Il patrigno del cognato

La sua testa si mise a calcolare quale legame di parentela avrebbe potuto unire il principe di Salina, zio dello sposo, col nonno della sposa. Non ne trovò, non ce n’erano.

Incipit

Il dottor Fabio Martini, medico condotto nel comune di Bartazzate, osservava con insofferenza, dal balcone di casa sua, il passaggio delle macchine dirette alla villa del suo vicino, Ettore Merloni. “Che cafonesca ostentazione di ricchezza, tipica della borghesia italiana” pensava il medico, senza però sognarsi nemmeno di scendere dal balcone, per risparmiare ai suoi occhi un così aborrito spettacolo. La verità è che l’avversione del buon dottore per il suo vicino nasceva, più che da ragioni ideologiche, da motivi abbastanza piccoli e contingenti.

Il dottore aveva scelto quella condotta fuori mano soprattutto per godersi la pace e la tranquillità della provincia; e di pace e tranquillità ne aveva avute quanto voleva, finché Merloni non aveva comprato la villa gentilizia accanto a casa sua. L’edificio, da anni chiuso, col giardino all’italiana ridotto a parco giochi per i monelli del paese, aveva richiesto cospicui lavori di ristrutturazione, che erano andati avanti per quasi un anno; vale a dire che per quasi un anno Martini era stato costretto a tenere le finestre chiuse, anche d’estate, per proteggere i propri timpani dal rumore dei camion e dei martelli pneumatici. Quando poi i lavori erano terminati, il proprietario della villa aveva facilmente ottenuto dal comune, per ragioni di sicurezza, che il vialone conducente alla villa fosse chiuso ai non residenti (vale a dire, a chiunque, esclusi lui e i suoi invitati); il che aveva costretto il medico a tortuosi spostamenti per i viottoli di campagna ogni volta che usciva in macchina.

I sentimenti della signora Martini erano assai più lineari. Inquinamento acustico e problemi alla viabilità le parevano un piccolo prezzo da pagare, in cambio del privilegio di abitare a due passi da un VIP, che un giorno avrebbe concesso a lei ed al marito il privilegio di visitare la sua reggia. C’era di che far morire d’invidia le sue amiche, quando l’avrebbe raccontato dal parrucchiere.

Intanto, aveva comprato un binocolo da teatro e se ne serviva per spiare il suo vicino, soprattutto in serate come quelle, quando alla villa c’era un’insolita animazione. Peccato che tutto quello che oggi riusciva a vedere fossero auto di lusso che percorrevano il vialone della discordia e poi sparivano dentro le alte mura di cinta di villa Merloni. Ad un certo punto, come una nota discordante in una sinfonia, sul vialone apparve un’utilitaria. A bordo, pareva (ma non era facile stabilirlo, a quella distanza), un uomo e una donna. “Faranno parte del personale” pensò la signora Martini. Invece no: erano la zia della piccola festeggiata e il suo fidanzato, Amelia ed Arturo.

Riassunto

Nella fastosa villa di Merloni si svolgono i festeggiamenti per il battesimo della piccola Aurora, la figlia di Fanny e Edmondo. Fra gli invitati, oltre alle nostre vecchie conoscenze (Tavella, Eva e Giulio, Amelia ed Arturo) fa la sua prima apparizione anche l’avvocato del banchiere, Antonio Zoli. Merloni finge partecipazione, ma in realtà tutta la sua attenzione è rivolta a una votazione del parlamento lituano, il cui esito potrebbe far saltare i delicati equilibri su cui si regge il Credito Cisalpino; solo quando apprende dal telegiornale che il pericolo è passato, sfoga il suo sollievo baciando affettuosamente la nipotina. C’è una vivace discussione fra il cinico Tavella e l’idealista Arturo, nata quando il primo, citando Francis Scott Fitzgerald, ha augurato alla bambina di crescere bella e stupida, mentre il secondo le ha augurato di migliorare il mondo;  lo scambio di idee si allarga alla politica e alle questioni supreme e si conclude con ognuno dei due contendenti rimasto della propria opinione. Tornando a casa, Arturo chiede la mano di Amelia, in puro stile ottocentesco, vincendo  un inconfessato disagio: l’idea che in questo modo verrebbe a crearsi un legame di parentela, per quanto lontano, fra lui e il discusso banchiere. (Più precisamente, Merloni sarebbe il patrigno del cognato di Arturo). Intanto, l’amico di Arturo, l’avvocato Valerio, durante un campeggio scout fa conoscenza con la guida di un gruppo di girl-scout, Giovanna Pezzola, anche lei legata al credito cisalpino. Suo marito, Leonardo Pezzola, è un dirigente di medio livello, frustrato per non aver fatto carriera.

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I giocolieri

Incipit

A un punto tale / Che guarda li quattrini ne lo specchio / Pe vedè radoppiato er capitale

C’era stata una curiosa inversione di ruoli tra il consiglio d’amministrazione ufficiale del Credito Cisalpino, e il Politburo Affari Coperti. Quando i cinque padrini di Vittorio Bianchi si incontravano fra di loro (in genere nella villa o sullo yacht di Merloni, a volte in ristoranti o night club poco frequentati, mai negli uffici della banca) ci si sarebbe potuto aspettare che si concedessero il lusso della sincerità. Invece, in quelle riunioni, nessuno aveva il coraggio di dire ciò che tutti, in un certo momento, avevano pensato: “Forse stiamo giocando un gioco troppo pericoloso e faremmo meglio a tornare indietro”. Una regola non scritta imponeva l’ottimismo riguardo ai fini, e la fede nella giustezza dei mezzi, come condizione imprescindibile per l’ammissione al circolo.

Nel consiglio d’amministrazione, invece, poteva capitare che si facesse sentire la voce della prudenza e della ragione, da parte degli esterni al Politburo. Costoro sentivano che i muri dell’edificio erano pencolanti, pur non immaginando di tenere le loro riunioni in cima alla torre di Pisa. Era soprattutto il caso del dottor Brunori, l’ultimo superstite della precedente gestione della banca, quella le cui ambizioni non oltrepassavano la scala regionale. Degli altri tre, Vittorini e Fossati erano personalità troppo scialbe per mettersi contro il boss. L’ultimo consigliere, Tavella,  era un caso a parte.

Tavella era, culturalmente, l’opposto di Brunori: un figlio degli anni Ottanta, l’epoca in cui, dopo il tabù del sesso, era caduto quello della ricchezza, e fare i soldi per il solo gusto di farli non era stato più visto come un peccato. Raccogliendo dagli aridi verbali dei consigli le sue battute e i suoi paradossi, si sarebbe potuto mettere assieme un manuale d’immoralismo applicato al mondo degli affari, con una giustificazione per qualsiasi attività proibita dal codice.

La cosa strana era che, in quel consiglio, Tavella era uno degli onesti. Merloni non si era mai fidato abbastanza di lui da ammetterlo nel Politburo; temeva che il suo cinismo, come in altre persone la virtù, fosse troppo ostentato per essere sincero. C’era un’altra cosa che rendeva Tavella sospetto. Qualche tempo prima, aveva avuto un incarico in una piccola casa editrice, e si diceva che ne avesse approfittato per pubblicare due romanzi sotto pseudonimo.

Riassunto

Il capitolo descrive la situazione del Credito Cisalpino, che è in grave deficit. Solo il presidente Merloni e il gruppo dei suoi fedelissimi (il cosiddetto Politburo), come Giulio Monti, ne sono del tutto a conoscenza, ma continuano a illudere se stessi sulla possibilità di evitare la bancarotta. Intanto, il vero stato dei conti è tenuto nascosto, oltre che con le spettacolari iniziative promozionali, con lo spostamento di capitali della banca da una filiale estera all’altra, da Barbadilla a Macao, per opera dei due personaggi fantasma Vittorio Bianchi e Amelia Dorriti. (Il titolo e l’epigrafe di Trilussa fanno riferimento a questo gioco di prestigio, che consente di moltiplicare artificiosamente la ricchezza della banca).

Il resto dei dirigenti ha solo vaghi sospetti riguardo al baratro in cui l’istituto sta per precipitare. A un consiglio di amministrazione, un anziano consigliere, Brunori, esprime le sue perplessità sul modo in cui è gestito il Credito Cisalpino, ma è rimbeccato da Niccolò Tavella. Questi (in cui si può riconoscere l’io narrante de I soldi, le donne, il potere)  è una sorta d’ipocrita alla rovescia: sebbene sia personalmente onesto e all’oscuro dei maneggi di Merloni, si diverte a atteggiarsi a cinico e a giustificare la disonestà negli affari con battute paradossali alla Oscar Wilde. Il consiglio di amministrazione finisce con l’approvazione di un aumento di capitale (puramente sulla carta) e di uno stanziamento per ciclo di conferenze rivolto ai quadri della banca e tenuto dalla psicologa e sessuologa Irina Dimenti. Nel pomeriggio, Giulio incontra alla stazione Eva, reduce da una delle sue missioni all’estero sotto il nome di Amelia Dorriti; la giovane sta prendendo fin troppo gusto alla sua seconda identità di elegante donna in carriera e al pericoloso gioco che sta conducendo, tanto da suscitare qualche preoccupazione anche nel suo amante senza scrupoli.

Un amore intercettato

Fra la giustizia e mia madre, scelgo mia madre.

Incipit

È un lavoro tedioso quello del poliziotto addetto alle intercettazioni, anche se è sempre meglio che affrontare i rapinatori, pistola alla mano; si passano le giornate in uno scantinato o in un camioncino, leggendo e rileggendo il giornale, in attesa che uno dei telefoni sotto sorveglianza entri in funzione. Naturalmente, non si può pretendere che i cattivi, quando sono al telefono, dicano a chiare lettere “Ho comprato la dinamite per l’attentato” oppure “Ho incontrato il latitante”, e quindi bisogna trascrivere ogni chiamata, anche la più stupida, e rintracciarne l’autore; chi ci dice che il tale che si scusa per aver sbagliato numero non stia in realtà mandando un messaggio in codice?

Pure, anche questo lavoro ha il suo lato divertente: puoi seguire un’esistenza umana in diretta, ventiquattr’ore su ventiquattro, e conoscere l’intercettato meglio dei suoi parenti stretti.

 

Una settimana dopo la festa sul lago, da un ufficio della questura partì un’e-mail indirizzata al Palazzo di Giustizia:

Si chiede il controllo del telefono della signorina Amelia Dorriti, nell’ambito dell’inchiesta sulla Finanziaria Merloni, per le seguenti motivazioni:

1) il legame di parentela, pur se indiretto, fra la signorina Amelia e il dottor Merloni;

2) i precedenti penali per bancarotta del padre della signorina;

3) il lavoro di guida turistica della signorina, implicante ripetuti viaggi all’estero.

Si precisa che tali elementi sono puramente indiziari e che non risultano, al momento, prove specifiche di un coinvolgimento effettivo della signorina negli affari del dottor Merloni.

Un’altra e-mail partì in risposta dall’ufficio di un procuratore della repubblica:

Richiesta approvata. Si raccomanda, tuttavia, di agire con la consueta discrezione.

Così, il telefono di Amelia fu messo sotto controllo, assieme a quelli di una decina di altre persone più o meno lontanamente legate al finanziere. I primi tre giorni, i ragazzi addetti all’intercettazione non ebbero un gran che da ascoltare: in genere, telefonate di amiche che si complimentavano per il bel matrimonio della sorella. Poi, al quarto giorno, si sentì una voce maschile, un po’ imbarazzata:

– Pronto, Amelia Dorriti? Ti ricordi di me? Ci siamo visti al matrimonio di tua sorella… No, non ero uno degli invitati… Ti ricordi che ci hai dato il tuo biglietto da visita?… No, non sono la guida scout, sono l’altro… Perché un uomo telefona ad una bellissima donna?… Ecco, esatto volevo chiederti un appuntamento… Sei libera domenica? … Devi mostrare la città ad una comitiva di americani?… Allora, facciamo così: io mi aggrego agli americani, così posso vedere se sei brava nel lavoro, oltre che carina e poi, quando hai finito, andiamo a cena assieme.

Riassunto

Il telefono di Amelia è messo sotto controllo, a causa dei legami famigliari della ragazza con Merloni. Così, i poliziotti addetti alle intercettazioni possono seguire, passo a passo, l’idillio fra la ragazza e Arturo: le prime timide avance del giovane, gli appuntamenti, il perfetto amore e poi la prima crisi. Amelia, infatti, è figlia di uno spregiudicato palazzinaro finito in prigione anni prima per bancarotta ed è stata segnata profondamente dalla vicenda. Quando Arturo fa una battuta sugli speculatori immobiliari che meriterebbero la prigione, Amelia, che si ostina ancora a credere all’innocenza del genitore, se ne sente personalmente offesa, e acconsentirà a perdonare il fidanzato e a riprendere la relazione solo quando papà Dorriti, pur senza ammettere le sue colpe, le dirà di non rovinarsi la vita per difendere la reputazione di un vecchio rudere come lui. Si mostra così, per la prima volta, una differenza nella coppia Arturo-Amelia: il valore supremo per lui è la moralità, per lei (che pure è integerrima) sono gli affetti famigliari.

L’uomo di carta

Avevo sempre sospettato che tu fossi un impenitente bumburista, e ora ne sono sicuro. Ti rivelerò il significato di questa incomparabile espressione quando avrai avuto la gentilezza di spiegarmi perché sei Ernest in città e Jack in campagna.

Incipit

Alcuni bambini ricevono un libretto di risparmio già alla loro nascita. Vittorio Bianchi fu ancora più fortunato: ebbe un conto in banca (numero 21214) prima ancora di venire al mondo ed anzi doveva la propria evanescente esistenza proprio al conto numero 21214. A differenza dei normali esseri umani, non fu concepito e partorito in un letto, bensì in una sala riunioni; non ebbe un padre e una madre, ma cinque padrini presiedettero alla sua nascita, tutti membri dello stesso consiglio di amministrazione: il presidente Merloni, il vicepresidente Tambini e i consiglieri Monti, Artigiani e Sormani.

Vittorio fu indubbiamente un ragazzo precoce: appena nato, aveva già trent’anni, ed era in possesso di tutta la serie di documenti necessari per gestire un conto sul quale passano milioni di euro. Bisogna però precisare che, nel riempire quei documenti, Vittorio aveva commesso una piccola scorrettezza. Aveva preso in prestito, senza dir niente al loro legittimo proprietario, i necessari dati anagrafici (data e luogo di nascita, titolo di studio, e lo stesso nome) ad un altro Vittorio Bianchi, che dirigeva una piccola filiale della stessa società, e che sicuramente si sarebbe stupito nell’apprendere l’esistenza di un Doppelganger assai più ricco e potente di lui. Purtroppo, a Vittorio Bianchi (quello ricco) mancava un piccolo dettaglio per poter gestire adeguatamente i propri affari: un corpo. Non che la cosa creasse problemi quotidiani, in un’epoca in cui la maggior parte delle transazioni si fanno per via telematica; però, anche nell’età di Internet, ogni tanto era necessario che il proprietario del conto 21214 lasciasse il regno delle astrazioni per firmare dei documenti. In questi casi, erano i tre consiglieri Monti, Sormani e Artigiani, a turno, a prestare al loro protetto il corpo per recarsi nelle banche di Lugano o di Dublino e la mano per apporre l’autografo. Quando poi i versamenti effettuati da Vittorio si fecero più frequenti, ai tre consiglieri di amministrazione si affiancarono un pari numero di fidatissimi impiegati. Nessuno degli impiegati che ricevevano i documenti, a quanto si dice, fece molto caso al fatto che quel ricchissimo uomo d’affari italiano fosse, a primavera, biondo e robusto, e invece bruno e longilineo in autunno; e che la sua calligrafia avesse un’uguale tendenza a cambiare secondo le stagioni.

Non bisogna però farsi un’idea sbagliata di Vittorio Bianchi, e pensare che la sua esistenza si riducesse al lavoro e agli affari; al contrario, simile in questo ad uno spiritello burlone, ogni volta che veniva evocato non accettava di rientrare nel nulla senza prima essersi divertito. Accanto al conto 21214, ne possedeva un altro per le spese voluttuarie, il 21215, il cui bancomat riforniva con una certa regolarità le casse di negozi di lusso, ristoranti a cinque stelle, discoteche, case da gioco e saloni di massaggio.

Riassunto

Vittorio Bianchi è, in realtà, un personaggio virtuale; l’identità, presa a prestito da un ignaro direttore di filiale, che i dirigenti del Credito Cisalpino assumono a turno quando si recano all’estero per compiere le spregiudicate operazioni finanziarie con cui nascondere l’enorme deficit della banca. Uno di questi dirigenti, il giovane e rampante Giulio Monti, durante una trasferta a Londra ha un breve flirt con una ragazza italiana di nome Eva Manzoni. Costei è un po’ la sua controparte femminile: ambiziosa e cinica, si è trasferita nel Regno Unito per far carriera come donna d’affari, ma con scarso successo, tanto da essersi ridotta a lavorare come interprete.

Eva, nonostante Giulio le si sia presentato sotto l’identità di “Vittorio Bianchi”, riesce a seguirne le tracce fino in Italia e a scoprirne la vera identità, nonché a farsi una prima idea degli affari poco puliti del Credito Cisalpino. Giulio ed Eva si incontrano in un ristorante veneto e stringono un accordo, diventando complici negli affari e compagni di vita. Eva ottiene un posto al Credito Cisalpino come interprete; in più, comincia anche lei a svolgere operazioni finanziarie clandestine, usando come identità di copertura proprio quella dell’ignara Amelia Dorriti (di cui fra l’altro è stata collega a Londra). Si è costituita così, dopo quella Arturo-Amelia, la seconda coppia del romanzo: quella Giulio-Eva, belli, brillanti, intelligenti, ma anche mostruosamente cinici in tutto quello che non riguardi il loro rapporto reciproco.

La bella addormentata di Central Park

021917_1328_Labellaaddo1.jpgIncipit

Dormi, principessa, dormi e sogna.

Sogna Seattle, Fort Worth, Boston, Baltimora: tutte le città e i paesini dove hai trascorso un pezzetto dei tuoi diciotto anni. I tuoi genitori sembravano essere mossi da un’inquietudine straordinaria anche per un popolo di nomadi come gli americani. Il bello è stato che così hai potuto conoscere più mondo di quanto non abbiano fatto i tuoi coetanei; il brutto è che, con questi continui trasferimenti, non hai potuto fare amicizie stabili. Per dirne una, solo adesso che vai per la maggiore età hai cominciato ad uscire con un boy-friend. È già stato qualcosa che, cambiando continuamente istituti, compagni e professori, a volte anche due volte nel corso dello stesso anno, sia riuscita ad avere una carriera scolastica nel complesso regolare.

Sogna le misteriose cartoline con firme strane (“Carabosse”, “Maleficent”) che, per quel che ricordi, ti sono arrivate regolarmente per i tuoi compleanni. Non proprio regolarmente: due o tre compleanni li hanno saltati, ma mai due di seguito. Quando ti arrivavano quelle cartoline, che ti piacevano tanto perché avevano le immagini delle principesse Disney , i tupoi genitori facevano la faccia scura e non ti spiegavano perché. Non te l’hanno spiegato neanche adesso che sei adulta.

Sogna lo zio Walter. Hai parecchi zii e cugini, nel senso corrente della parola; fratelli e nipoti di papà e mamma, ma faresti fatica a dire come si chiamano, anche quando non sei addormentata come adesso. Certo, non è bello ignorare il nome del sangue del tuo sangue, ma sono gli inconvenienti del vivere on the road. Come potresti conoscere dei parenti che saltano fuori dal nulla e poi vi ritornano per anni? Walter, invece, non è uno zio in senso letterale, però ha finito per diventare una presenza famigliare. È simpatico e dice di volerti bene, però tu, fin da bambina, lo hai sempre un po’ temuto. Già da piccola, infatti, avevi notato che ogni vostro trasloco era stato preceduto di pochi giorni da una visita dello zio Walter.

Riassunto

Il racconto è la storia di due giorni di lavoro in un distretto di polizia a New York, alternate con i monologhi interiori di una ragazza, rapita e sotto l’effetto degli stupefacenti.

021917_1328_Labellaaddo2.jpgAl distretto 66, il figlio di un influente giornalista, Arthur Altman, denuncia la scomparsa della sua ragazza, Dawn Rudolph. I genitori di Dawn sostengono che lei è semplicemente andata presso dei suoi parenti all’Ovest per sottrarsi al corteggiamento troppo pressante di Arthur, ma i due poliziotti che seguono il caso, l’ispettore Burr e il sergente Jackson, intuiscono, dal comportamento della coppia, che la ragazza è stata in realtà rapita. Nell’armadietto di Dawn, alla Columbia University, i due poliziotti trovano un suo quaderno con l’indirizzo di un’agenzia di modelle, La fata madrina. Recatosi sul posto, Jackson vi trova un palazzo semivuoto, e con scarsa sorveglianza, i cui appartamenti sono spesso affittati per brevi periodi: il luogo ideale per attirare in trappola una fanciulla ingenua. Anche un’agente dell’FBI si interessa alla scomparsa di Dawn, e va a fare visita ai Rudolph…

Intanto, un altro caso di ragazza scomparsa è denunciato al Distretto 66. Anthony Caruso, il proprietario di un’agenzia di prestiti (in sostanza, uno strozzino) racconta di come la sua famiglia fosse stata avvicinata da un certo Marcel Carabas, che, fingendosi un uomo d’affari francese, aveva sedotto sua figlia Gwen e l’aveva fatta fuggire con lui. Caruso non è in grado di dire chi fosse in realtà Carabas, ma riconosce in una fotografia il suo segretario-factotum. È un piccolo criminale di origine messicana, chiamato El gato botado (il gatto con gli stivali) per la sua astuzia. Il detective Lebowicz scopre un collegamento fra i due casi: El gato botado lavorava come autista per Ernest Haller, un immobiliarista sull’orlo della bancarotta, proprietario sia dell’immobile, dove è stata rapita Dawn, che della sfarzosa villa dove Carabas aveva invitato a pranzo i Caruso…

Il primo giorno d’indagini è passato e cala la notte sulla città

dbpix-puss-in-boots-tmagarticle-v2Commento

Mi sono reso conto che, alla serie delle fiabe gialle, manca quella che oggi è la detective story per eccellenza: il procedural, basato sulla descrizione “realistica” del lavoro della polizia. Ho cercato di seguire le regole dei telefilm polizieschi, dando ad ogni personaggio un’etnia diversa (Jackson è di colore, Lebowicz ebreo, i Caruso italoamericani, “Carabas” franco-canadese, El gato botado e e l’agente Ortega ispanici; apparirà poi anche una cattiva di origine cinese) e caratterizzando ogni poliziotto in maniera diversa: Burr è una sorta di Maigret, bonario ed esperto, padre di famiglia; Jackson un duro, che viene dai quartieri più turbolenti, la cui maggiore aspirazione è dimostrare ai colleghi di avere anche un cervello da investigatore; Lebowicz un Serpico aggiornato, intellettuale e ribelle, ma efficiente e scrupoloso sul lavoro; Ortega un novellino, a cui il duro lavoro non ha ancora tolto la voglia di scherzare.

I due casi sono in realtà le fiabe della Bella addormentata e del Gatto con gli stivali, trasferite nella New York di oggi; vi ho inserito anche, in un paragrafo, l’allusione a un caso di banconote false che ricorda un’altra favola di Perrault, Le fate, ma forse vi dedicherò un racconto per intero.

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