La sera dei disguidi

Incipit

Riconobbero, allora, la presenza della Morte Rossa; era venuta come un ladro nella notte.

Così diceva l’e-mail.

Stasera, 4 luglio, serata memorabile a villa Merloni, a Bartazzate, in onore del campione di nuoto Ettore Marzetti.

È prevista la presenza d’illustri nomi della politica, dell’impresa, del giornalismo, dello spettacolo e dello sport.

Allieteranno la serata le canzoni dei Raminghi.

Siete tutti invitati con le vostre famiglie.

I “tutti” cui si riferiva l’ultima frase comprendevano quasi tutti i quadri superiori del Credito Cisalpino nonché tutta una serie di persone (amici personali, alleati potenziali, nemici potenziali) con cui Merloni voleva mantenere buoni rapporti. All’ultimo momento, fu aggiunto alla mailing list il nome del dottor Martini. Il medico aveva ormai completamente dimenticato la sua antipatia di pochi mesi prima verso l’ingombrante vicino e fu lusingato da tale dimostrazione d’amicizia da parte del (diciamo pure la parola grossa) suo nuovo amico.

Anche Amelia era nella lista, ma stavolta aveva inviato una cortese e-mail di diniego; era appena rientrata dal tour sui campi di battaglia e aveva bisogno di qualche giorno di respiro.

La maggior parte degli altri invitati esterni alla banca accettò l’invito, pur se con una clausola prudenziale: compatibilmente con gli altri miei impegni. Già da qualche giorno i titoli di Borsa del Credito Cisalpino avevano cominciato a scendere, lentamente, ma costantemente. Negli ambienti bene informati voci inquietanti avevano cominciato a circolare: servizi bancomat improvvisamente sospesi, ispezioni ordinate dalla Banca Centrale Europea, posti i sigilli alla Società del Drago Rosso a Macao da parte delle autorità cinesi, tenute a bada per anni dalle elargizioni di yuan e ora divenute improvvisamente solerti… Nulla di questo, tuttavia, era ancora un fatto accertato, e per l’opinione pubblica (inclusa quella sua piccola frazione in grado di decifrare le pagine finanziarie dei giornali) Merloni era ancora uno dei più stimati finanzieri d’Italia.

Riassunto

Dopo il gesto folle di Pezzola, il crack del Credito Cisalpino è solo questione di tempo, ma per alcuni giorni la banca riesce a nascondere il disastro. Proprio quando, nella villa di Merloni, deve tenersi una grande festa in onore del nuotatore Ettore Marzetti (sponsorizzato dal Credito) la Procura della Repubblica emette un avviso di garanzia per i dirigenti dell’Istituto ed Arturo, grazie al suo lavoro, riceve la notizia in anteprima. La maggior parte di loro si dà alla fuga; fra i pochi a restare al loro posto sono Tavella (sostanzialmente onesto, nonostante la sua esteriore spregiudicatezza,) e Giulio Monti. Il primo, quasi deluso per essere stato tenuto fuori dagli affari sporchi, si sfoga facendo alla paziente moglie uno dei suoi discorsi intessuti di paradossi.

Quella sera, alla festa per Marzetti, gli invitati (fra cui il dottor Martini, che si considera ormai intimo dei vicini Merloni, Renato Monti con moglie e figli, il parroco e il sindaco del paese e l’onorevole Vinaccia, un anziano politico in pensione, ormai rimbambito dall’età) sono testimoni di una serie di inconvenienti e disguidi, senza riuscire a capirne la vera causa. Perfino Marzetti è costretto, per esibirsi, a nuotare senz’acqua, perché nessuno si è preoccupato di riempire la piscina. Finalmente, sotto gli occhi increduli del dottor Martini e dell’onorevole Vinaccia, alla festa arrivano quattro carabinieri che consegnano un avviso di garanzia ai pochi dirigenti presenti alla festa per salvare le apparenze.

Annunci

La rotellina impazzita

La frode non m’infastidisce perché brutta o immorale. Il fatto è che, in quindicimila anni, frode e pensiero miope non hanno mai funzionato una volta.

Incipit

Una cosa va riconosciuta a Merloni. Era riuscito ad organizzare i suoi giochetti contabili con la precisione di un orologiaio svizzero, dividendo conoscenze e responsabilità fra i dipendenti del Credito con tale esattezza che le stesse rotelline, quasi sempre, ignoravano la propria funzione e lo scopo finale dell’ingranaggio di cui erano parte.

C’era, in primo luogo, la massa degli ingenui, quelli convinti di lavorare per un istituto di credito prospero, onesto e destinato ad un radioso avvenire: dagli uscieri e le donne delle pulizie, alla maggior parte degli impiegati, fino ad arrivare a parecchi dirigenti di medio livello. Ad esempio, i direttori di filiale, come Vittorio Bianchi, appartenevano generalmente a questa categoria. Promuovevano i fondi d’investimento della banca in assoluta buona fede e spesso, quando i clienti si mostravano dubbiosi, li rassicuravano dicendo: “Anch’io ho messo i miei soldi lì.” Il che era vero, ma non servì a molto, quando venne il giorno della resa dei conti; molti si trovarono le gomme della macchina tagliate, o scritte ingiuriose sui muri di casa.

Altri, a un livello più elevato, avevano la vaga sensazione che qualcosa non andasse come doveva, che la banca spendesse troppo e guadagnasse troppo poco dalle sue attività istituzionali, e che gli esotici investimenti in Sud America od in Estremo Oriente non fossero così affidabili come sostenevano i depliant curati dall’Ufficio Pubbliche Relazioni. Questa vaga sensazione, però, non bastava a farli mettere contro il potentissimo presidente, e neppure a prendere quelle iniziative che sarebbero state in loro potere, come una revisione dei libri contabili. I più scrupolosi fra loro diedero le dimissioni, come Brunori, andarono a lavorare da un’altra parte e furono quelli che, alla fin fine, se ne uscirono meglio. Presero buone liquidazioni al momento di lasciare la banca, salvarono la reputazione e poterono anche togliersi la soddisfazione di fare la figura del profeta inascoltato.

Un po’ più complicata era la posizione di quelle che abbiamo chiamato le rotelline. Loro, in quanto esecutori materiali, sapevano che il Credito Cisalpino faceva degli intrallazzi e dei trucchi contabili, ma conoscevano solo la parte che li riguardava e ignoravano il quadro generale; non sapevano che il loro istituto, da anni, sopravviveva divorando sé stesso. Potevano quindi pensare che tutto si riducesse a quei peccatucci da cui nessuna banca è del tutto immune, una volta che ha raggiunto certe dimensioni, e questo bastava per farli dormire la notte. Pezzola era una di quelle rotelline: ogni tanto gli era ordinato di preparare una valigia carica di denaro contante e di titoli, in modo che l’uscita non risultasse sui libri, e di tenere la bocca chiusa sull’operazione. Lui eseguiva l’ordine, sapendo di prendere parte ad un affare sporco, ma ignorando a cosa sarebbero serviti quei soldi. Si era spesso fatto delle domande in proposito, pur senza parlarne con nessuno, ed era arrivato alla conclusione che si trattasse di fondi neri, destinati all’ordinaria corruzione di politici o funzionari, nostrani o stranieri. Rimase molto stupito quando seppe che, in realtà, ciò che passava per le sue mani ritornava nelle casse della banca, dopo aver fatto il giro del mondo.

Riassunto

A far precipitare la crisi della banca, è un colpo di testa di Pezzola. Deluso nella speranza di ottenere un posto nel consiglio di amministrazione rimasto vacante, il funzionario decide di seguire la lezione di Irina Dimenti: seguire i propri istinti più profondi, anziché le regole della società. Incaricato di preparare una valigia di titoli e contante, da consegnare a Eva per le consuete acrobazie finanziarie, Pezzola s’impadronisce del tesoretto e fugge a Londra, presso la bella psicologa. Lascia dietro di sé una lettera insultante, rivolta a Merloni, e un’altra per la moglie, dove comunica la sua intenzione di chiedere il divorzio (ma, nell’agitazione, inverte le buste con i due messaggi). Il suo gesto è sufficiente a creare un’improvvisa crisi di liquidità nella banca e a farla crollare come un castello di carte.

Mentre il responsabile della sicurezza della banca, un certo Colombo (toh’, guarda chi si rivede) cerca di capire cosa sia successo di preciso, si tiene un drammatico consiglio di amministrazione. Mentre i suoi colleghi continuano ad illudersi di poter salvare la situazione, Giulio capisce che ormai il Credito è condannato. Consiglia a Eva di dare le dimissioni al più presto possibile, ma la ragazza, in un gesto a suo modo romantico, decide di restargli accanto “nella buona e nella cattiva sorte”. Pochi giorni dopo, a Londra, Pezzola, respinto da Irina, si consegna alle autorità italiane e rivela quello che sa degli intrallazzi del Credito Cisalpino. Ma ormai l’ingranaggio che tenevai n piedi la banca è già saltato da tempo.

Sterzando alle curve della vita

Beato chi, lontano dagli affari, / come gli uomini delle origini, / lavora coi buoi i campi paterni, / libero da speculazioni.” / Cosí parlava Alfio l’usuraio, / già pronto a farsi contadino, / e alle idi ritirò i suoi denari, / per darli a frutto alle calende.

Incipit

È un elementare principio psicologico che cose simili, in persone differenti, possono produrre reazioni opposte.

La conferenza di Irina, ad esempio, aveva prodotto in Pezzola un furioso desiderio di riscattare tutta una vita di inibizioni e frustrazioni che, dopo l’avventura erotica, sembrava essersi acquietato; e il dottore era ritornato alla moglie e al lavoro in seconda fila. (Teniamolo d’occhio ugualmente, perché potrebbe riservarci delle sorprese).

Giulio, invece, era stato colpito soprattutto dalle immagini dell’11 settembre: migliaia di morti, danni la cui entità superava il bilancio di un piccolo stato, un pianeta, che si credeva in pace, ripiombato nelle angosce della guerra fredda, e tutto questo perché? Perché, in qualche Mohamed o Alì, l’istinto di conservazione aveva fatto cilecca.

Nella finanza, era lo stesso. L’istinto di conservazione, quello che ti spinge a calcolare i rischi, che non ti fa dormire la notte finché non hai pagato i debiti, ogni tanto sparisce. Gli agenti di cambio investono in titoli di cui non sanno nulla, se non che promettono rendimenti stratosferici a breve termine; il presidente di una società, coi debiti fino al collo, ne contrae degli altri per pagarsi un centravanti; intere nazioni vivono sopra i loro mezzi, tanto saranno i loro nipoti a pagare. Poi si sente nell’aria un rumore: crac. L’agente di cambio finisce a fare il tassista, il presidente della società viene processato per bancarotta fraudolenta, il piccolo risparmiatore si impicca a casa sua, il giorno prima dello sfratto.

Il Credito Cisalpino era un aereo destinato a schiantarsi. I suoi dirigenti erano stati bravi nel tenerlo in volo con i giochi di prestigio contabili (era l’unica cosa in cui avessero dimostrato straordinaria abilità, siamo sinceri), ma non sarebbero riusciti a farli durare in eterno. Però, lui, Giulio, forse sarebbe riuscito a buttarsi giù col paracadute prima del disastro. Avrebbe potuto fare quello che aveva fatto Brunori, e con molte più ragioni. Si sarebbe dimesso dal Credito, magari rinunciando alla maxi-liquidazione, e poi si sarebbe trovato un posto in un istituto più tradizionale e meno avventuroso.

Oppure, avrebbe lasciato il mondo della finanza per darsi all’agricoltura, il più antico settore dell’economia e quello più sicuro, perché, anche se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che lavori la terra per nutrire l’umanità. Avrebbe comprato una villa e un podere, che avrebbe trasformato in un’azienda agricola modello, con una cantina di vini pregiati dove ricevere gli inviati di Linea verde.

Riassunto

I vaghi propositi di cambiare vita da parte di Giulio sembrano concretarsi in occasione di un pranzo di famiglia. In una trattoria della bassa emiliana, si incontrano Giulio, Eva, la signora Elvira (la madre di Giulio) e i parenti poveri del manager: suo cugino il professor Renato (il tipico intellettuale gauchista di provincia), la madre, la moglie Margherita e i due figli Silvana e Mario. Nonostante la sua annosa antipatia per il cugino, il professore si è lasciato indurre dalla moglie a chiedergli una raccomandazione per il figlio appena diplomato.

Dopo il pranzo, Renato chiede a Giulio da far avere un posto a Mario nel Credito Cisalpino, ma Giulio risponde evasivamente (anche perché è ormai cosciente dell’imminente crack della banca) e il giovane Mario, ribelle e intransigente da buon adolescente, è disgustato nel vedere il padre umiliarsi senza risultato. Silvana, invece, che è ancora una ragazzina, è ingenuamente affascinata dall’eleganza e dalla classe di Giulio ed Eva.

Al ritorno dal pranzo, Giulio fa la sua proposta ad Eva: dare entrambi le dimissioni dal Credito Cisalpino per sposarsi e comprare una fattoria. L’ambiziosa ragazza è disponibile al matrimonio, ma non a rinunciare alla sua vita lussuosa. Come una novella Lady Macbeth, convince il suo uomo a proseguire sulla strada pericolosa che hanno scelto e Giulio rinuncia a quella sterzata che potrebbe salvarlo dal disastro.

Lezioni di seduzione

Non ho mai visto la saggezza onorata quanto la bellezza.

Incipit

 Altre cose, più o meno importanti, accaddero in quei mesi.

Fu in quel periodo che il dottor Martini cambiò atteggiamento verso i suoi danarosi vicini.

La villa di campagna, che Merloni, in precedenza, aveva usato più che altro per motivi di rappresentanza, o per tenervi le riunioni del Politburo, divenne la residenza non ufficiale di Fanny ed Edmondo. Merloni aveva concesso, finalmente, un posto al figliastro, ma non nel consiglio di amministrazione. “Se ha delle qualità, dovrà mostrarle sul campo; se vuole arrivare alla cima, che parta dal gradino più basso, come ho fatto io” aveva sentenziato il grande finanziere, per cui adesso il giovane padre di famiglia girava la provincia lombarda come promotore finanziario. Comprensibilmente, non si dannava l’anima per il lavoro.

Fanny, invece, passava il suo tempo nella villa, impegnata a far tirocinio per il mestiere più difficile del mondo. Il giorno in cui la piccola Aurora vomitò ed ebbe qualche linea di febbre, Fanny cadde nel panico. Come mamma era una neofita e non sapeva ancora, per esperienza diretta, che i bambini si ammalano più facilmente degli adulti, ma guariscono altrettanto in fretta. Mentre lei tentava febbrilmente di mettersi in contatto col suo pediatra di Milano, alla domestica slovena venne in mente che anche il vicino di casa era un medico.

Il dottore, chiamato per quella che, dalle parole ansiose di Fanny, aveva temuto trattarsi di una gastroenterite, diagnosticò una lieve indigestione, dovuta al passaggio troppo frettoloso al biberon e consigliò di ritornare per qualche tempo all’allattamento al seno. Mentre Fanny si profondeva in ringraziamenti, Martini non poteva fare a meno di una piccola stoccata maligna: – Dica a suo suocero che mi dispiace di aver dovuto percorrere il suo privatissimo viale con i pneumatici della mia macchina plebea.

Pochi giorni dopo, il dottore e la signora Martini ricevettero un invito a cena a villa Merloni.

Già durante la sua prima visita, il medico aveva cominciato a chiedersi se non fosse stato troppo severo verso i suoi vicini. Quella Fanny, per quanto vestita e truccata come una top model, quando la sua bambina aveva avuto la sua prima indisposizione, era andata in crisi, esattamente come le mamme di paese che lui riceveva nel suo ambulatorio; e la villa, che lui s’immaginava riempita di un lusso pacchiano, era in realtà arredata con eleganza e buon gusto.

La cena segnò la sua capitolazione.

 Riassunto

Il dottor Martini, che fino allora aveva mostrato disdegno per il suo ricco e potente vicino, è sedotto dai modi famigliari e dai favori di Merloni, tanto da investire i propri risparmi nei fondi d’investimento del Credito Cisalpino (anche qui, ho ripreso in parte un mio racconto precedente).

Intanto, si svolge un’altra forma di seduzione. La dottoressa Irina Dimenti (altra autocitazione), una psicologa avvenente e dai costumi spregiudicati, che ottenuto la fama più come personaggio mediatico che per meriti scientifici, tiene una conferenza (Il marketing come seduzione) ai dirigenti del Credito Cisalpino, esponendo la sua fatua filosofia di vita (Segui i tuoi istinti. Non farti intrappolare dalle regole della società. Basta che lo faccia con un minimo di prudenza e buon senso.) Fra gli ascoltatori, c’è anche Leonardo Pezzola, un dirigente di medio livello, frustrato nelle sue aspirazioni di carriera e anche lui coinvolto nei giochetti contabili della banca. Pezzola è molto impressionato dalle affermazioni di Irina, soprattutto dopo che riesce a strappare alla bella psicologa un’avventura di una notte. Questo fatto, di per sé banale, avrà gravi conseguenze.

La letteratura italiana secondo il professor Silvio Orlando

Lettera pubblicata sul Corriere della Sera, in data 10 dicembre 2017, nella rubrica Lo dico al Corriere, a cura di Aldo Cazzullo.

Caro Aldo,
purtroppo il disprezzo per la cultura e la tradizione nazionale ha radici più antiche dei ragazzini di oggi. Ricordo un film ormai vecchiotto, come «Il portaborse», in cui l’eroe positivo era un professore che si vantava di avere risparmiato Alfieri ai suoi studenti e sosteneva che tutta la letteratura italiana dell’Ottocento avrebbe dovuto essere erasa, a partire da Manzoni. Ovvio che poi, quando il professore faceva un’eccezione e cercava di interessare i suoi alunni a Leopardi, questi restassero indifferenti e si preoccupassero solo di ricevere in anticipo il titolo della prova di esame.
Angelo Cappelli

Riporto anche la bella risposta di Cazzullo

Caro Angelo,
«Il Portaborse» era un gran bel film, per certi versi profetico. Il discorso del professore interpretato da Silvio Orlando era paradossale — «mentre Manzoni passava la vita a riscrivere i Promessi Sposi, Balzac infilava un capolavoro dietro l’altro…» —, ma in qualche modo fa riflettere. Nella prima metà dell’800 abbiamo avuto due grandi poeti: Foscolo e Leopardi. Leopardi è di gran moda. Ispira film e libri noiosetti ma di grande successo.
Non è qui in discussione la sua grandezza (a mio modo di vedere, più come intellettuale e pensatore che come poeta: la sua lingua — «Ahi pentirommi e spesso. Ma sconsolato volgirommi indietro» — a volte è invecchiata più di quella di Dante, che lo precede di mezzo millennio. Ma qui siamo nel campo dell’opinione). Leopardi è vivo e apprezzato non solo perché la sua sofferenza parla a tutti gli uomini, ma anche perché il suo pessimismo sulla vita, sulla natura, sull’Italia si confà alla frustrazione che è il tono medio del nostro tempo. Solo che il pessimismo di Leopardi era cosmico, profondo, esistenziale; il nostro è spesso fatuo, capriccioso, indolente.
Non a caso è meno citato il Leopardi della Ginestra, che invece apre una speranza, se persino sul Vesuvio sterminatore crescono fiori. Foscolo invece non se lo fila nessuno. Appassionato, bello, focoso, amatore instancabile, fu grande poeta, grande uomo, grande personaggio; ma fu troppo innamorato dell’Italia per piacere agli italiani di oggi. «E l’ossa fremono amor di patria» scrisse di un altro grande dimenticato, appunto il Vittorio Alfieri che non piaceva al professore del «Portaborse». Non ci meritiamo scrittori così.

Naturalmente, visto che l’Italia è il paese delle tifoserie, nel giro di una settimana è apparsa sulla stessa rubrica una lettera di un lettore antifoscoliano e filoleopardiano, che proponeva di sostituire ai Promessi Sposi le Operette morali come lettura d’obbligo alle superiori.

Voci precedenti più vecchie Prossimi Articoli più recenti