Cantantessa? No, cantatrice

Lettera pubblicata  sul forum Italians  il 2 luglio 2018, in cui riprendo le argomentazioni di un precedente lettore a proposito del termine “cantantessa” coniato da Carmen Consoli per definire sé stessa e le sue colleghe.

Cari Italians, da ex professore d’italiano, vorrei dire la mia a proposito del termine “cantantessa”. Oltre alle argomentazioni già fatte dal lettore Fiorenzo Cardone, oltre alla sua evidente cacofonia, c’è anche una ragione grammaticale ben precisa per bandirlo dal vocabolario. “Cantante” è il participio presente del verbo “cantare” e i verbi, in tutte le forme, escluso il participio passato, sono neutri, senza distinzione di maschile o femminile. La regola vale anche nei casi in cui il participio è usato, come aggettivo (“pesante”) o sostantivo (“amante”), con tanta frequenza da non essere più percepito come un verbo. Quindi, se vogliamo distinguere le donne cantanti dai colleghi maschi, piuttosto che creare un così sgraziato neologismo, meglio sarebbe, in analogia con le altre donne artiste (la scrittrice, l’attrice, la pittrice, la compositrice) recuperare dalla tradizione rinascimentale il termine di “cantatrice”, desueto ma ben altrimenti musicale. Provate infatti a sostituire “La cantatrice calva” con “La cantantessa calva”: un titolo suggestivo, anche se senza rapporto con la commedia, diventa uno scioglilingua. Fra l’altro, è curioso che una richiesta analoga a quella di Carmen Consoli non sia venuta da una cantante (pardon, cantatrice) d’opera. E sì che soprani, mezzosoprani e contralti, femmine per definizione e maschi grammaticalmente, avrebbero qualche ragione di lamentarsi e di voler correggere un’anomalia citata in tutte le grammatiche; però, a quel che mi risulta, nessuna di loro vuole farsi chiamare “soprana” o “tenoressa”.

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Una data fissa all’anno in cui fare tutte le elezioni

Lettera pubblicata sul forum Italians del 16 dicembre 2016

 

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Cari Italians, ignoro come riuscirà la prossima legge elettorale. Quasi sicuramente, sarà un pasticcio in cui, invece di applicare i sistemi che oltralpe hanno dato prova di funzionare (collegio uninominale, doppio turno, sbarramento al cinque per cento) ci si ostinerà a voler conciliare l’inconciliabile: la stabilità e la presenza di un gran numero di partiti. Ci sarebbe però una riforma elettorale che, qualunque sistema si applichi, andrebbe fatta d’urgenza: stabilire una data fissa dell’anno in cui fare le elezioni, e farle tutte in una volta (politiche, europee, amministrative e referendum). Lo propose già a suo tempo quello sparagnino di Ugo La Malfa, ma oltre alle ovvie ragioni di economia e di turbamento dell’anno scolastico, ci sarebbero anche dei vantaggi squisitamente politici. Invece di vivere in una campagna elettorale permanente, ci si vivrebbe per solo metà dell’anno, e negli altri sei mesi si potrebbe pensare a governare. Si eviterebbero le indecenti battaglie fra partiti perchè le elezioni si svolgano sotto la congiunzione astrale considerata più favorevole (ne stiamo avendo degli esempi già in questo momento). E si eviterebbe l’uso improprio di amministrative, europee e referendum come surrogati delle elezioni politiche. Quanti farebbero una propaganda del tipo “Vota X per mandare a casa il governo”, magari in occasione delle elezioni comunali di Poggibonsi, sapendo che, in ogni caso, non si tornerà alle urne prima di un anno? Mi pare una proposta di buon senso, del resto applicata in America fin dal Settecento. Proprio per questo, temo che non verrà raccolta da nessun partito.