, dopo un anno e mezzo di prigionia in Germania.

Però, vedete com’è strana la vita. Quindici anni dopo che se n’erano andati sulle loro camionette, i Tedeschi erano tornati in massa sulla riviera adriatica, non più con la divisa scura dei conquistatori ma con la camicia chiara dei turisti; e quei romagnoli che erano stati così contenti di vederli partire, ora, divenuti ristoratori e affittacamere, li accoglievano a braccia aperte e se li contendevano.

Per questo, quando Hermann Kraus, architetto residente ad Amburgo, prenotò due settimane al Sanditon Hotel di Cesenatico, Tommaso ad Balden, che di quell’albergo-pensione era, adesso, direttore e comproprietario, non fu turbato minimamente dagli sgradevoli ricordi di guerra e si preparò ad accogliere Herr Krauss col riguardo dovuto ad ogni cliente che pagasse regolarmente la retta.

I primi giorni, in effetti, l’architetto si dimostrò un ospite tranquillo, come lo sono, in genere, gli scapoli di mezza età. Di giorno, prendeva il treno e andava a vedere i monumenti a Rimini o Ravenna; la sera, passava il suo tempo in camera a leggere o ad ascoltare la radio. Non aveva le cattive abitudini tipiche dei suoi connazionali in vacanza, quali riunirsi la sera in comitive di Tedeschi lurchi, che bevono litri di birra e cantano in coro con voce stentorea; o quelle, le volte in cui capita loro di parlare della guerra, di fare battute sugli italiani vigliacchi e voltagabbana, e poi stupirsi perché non sono bene accolte.

Poi venne un incantevole giormata estiva; una di quelle giornate, calde ma non afose, in cui il sole sembra dire al turista: “Non perdere tempo coi musei; vai sulle spiagge o nei boschi; che il mio calore baci il tuo corpo, e, come i tuoi antenati, prova l’abbraccio della natura.” Anche Hermann sentì il richiamo e decise che, per quel giorno, sarebbe andato sulla spiaggetta riservata dell’albergo a prendere il sole.

020517_1137_Dernudist2.jpgRiassunto

Hermann prende il sole nudo e si fa vedere da alcune giovani ospiti dell’albergo, suscitando un piccolo scandalo. Tommaso, come direttore dell’albergo, è costretto a cercare un compromesso fra l’ospite venuto dal Nord e gli altri villeggianti, finché Herman non acconsente a prendere il sole con gli slip. Tommaso sfoga la sua irritazione verso il nudista che gli procura tanti guai e verso i tedeschi in generale, dovuta alle sue esperienze come prigioniero di guerra, rivolgendo a Hermann pesantissimi insulti in dialetto romagnolo, che l’altro non è in grado di capire.

Commento

Ho riadattato in forma narrativa alcune scene farsesche de L’alberg ad san Diton, in vista di un concorso per un racconto umoristico (purtroppo, il mio pezzo non ricevette neppure una segnalazione). Rispetto alla commedia, ho aggiunto il tema del rancore dei romagnoli verso i tedeschi, dovuto agli amari ricordi del 1943-45. Una volta, a Forlimpopoli, il presidente della Pro Loco si lamentò: “C’erano dei turisti tedeschi che volevano visitare i camminamenti della rocca, e li hanno trovati pieni di escrementi di piccione!” Un consigliere, che era stato prigioniero in Germania durante la guerra, replicò: “Con quello che mi han fatto passare i tedeschi, sono contento che camminino nella m.. di piccione!”.

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Il collutorio (racconto proibizionista)

Incipit

CollutorioPer chi non ha la vocazione del padre di famiglia, fare il genitore divorziato non è malaccio. Almeno durante le feste, godi le gioie della paternità, senza sobbarcarti le sue responsabilità e tuo figlio ti considera il genitore buono, che fa i regali e dice sempre di sì, mentre tua moglie è quello cattivo, che rimprovera e impone divieti. Prima o poi, però, arriva il momento in cui bisogna fare il padre sul serio, diventare, almeno per una volta, una figura autorevole, e guai se in quelle occasioni si insiste a voler recitare la parte dell’amico.

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Fanny e Mario erano, come suol dirsi, una coppia felicemente divorziata. Erano riusciti ad organizzare la loro separazione molto meglio di quanto non avessero fatto col loro matrimonio, senza beghe finanziarie e senza battaglie sulla testa del figlio.

Il piccolo Cesare era stato affidato alla madre e Mario, sebbene finanziariamente non gli avesse mai fatto mancare nulla, era stato, per lui. più che un padre, uno zio, di quelli che adorano i nipotini quando li vanno a trovare e negli altri giorni quasi dimenticano la loro esistenza. Il ragazzo, in apparenza, non aveva sofferto per la rottura fra i genitori e per la mancanza di una figura paterna. Adesso, però, era arrivato all’adolescenza, per i figli, l’età dei brufoli e delle malinconie e, per i genitori, quella dei patemi d’animo.

Fanny non mancava mai un’occasione far pesare all’ex marito le sue distrazioni da genitore e per questo enfatizzava i piccoli problemi che Cesare incontrava crescendo. Qualche mese prima, aveva fatto una tragedia solo perché il ragazzo, come milioni di altri suoi coetanei in tutto il mondo durante il fenomeno Twilight, si era scoperto la passione per i libri di vampiri.

– Tu devi fare un discorsetto a tuo figlio, – disse la signora Fanny, durante il suo settimanale incontro con Mario, il suo ex marito.

– Cos’è, si è trovato finalmente la ragazzina e bisogna insegnargli le precauzioni? – chiese Mario, con un sorriso malizioso, che mostrava più orgoglio che preoccupazione.

a-new-study-might-have-found-one-of-the-only-long-term-physical-health-risks-linked-to-smoking-marijuanaRiassunto

La signora Fanny teme che il figlio abbia provato la marjuana, dopo avergli scoperto in camera del figlio, alcuni sigari fatti a mano e che non hanno l’aria di essere riempiti di tabacco (tanto più che il ragazzo ha cominciato a fare un uso massiccio di collutorio)  e incarica l’ex marito Mario di fare una ramanzina al pargolo. Mario, come ha sempre fatto, sfugge le proprie responsabilità di genitore e si comporta da padre moderno, spartendo gli spinelli con il figlio. Purtroppo per lui, i misteriosi sigari erano in realtà riempiti con una mistura di aglio e cipolla e il ragazzo doveva fumarli come rito d’iniziazione per entrare in club di cacciatori di vampiri (naturalmente, una semplice società segreta fra ragazzini). Mario si trova costretto anche lui a fare un uso intenso del collutorio per togliersi il sapore piccante dalla bocca, ma perlomeno perde il vizio del fumo.

Questo raccontino umoristico è stato pensato in polemica contro la propaganda, neanche tanto nascosta, che viene fatta dai mass-media a favore della marjuana (è, ad esempio, diventato difficile vedere un film italiano in cui, prima o poi, non si fumi uno spinello); la sua morale è che, al giorno d’oggi, per un ragazzo sarebbe più trasgressivo fumarsi dei puzzolenti ma innocui ortaggi da cucina che non le sostanze teoricamente proibite.

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Colloquio di lavoro

 

job_interview_72797148Incipit

Il ragazzo si presentò al colloquio per un posto di contabile in abiti esageratamente formali: una giacca scura, che faticava a contenere il suo corpo robusto, e una di quelle cravatte a papillon, ormai diventate altrettanto rare delle farfalle autentiche. Il dottor Burri, l’addetto al personale, lo squadrò con diffidenza, dovuta non all’abbigliamento od ai modi impacciati del candidato, ma ad un punto del curriculum ancora da chiarire.

– Si sieda, si metta pure comodo. Dunque, caro signor Bianchi, cominciamo con le buone notizie: lei ha superato brillantemente sia il test di dattilografia sia quello di contabilità e quindi lei ha, da un punto di vista strettamente professionale, le competenze richieste per il posto. Quello che ci lascia perplessi è il curriculum: lei manca quasi completamente d’esperienza. A quanto scrive, si è diplomato a ventotto anni, poi, parole sue, è rimasto inattivo per due anni e quindi ha fatto solo qualche lavoretto precario. Che cos’ha fatto nel resto della sua vita? E, già che ci siamo, dov’è questo “Istituto Professionale Victor Hugo” che le ha rilasciato il diploma? Non mi risultano scuole di questo nome nella nostra città.

Il ragazzo divenne ancora più impacciato, tirò un fazzoletto per asciugarsi il sudore e poi lasciò uscire dalla bocca la confessione: – In effetti, ha la sede legale a Roma. Più che un istituto, è un’associazione che si occupa di far studiare i carcerati. Sì, non c’è bisogno che me lo chieda: mi sono diplomato in carcere, mentre scontavo i miei dieci anni. Per fortuna, fra amnistie e buona condotta, me ne hanno scalati tre, altrimenti sarei ancora al fresco. – Pronunciò l’ultima parola con voce esitante, quasi volesse farsi perdonare l’espressione gergale.

– Cos’aveva fatto? Questa volta sia sincero.

– Un errore di gioventù che non finirò mai di pagare. Ero in discoteca con gli amici ed ho esagerato con il whisky; di solito, cercavo di moderarmi ma quella sera mi sono lasciato andare; poi sono salito in macchina… Lei ha dei figli?

– Un maschio, di diciotto anni.

– Allora lei sa quanto possano essere stupidi i ragazzini. Non avrei dovuto guidare, ma sarebbe stato come ammettere che non reggevo gli alcolici; e poi, non potevo cedere il volante ad uno dei miei amici, perché erano ancora più sbronzi di me. Per farla breve, ho investito un ciclista e l’ho ammazzato. Mi perdoni se non scendo in particolari.

Riassunto

Quando il dottor Burri sembra ormai intenzionato a concedere il posto, il ragazzo, divenuto improvvisamente spavaldo, rivela di essere in realtà stato condannato per furto, e, quando il suo interlocutore comincia a mostrare dei dubbi gli chiede, provocatoriamente: “Immagini che il ragazzo che ho detto di avere investito mentre guidavo ubriaco fosse stato suo figlio; la considererebbe lo stesso una colpa meno grave dell’essere andato a rubare?”. Il dottore non può che dargli ragione e assumerlo. Poco altro da dire su questo racconto di sole due pagine (il mio più breve in assoluto).

 

Eccesso di zelo

Incipit

  1. Quando abbordi un cliente, non perdere tempo coi convenevoli ed entra subito in argomento
  2. Fatti pagare per quello che vendi, ma non umiliare te stesso accettando elemosine.
  3. Parla sempre, senza lasciare al cliente un attimo di tempo per riflettere.

Le tre regole di Gizenga per il venditore ambulante.

 

Da quando si era dedicato al commercio a porta a porta, Samir si era visto sbattere in faccia innumerevoli usci, era stato oggetto d’ogni sorta d’insulti razzisti e ripetutamente invitato a tornarsene in Africa; però quella era la prima volta che gli mettevano le mani addosso.

Va bene, forse era stata anche colpa sua. Saper valutare i propri clienti è la prima dote del piazzista e un veterano del mestiere, vedendosi aprire la porta da un signore dall’aria incavolata e con gli abiti in disordine, avrebbe capito al volo di aver disturbato il potenziale cliente in un momento delicato, mentre si trovava a letto od in bagno. Samir, purtroppo, era entrato nel giro da poco più di sei mesi, ed, invece di pronunciare qualche frase di convenienza (“Oh, mi scusi, non l’ho per caso disturbata?”), giusto per dare al signore incavolato il tempo di fare sbollire la prima irritazione, lo aveva aggredito subito con un: “Salve, amico, vuoi aiutare i giovani migranti?”

Seguiva così le istruzioni del vecchio Gizenga, il presidente della cooperativa africana: – Quando abbordi un italiano non perdere tempo coi convenevoli; se gli chiedi “Posso parlare con lei?”, lui ti risponderà “No, grazie, sono impegnato” e un cliente ti sarà scappato dalle mani, senza neppure aver bisogno di essere maleducato. Se invece gli chiedi “Signore, lei ha pregiudizi razziali?” oppure “Lei ha qualcosa contro gli africani?”, lui dovrà risponderti di sì, perché agli italiani non piace sembrare razzisti, neanche quando lo sono, ed a questo punto, il più sarà fatto. Una volta che avrete iniziato una civile conversazione, lui si farà scrupolo di cacciarti via e ti comprerà qualcosa, se non altro per toglierti di torno. Se però, alla terza domanda, non sei ancora riuscito a stabilire il contatto, allora lascialo perdere, per non gettare la semente sulla sabbia.

Riassunto

Samir, un vu-cumprà africano, suona alla porta dell’ appartamento dove due amanti stanno avendo un incontro clandestino. L’uomo, irritato per essere stato disturbato in un momento simile, malmena brutalmente l’africano; poi la donna, per farsi perdonare ed evitare guai, lo accoglie in casa, gli compra tutta la merce e gli regala una generosa somma di denaro in sovrappiù. Il capo della comunità africana, Gizenga, impone però a Samir di restituire i soldi regalati, “perché tu sei un commerciante e non un mendicante”. Samir, di malavoglia, obbedisce, torna nell’appartamento, dove l’uomo, la donna e il marito della donna sono a pranzo insieme e, coi suoi imprudenti discorsi, fa scoprire al marito la tresca della moglie.

Commenti

Raccontino umoristico, in cui ho cercato di descrivere la figura del vu-cumprà, evitando sia il razzismo che il buonismo (è innegabile che, fra i venditore ambulanti di colore, accanto a quelli civili, ce ne siano parecchi dal comportamento sgarbato o invadente.) Il personaggio del saggio Gizenga è stato ripreso da La maledizione del ristorante cinese .

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