Le cinque giornate secondo Dario Argento

Caro Aldo [Cazzulo], mentre andava in stampa il suo ricordo delle Cinque giornate, in tv veniva trasmesso un film di Dario Argento (sic) sullo stesso argomento. Si tratta di una pellicola storicamente inattendibile e artisticamente brutta, da far rimpiangere i film dell’orrore del regista; eppure a suo modo è un film istruttivo, perché mostra quanto la denigrazione del Risorgimento fosse già avanti 45 anni fa. Sullo schermo, insorti e austriaci sono ugualmente feroci e sanguinari, e anzi le atrocità di parte italiana sono quelle più sottolineate; dei due patrioti più in evidenza, uno è un protofascista stupratore, che si fa chiamare «duce», l’altro un agente provocatore di Radetzky; l’insurrezione è vista come un «affare di signori» e i proletari che vi prendono parte, come degli stupidi che si fanno ammazzare per cose che non li riguardano; nel finale il protagonista Celentano grida da un palco «Ci hanno fregati tutti quanti». Il film, che anche per l’uso del turpiloquio potrebbe sembrare opera di un leghista dell’epoca Bossi, è stato invece sceneggiato da Nanni Balestrini, intellettuale marxista e sessantottino.

Angelo Cappelli

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Rassegna stampa

Si tratta certo di un malinteso / io non capisco perchè me l’hanno preso.

Incipit

Sarà anche vero, come dice Tavella, che oggi, in Italia, la carriera di un manager non è completa senza un avviso di garanzia. Ciò non toglie che, per una mamma come la signora Elvira, così orgogliosa del successo del figlio, aprire il giornale e trovare, in una fila di fotografie, quella del pargolo, sotto il titolo GLI INDAGATI, costituisca un discreto shock. Meno male che Giulio era riuscito perlomeno a prepararla al colpo, con una telefonata in cui le diceva che era stata aperta un’inchiesta sul Credito Cisalpino, ma era la solita speculazione politica, e tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone.

Per circa un mese, lo scandalo aveva monopolizzato l’interesse dell’opinione pubblica. Prima c’era stato il momento della disperazione, con scene che ricordavano l’America del 1929. Per una settimana, le lunghe file di correntisti, venuti a ritirare dalle filiali del CC quel poco che restava dei loro depositi, furono un’immagine obbligatoria sulle prime pagine dei quotidiani; e in televisione, era difficile guardare un telegiornale o un programma del pomeriggio, senza incappare in una vecchietta disperata per aver perduti tutti i risparmi o in un uomo incavolato per lo stesso motivo.

Poi ci fu il momento della rabbia e della ricerca dei responsabili. I brillanti membri del consiglio d’amministrazione non rilasciavano più sussiegose interviste ai mensili in carta patinata, come avevano fatto fino ad un mese prima; adesso erano descritti come boss mafiosi e persino le loro immagini su quotidiani e settimanali avevano l’aria di foto segnaletiche. Non parliamo poi di quello che appariva in rete; se un blogger sosteneva che Merloni e company meritavano l’ergastolo, subito spuntavano decine di commenti a rincarare la dose, e a proporre per i bancarottieri non l’ergastolo, ma la fucilazione e l’esposizione dei corpi a piazzale Loreto.

Quando l’inchiesta della procura sembrò entrare nel vivo, e cominciarono gli interrogatori (intanto, Tambini, Artigiani e Sormani, i tre membri del Politburo che la sera della festa erano mancati all’appello, avevano deciso di presentarsi in tribunale, e solo Merloni restava irreperibile), i contestatori diventarono una presenza fissa davanti al palazzo di Giustizia. Ogni volta che qualcuno, coinvolto nello scandalo del Credito Cisalpino, (che fosse un indagato od un testimone minore), saliva lo scalone d’ingresso, l’avvocato da un lato e il carabiniere dall’altro, come minimo si scatenava una salva di fischi e di insulti. Ci furono anche diversi lanci di monetine e di pomodori, e un paio di tentate aggressioni fisiche.

Riassunto

Nella furia contro i dirigenti del Credito Cisalpino, si distingue soprattutto Marino Bernazza, un giornalista scandalistico e demagogo, tipico istrione da talk-show. Il buon Arturo, vedendo Bernazza in televisione  inveire, con toni esagitati e volgari, contro il latitante Merloni e i suoi parenti acquisiti, prova sentimenti contrastanti: da una parte è lieto per la punizione dei disonesti, dall’altra teme che Amelia possa soffrire per la nuova disgrazia che si è abbattuta sulla sua famiglia.

Merloni ha però conservato abbastanza conoscenze da manovrare una campagna di stampa a sua difesa. Passata la fase più acuta dello scandalo, su alcuni giornali appaiono articoli che criticano l’inchiesta sulla banca e propongono il suo salvataggio con denaro pubblico.

Poco dopo, il professor Renato, la madre, la moglie e i figli vanno a un pranzo di famgilia con la zia Elvira, la madre di Giulio. La vecchia signora insiste a difendere il figlio, per lei vittima innocente di una congiura dei poteri forti, andando contro l’evidenza ed appoggiandosi ai sopraccitati articoli e all’intervista di un anonimo funzionario del Credito Cisalpino apparsa su un settimanale. Nessuno osa contraddirla, per rispetto umano, e quando il giovane Mario osa fare qualche timida obiezione, è subito zittito dai genitori. Il ragazzo si sfoga pubblicando nei social networks, con lo pseudonimo di Robespierre, un articolo furibondo contro il cugino Giulio.

La sera dei disguidi

Incipit

Riconobbero, allora, la presenza della Morte Rossa; era venuta come un ladro nella notte.

Così diceva l’e-mail.

Stasera, 4 luglio, serata memorabile a villa Merloni, a Bartazzate, in onore del campione di nuoto Ettore Marzetti.

È prevista la presenza d’illustri nomi della politica, dell’impresa, del giornalismo, dello spettacolo e dello sport.

Allieteranno la serata le canzoni dei Raminghi.

Siete tutti invitati con le vostre famiglie.

I “tutti” cui si riferiva l’ultima frase comprendevano quasi tutti i quadri superiori del Credito Cisalpino nonché tutta una serie di persone (amici personali, alleati potenziali, nemici potenziali) con cui Merloni voleva mantenere buoni rapporti. All’ultimo momento, fu aggiunto alla mailing list il nome del dottor Martini. Il medico aveva ormai completamente dimenticato la sua antipatia di pochi mesi prima verso l’ingombrante vicino e fu lusingato da tale dimostrazione d’amicizia da parte del (diciamo pure la parola grossa) suo nuovo amico.

Anche Amelia era nella lista, ma stavolta aveva inviato una cortese e-mail di diniego; era appena rientrata dal tour sui campi di battaglia e aveva bisogno di qualche giorno di respiro.

La maggior parte degli altri invitati esterni alla banca accettò l’invito, pur se con una clausola prudenziale: compatibilmente con gli altri miei impegni. Già da qualche giorno i titoli di Borsa del Credito Cisalpino avevano cominciato a scendere, lentamente, ma costantemente. Negli ambienti bene informati voci inquietanti avevano cominciato a circolare: servizi bancomat improvvisamente sospesi, ispezioni ordinate dalla Banca Centrale Europea, posti i sigilli alla Società del Drago Rosso a Macao da parte delle autorità cinesi, tenute a bada per anni dalle elargizioni di yuan e ora divenute improvvisamente solerti… Nulla di questo, tuttavia, era ancora un fatto accertato, e per l’opinione pubblica (inclusa quella sua piccola frazione in grado di decifrare le pagine finanziarie dei giornali) Merloni era ancora uno dei più stimati finanzieri d’Italia.

Riassunto

Dopo il gesto folle di Pezzola, il crack del Credito Cisalpino è solo questione di tempo, ma per alcuni giorni la banca riesce a nascondere il disastro. Proprio quando, nella villa di Merloni, deve tenersi una grande festa in onore del nuotatore Ettore Marzetti (sponsorizzato dal Credito) la Procura della Repubblica emette un avviso di garanzia per i dirigenti dell’Istituto ed Arturo, grazie al suo lavoro, riceve la notizia in anteprima. La maggior parte di loro si dà alla fuga; fra i pochi a restare al loro posto sono Tavella (sostanzialmente onesto, nonostante la sua esteriore spregiudicatezza,) e Giulio Monti. Il primo, quasi deluso per essere stato tenuto fuori dagli affari sporchi, si sfoga facendo alla paziente moglie uno dei suoi discorsi intessuti di paradossi.

Quella sera, alla festa per Marzetti, gli invitati (fra cui il dottor Martini, che si considera ormai intimo dei vicini Merloni, Renato Monti con moglie e figli, il parroco e il sindaco del paese e l’onorevole Vinaccia, un anziano politico in pensione, ormai rimbambito dall’età) sono testimoni di una serie di inconvenienti e disguidi, senza riuscire a capirne la vera causa. Perfino Marzetti è costretto, per esibirsi, a nuotare senz’acqua, perché nessuno si è preoccupato di riempire la piscina. Finalmente, sotto gli occhi increduli del dottor Martini e dell’onorevole Vinaccia, alla festa arrivano quattro carabinieri che consegnano un avviso di garanzia ai pochi dirigenti presenti alla festa per salvare le apparenze.

La rotellina impazzita

La frode non m’infastidisce perché brutta o immorale. Il fatto è che, in quindicimila anni, frode e pensiero miope non hanno mai funzionato una volta.

Incipit

Una cosa va riconosciuta a Merloni. Era riuscito ad organizzare i suoi giochetti contabili con la precisione di un orologiaio svizzero, dividendo conoscenze e responsabilità fra i dipendenti del Credito con tale esattezza che le stesse rotelline, quasi sempre, ignoravano la propria funzione e lo scopo finale dell’ingranaggio di cui erano parte.

C’era, in primo luogo, la massa degli ingenui, quelli convinti di lavorare per un istituto di credito prospero, onesto e destinato ad un radioso avvenire: dagli uscieri e le donne delle pulizie, alla maggior parte degli impiegati, fino ad arrivare a parecchi dirigenti di medio livello. Ad esempio, i direttori di filiale, come Vittorio Bianchi, appartenevano generalmente a questa categoria. Promuovevano i fondi d’investimento della banca in assoluta buona fede e spesso, quando i clienti si mostravano dubbiosi, li rassicuravano dicendo: “Anch’io ho messo i miei soldi lì.” Il che era vero, ma non servì a molto, quando venne il giorno della resa dei conti; molti si trovarono le gomme della macchina tagliate, o scritte ingiuriose sui muri di casa.

Altri, a un livello più elevato, avevano la vaga sensazione che qualcosa non andasse come doveva, che la banca spendesse troppo e guadagnasse troppo poco dalle sue attività istituzionali, e che gli esotici investimenti in Sud America od in Estremo Oriente non fossero così affidabili come sostenevano i depliant curati dall’Ufficio Pubbliche Relazioni. Questa vaga sensazione, però, non bastava a farli mettere contro il potentissimo presidente, e neppure a prendere quelle iniziative che sarebbero state in loro potere, come una revisione dei libri contabili. I più scrupolosi fra loro diedero le dimissioni, come Brunori, andarono a lavorare da un’altra parte e furono quelli che, alla fin fine, se ne uscirono meglio. Presero buone liquidazioni al momento di lasciare la banca, salvarono la reputazione e poterono anche togliersi la soddisfazione di fare la figura del profeta inascoltato.

Un po’ più complicata era la posizione di quelle che abbiamo chiamato le rotelline. Loro, in quanto esecutori materiali, sapevano che il Credito Cisalpino faceva degli intrallazzi e dei trucchi contabili, ma conoscevano solo la parte che li riguardava e ignoravano il quadro generale; non sapevano che il loro istituto, da anni, sopravviveva divorando sé stesso. Potevano quindi pensare che tutto si riducesse a quei peccatucci da cui nessuna banca è del tutto immune, una volta che ha raggiunto certe dimensioni, e questo bastava per farli dormire la notte. Pezzola era una di quelle rotelline: ogni tanto gli era ordinato di preparare una valigia carica di denaro contante e di titoli, in modo che l’uscita non risultasse sui libri, e di tenere la bocca chiusa sull’operazione. Lui eseguiva l’ordine, sapendo di prendere parte ad un affare sporco, ma ignorando a cosa sarebbero serviti quei soldi. Si era spesso fatto delle domande in proposito, pur senza parlarne con nessuno, ed era arrivato alla conclusione che si trattasse di fondi neri, destinati all’ordinaria corruzione di politici o funzionari, nostrani o stranieri. Rimase molto stupito quando seppe che, in realtà, ciò che passava per le sue mani ritornava nelle casse della banca, dopo aver fatto il giro del mondo.

Riassunto

A far precipitare la crisi della banca, è un colpo di testa di Pezzola. Deluso nella speranza di ottenere un posto nel consiglio di amministrazione rimasto vacante, il funzionario decide di seguire la lezione di Irina Dimenti: seguire i propri istinti più profondi, anziché le regole della società. Incaricato di preparare una valigia di titoli e contante, da consegnare a Eva per le consuete acrobazie finanziarie, Pezzola s’impadronisce del tesoretto e fugge a Londra, presso la bella psicologa. Lascia dietro di sé una lettera insultante, rivolta a Merloni, e un’altra per la moglie, dove comunica la sua intenzione di chiedere il divorzio (ma, nell’agitazione, inverte le buste con i due messaggi). Il suo gesto è sufficiente a creare un’improvvisa crisi di liquidità nella banca e a farla crollare come un castello di carte.

Mentre il responsabile della sicurezza della banca, un certo Colombo (toh’, guarda chi si rivede) cerca di capire cosa sia successo di preciso, si tiene un drammatico consiglio di amministrazione. Mentre i suoi colleghi continuano ad illudersi di poter salvare la situazione, Giulio capisce che ormai il Credito è condannato. Consiglia a Eva di dare le dimissioni al più presto possibile, ma la ragazza, in un gesto a suo modo romantico, decide di restargli accanto “nella buona e nella cattiva sorte”. Pochi giorni dopo, a Londra, Pezzola, respinto da Irina, si consegna alle autorità italiane e rivela quello che sa degli intrallazzi del Credito Cisalpino. Ma ormai l’ingranaggio che tenevai n piedi la banca è già saltato da tempo.

Sterzando alle curve della vita

Beato chi, lontano dagli affari, / come gli uomini delle origini, / lavora coi buoi i campi paterni, / libero da speculazioni.” / Cosí parlava Alfio l’usuraio, / già pronto a farsi contadino, / e alle idi ritirò i suoi denari, / per darli a frutto alle calende.

Incipit

È un elementare principio psicologico che cose simili, in persone differenti, possono produrre reazioni opposte.

La conferenza di Irina, ad esempio, aveva prodotto in Pezzola un furioso desiderio di riscattare tutta una vita di inibizioni e frustrazioni che, dopo l’avventura erotica, sembrava essersi acquietato; e il dottore era ritornato alla moglie e al lavoro in seconda fila. (Teniamolo d’occhio ugualmente, perché potrebbe riservarci delle sorprese).

Giulio, invece, era stato colpito soprattutto dalle immagini dell’11 settembre: migliaia di morti, danni la cui entità superava il bilancio di un piccolo stato, un pianeta, che si credeva in pace, ripiombato nelle angosce della guerra fredda, e tutto questo perché? Perché, in qualche Mohamed o Alì, l’istinto di conservazione aveva fatto cilecca.

Nella finanza, era lo stesso. L’istinto di conservazione, quello che ti spinge a calcolare i rischi, che non ti fa dormire la notte finché non hai pagato i debiti, ogni tanto sparisce. Gli agenti di cambio investono in titoli di cui non sanno nulla, se non che promettono rendimenti stratosferici a breve termine; il presidente di una società, coi debiti fino al collo, ne contrae degli altri per pagarsi un centravanti; intere nazioni vivono sopra i loro mezzi, tanto saranno i loro nipoti a pagare. Poi si sente nell’aria un rumore: crac. L’agente di cambio finisce a fare il tassista, il presidente della società viene processato per bancarotta fraudolenta, il piccolo risparmiatore si impicca a casa sua, il giorno prima dello sfratto.

Il Credito Cisalpino era un aereo destinato a schiantarsi. I suoi dirigenti erano stati bravi nel tenerlo in volo con i giochi di prestigio contabili (era l’unica cosa in cui avessero dimostrato straordinaria abilità, siamo sinceri), ma non sarebbero riusciti a farli durare in eterno. Però, lui, Giulio, forse sarebbe riuscito a buttarsi giù col paracadute prima del disastro. Avrebbe potuto fare quello che aveva fatto Brunori, e con molte più ragioni. Si sarebbe dimesso dal Credito, magari rinunciando alla maxi-liquidazione, e poi si sarebbe trovato un posto in un istituto più tradizionale e meno avventuroso.

Oppure, avrebbe lasciato il mondo della finanza per darsi all’agricoltura, il più antico settore dell’economia e quello più sicuro, perché, anche se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che lavori la terra per nutrire l’umanità. Avrebbe comprato una villa e un podere, che avrebbe trasformato in un’azienda agricola modello, con una cantina di vini pregiati dove ricevere gli inviati di Linea verde.

Riassunto

I vaghi propositi di cambiare vita da parte di Giulio sembrano concretarsi in occasione di un pranzo di famiglia. In una trattoria della bassa emiliana, si incontrano Giulio, Eva, la signora Elvira (la madre di Giulio) e i parenti poveri del manager: suo cugino il professor Renato (il tipico intellettuale gauchista di provincia), la madre, la moglie Margherita e i due figli Silvana e Mario. Nonostante la sua annosa antipatia per il cugino, il professore si è lasciato indurre dalla moglie a chiedergli una raccomandazione per il figlio appena diplomato.

Dopo il pranzo, Renato chiede a Giulio da far avere un posto a Mario nel Credito Cisalpino, ma Giulio risponde evasivamente (anche perché è ormai cosciente dell’imminente crack della banca) e il giovane Mario, ribelle e intransigente da buon adolescente, è disgustato nel vedere il padre umiliarsi senza risultato. Silvana, invece, che è ancora una ragazzina, è ingenuamente affascinata dall’eleganza e dalla classe di Giulio ed Eva.

Al ritorno dal pranzo, Giulio fa la sua proposta ad Eva: dare entrambi le dimissioni dal Credito Cisalpino per sposarsi e comprare una fattoria. L’ambiziosa ragazza è disponibile al matrimonio, ma non a rinunciare alla sua vita lussuosa. Come una novella Lady Macbeth, convince il suo uomo a proseguire sulla strada pericolosa che hanno scelto e Giulio rinuncia a quella sterzata che potrebbe salvarlo dal disastro.

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