La rotellina impazzita

La frode non m’infastidisce perché brutta o immorale. Il fatto è che, in quindicimila anni, frode e pensiero miope non hanno mai funzionato una volta.

Incipit

Una cosa va riconosciuta a Merloni. Era riuscito ad organizzare i suoi giochetti contabili con la precisione di un orologiaio svizzero, dividendo conoscenze e responsabilità fra i dipendenti del Credito con tale esattezza che le stesse rotelline, quasi sempre, ignoravano la propria funzione e lo scopo finale dell’ingranaggio di cui erano parte.

C’era, in primo luogo, la massa degli ingenui, quelli convinti di lavorare per un istituto di credito prospero, onesto e destinato ad un radioso avvenire: dagli uscieri e le donne delle pulizie, alla maggior parte degli impiegati, fino ad arrivare a parecchi dirigenti di medio livello. Ad esempio, i direttori di filiale, come Vittorio Bianchi, appartenevano generalmente a questa categoria. Promuovevano i fondi d’investimento della banca in assoluta buona fede e spesso, quando i clienti si mostravano dubbiosi, li rassicuravano dicendo: “Anch’io ho messo i miei soldi lì.” Il che era vero, ma non servì a molto, quando venne il giorno della resa dei conti; molti si trovarono le gomme della macchina tagliate, o scritte ingiuriose sui muri di casa.

Altri, a un livello più elevato, avevano la vaga sensazione che qualcosa non andasse come doveva, che la banca spendesse troppo e guadagnasse troppo poco dalle sue attività istituzionali, e che gli esotici investimenti in Sud America od in Estremo Oriente non fossero così affidabili come sostenevano i depliant curati dall’Ufficio Pubbliche Relazioni. Questa vaga sensazione, però, non bastava a farli mettere contro il potentissimo presidente, e neppure a prendere quelle iniziative che sarebbero state in loro potere, come una revisione dei libri contabili. I più scrupolosi fra loro diedero le dimissioni, come Brunori, andarono a lavorare da un’altra parte e furono quelli che, alla fin fine, se ne uscirono meglio. Presero buone liquidazioni al momento di lasciare la banca, salvarono la reputazione e poterono anche togliersi la soddisfazione di fare la figura del profeta inascoltato.

Un po’ più complicata era la posizione di quelle che abbiamo chiamato le rotelline. Loro, in quanto esecutori materiali, sapevano che il Credito Cisalpino faceva degli intrallazzi e dei trucchi contabili, ma conoscevano solo la parte che li riguardava e ignoravano il quadro generale; non sapevano che il loro istituto, da anni, sopravviveva divorando sé stesso. Potevano quindi pensare che tutto si riducesse a quei peccatucci da cui nessuna banca è del tutto immune, una volta che ha raggiunto certe dimensioni, e questo bastava per farli dormire la notte. Pezzola era una di quelle rotelline: ogni tanto gli era ordinato di preparare una valigia carica di denaro contante e di titoli, in modo che l’uscita non risultasse sui libri, e di tenere la bocca chiusa sull’operazione. Lui eseguiva l’ordine, sapendo di prendere parte ad un affare sporco, ma ignorando a cosa sarebbero serviti quei soldi. Si era spesso fatto delle domande in proposito, pur senza parlarne con nessuno, ed era arrivato alla conclusione che si trattasse di fondi neri, destinati all’ordinaria corruzione di politici o funzionari, nostrani o stranieri. Rimase molto stupito quando seppe che, in realtà, ciò che passava per le sue mani ritornava nelle casse della banca, dopo aver fatto il giro del mondo.

Riassunto

A far precipitare la crisi della banca, è un colpo di testa di Pezzola. Deluso nella speranza di ottenere un posto nel consiglio di amministrazione rimasto vacante, il funzionario decide di seguire la lezione di Irina Dimenti: seguire i propri istinti più profondi, anziché le regole della società. Incaricato di preparare una valigia di titoli e contante, da consegnare a Eva per le consuete acrobazie finanziarie, Pezzola s’impadronisce del tesoretto e fugge a Londra, presso la bella psicologa. Lascia dietro di sé una lettera insultante, rivolta a Merloni, e un’altra per la moglie, dove comunica la sua intenzione di chiedere il divorzio (ma, nell’agitazione, inverte le buste con i due messaggi). Il suo gesto è sufficiente a creare un’improvvisa crisi di liquidità nella banca e a farla crollare come un castello di carte.

Mentre il responsabile della sicurezza della banca, un certo Colombo (toh’, guarda chi si rivede) cerca di capire cosa sia successo di preciso, si tiene un drammatico consiglio di amministrazione. Mentre i suoi colleghi continuano ad illudersi di poter salvare la situazione, Giulio capisce che ormai il Credito è condannato. Consiglia a Eva di dare le dimissioni al più presto possibile, ma la ragazza, in un gesto a suo modo romantico, decide di restargli accanto “nella buona e nella cattiva sorte”. Pochi giorni dopo, a Londra, Pezzola, respinto da Irina, si consegna alle autorità italiane e rivela quello che sa degli intrallazzi del Credito Cisalpino. Ma ormai l’ingranaggio che tenevai n piedi la banca è già saltato da tempo.

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Sterzando alle curve della vita

Beato chi, lontano dagli affari, / come gli uomini delle origini, / lavora coi buoi i campi paterni, / libero da speculazioni.” / Cosí parlava Alfio l’usuraio, / già pronto a farsi contadino, / e alle idi ritirò i suoi denari, / per darli a frutto alle calende.

Incipit

È un elementare principio psicologico che cose simili, in persone differenti, possono produrre reazioni opposte.

La conferenza di Irina, ad esempio, aveva prodotto in Pezzola un furioso desiderio di riscattare tutta una vita di inibizioni e frustrazioni che, dopo l’avventura erotica, sembrava essersi acquietato; e il dottore era ritornato alla moglie e al lavoro in seconda fila. (Teniamolo d’occhio ugualmente, perché potrebbe riservarci delle sorprese).

Giulio, invece, era stato colpito soprattutto dalle immagini dell’11 settembre: migliaia di morti, danni la cui entità superava il bilancio di un piccolo stato, un pianeta, che si credeva in pace, ripiombato nelle angosce della guerra fredda, e tutto questo perché? Perché, in qualche Mohamed o Alì, l’istinto di conservazione aveva fatto cilecca.

Nella finanza, era lo stesso. L’istinto di conservazione, quello che ti spinge a calcolare i rischi, che non ti fa dormire la notte finché non hai pagato i debiti, ogni tanto sparisce. Gli agenti di cambio investono in titoli di cui non sanno nulla, se non che promettono rendimenti stratosferici a breve termine; il presidente di una società, coi debiti fino al collo, ne contrae degli altri per pagarsi un centravanti; intere nazioni vivono sopra i loro mezzi, tanto saranno i loro nipoti a pagare. Poi si sente nell’aria un rumore: crac. L’agente di cambio finisce a fare il tassista, il presidente della società viene processato per bancarotta fraudolenta, il piccolo risparmiatore si impicca a casa sua, il giorno prima dello sfratto.

Il Credito Cisalpino era un aereo destinato a schiantarsi. I suoi dirigenti erano stati bravi nel tenerlo in volo con i giochi di prestigio contabili (era l’unica cosa in cui avessero dimostrato straordinaria abilità, siamo sinceri), ma non sarebbero riusciti a farli durare in eterno. Però, lui, Giulio, forse sarebbe riuscito a buttarsi giù col paracadute prima del disastro. Avrebbe potuto fare quello che aveva fatto Brunori, e con molte più ragioni. Si sarebbe dimesso dal Credito, magari rinunciando alla maxi-liquidazione, e poi si sarebbe trovato un posto in un istituto più tradizionale e meno avventuroso.

Oppure, avrebbe lasciato il mondo della finanza per darsi all’agricoltura, il più antico settore dell’economia e quello più sicuro, perché, anche se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che lavori la terra per nutrire l’umanità. Avrebbe comprato una villa e un podere, che avrebbe trasformato in un’azienda agricola modello, con una cantina di vini pregiati dove ricevere gli inviati di Linea verde.

Riassunto

I vaghi propositi di cambiare vita da parte di Giulio sembrano concretarsi in occasione di un pranzo di famiglia. In una trattoria della bassa emiliana, si incontrano Giulio, Eva, la signora Elvira (la madre di Giulio) e i parenti poveri del manager: suo cugino il professor Renato (il tipico intellettuale gauchista di provincia), la madre, la moglie Margherita e i due figli Silvana e Mario. Nonostante la sua annosa antipatia per il cugino, il professore si è lasciato indurre dalla moglie a chiedergli una raccomandazione per il figlio appena diplomato.

Dopo il pranzo, Renato chiede a Giulio da far avere un posto a Mario nel Credito Cisalpino, ma Giulio risponde evasivamente (anche perché è ormai cosciente dell’imminente crack della banca) e il giovane Mario, ribelle e intransigente da buon adolescente, è disgustato nel vedere il padre umiliarsi senza risultato. Silvana, invece, che è ancora una ragazzina, è ingenuamente affascinata dall’eleganza e dalla classe di Giulio ed Eva.

Al ritorno dal pranzo, Giulio fa la sua proposta ad Eva: dare entrambi le dimissioni dal Credito Cisalpino per sposarsi e comprare una fattoria. L’ambiziosa ragazza è disponibile al matrimonio, ma non a rinunciare alla sua vita lussuosa. Come una novella Lady Macbeth, convince il suo uomo a proseguire sulla strada pericolosa che hanno scelto e Giulio rinuncia a quella sterzata che potrebbe salvarlo dal disastro.

Lezioni di seduzione

Non ho mai visto la saggezza onorata quanto la bellezza.

Incipit

 Altre cose, più o meno importanti, accaddero in quei mesi.

Fu in quel periodo che il dottor Martini cambiò atteggiamento verso i suoi danarosi vicini.

La villa di campagna, che Merloni, in precedenza, aveva usato più che altro per motivi di rappresentanza, o per tenervi le riunioni del Politburo, divenne la residenza non ufficiale di Fanny ed Edmondo. Merloni aveva concesso, finalmente, un posto al figliastro, ma non nel consiglio di amministrazione. “Se ha delle qualità, dovrà mostrarle sul campo; se vuole arrivare alla cima, che parta dal gradino più basso, come ho fatto io” aveva sentenziato il grande finanziere, per cui adesso il giovane padre di famiglia girava la provincia lombarda come promotore finanziario. Comprensibilmente, non si dannava l’anima per il lavoro.

Fanny, invece, passava il suo tempo nella villa, impegnata a far tirocinio per il mestiere più difficile del mondo. Il giorno in cui la piccola Aurora vomitò ed ebbe qualche linea di febbre, Fanny cadde nel panico. Come mamma era una neofita e non sapeva ancora, per esperienza diretta, che i bambini si ammalano più facilmente degli adulti, ma guariscono altrettanto in fretta. Mentre lei tentava febbrilmente di mettersi in contatto col suo pediatra di Milano, alla domestica slovena venne in mente che anche il vicino di casa era un medico.

Il dottore, chiamato per quella che, dalle parole ansiose di Fanny, aveva temuto trattarsi di una gastroenterite, diagnosticò una lieve indigestione, dovuta al passaggio troppo frettoloso al biberon e consigliò di ritornare per qualche tempo all’allattamento al seno. Mentre Fanny si profondeva in ringraziamenti, Martini non poteva fare a meno di una piccola stoccata maligna: – Dica a suo suocero che mi dispiace di aver dovuto percorrere il suo privatissimo viale con i pneumatici della mia macchina plebea.

Pochi giorni dopo, il dottore e la signora Martini ricevettero un invito a cena a villa Merloni.

Già durante la sua prima visita, il medico aveva cominciato a chiedersi se non fosse stato troppo severo verso i suoi vicini. Quella Fanny, per quanto vestita e truccata come una top model, quando la sua bambina aveva avuto la sua prima indisposizione, era andata in crisi, esattamente come le mamme di paese che lui riceveva nel suo ambulatorio; e la villa, che lui s’immaginava riempita di un lusso pacchiano, era in realtà arredata con eleganza e buon gusto.

La cena segnò la sua capitolazione.

 Riassunto

Il dottor Martini, che fino allora aveva mostrato disdegno per il suo ricco e potente vicino, è sedotto dai modi famigliari e dai favori di Merloni, tanto da investire i propri risparmi nei fondi d’investimento del Credito Cisalpino (anche qui, ho ripreso in parte un mio racconto precedente).

Intanto, si svolge un’altra forma di seduzione. La dottoressa Irina Dimenti (altra autocitazione), una psicologa avvenente e dai costumi spregiudicati, che ottenuto la fama più come personaggio mediatico che per meriti scientifici, tiene una conferenza (Il marketing come seduzione) ai dirigenti del Credito Cisalpino, esponendo la sua fatua filosofia di vita (Segui i tuoi istinti. Non farti intrappolare dalle regole della società. Basta che lo faccia con un minimo di prudenza e buon senso.) Fra gli ascoltatori, c’è anche Leonardo Pezzola, un dirigente di medio livello, frustrato nelle sue aspirazioni di carriera e anche lui coinvolto nei giochetti contabili della banca. Pezzola è molto impressionato dalle affermazioni di Irina, soprattutto dopo che riesce a strappare alla bella psicologa un’avventura di una notte. Questo fatto, di per sé banale, avrà gravi conseguenze.

Il patrigno del cognato

La sua testa si mise a calcolare quale legame di parentela avrebbe potuto unire il principe di Salina, zio dello sposo, col nonno della sposa. Non ne trovò, non ce n’erano.

Incipit

Il dottor Fabio Martini, medico condotto nel comune di Bartazzate, osservava con insofferenza, dal balcone di casa sua, il passaggio delle macchine dirette alla villa del suo vicino, Ettore Merloni. “Che cafonesca ostentazione di ricchezza, tipica della borghesia italiana” pensava il medico, senza però sognarsi nemmeno di scendere dal balcone, per risparmiare ai suoi occhi un così aborrito spettacolo. La verità è che l’avversione del buon dottore per il suo vicino nasceva, più che da ragioni ideologiche, da motivi abbastanza piccoli e contingenti.

Il dottore aveva scelto quella condotta fuori mano soprattutto per godersi la pace e la tranquillità della provincia; e di pace e tranquillità ne aveva avute quanto voleva, finché Merloni non aveva comprato la villa gentilizia accanto a casa sua. L’edificio, da anni chiuso, col giardino all’italiana ridotto a parco giochi per i monelli del paese, aveva richiesto cospicui lavori di ristrutturazione, che erano andati avanti per quasi un anno; vale a dire che per quasi un anno Martini era stato costretto a tenere le finestre chiuse, anche d’estate, per proteggere i propri timpani dal rumore dei camion e dei martelli pneumatici. Quando poi i lavori erano terminati, il proprietario della villa aveva facilmente ottenuto dal comune, per ragioni di sicurezza, che il vialone conducente alla villa fosse chiuso ai non residenti (vale a dire, a chiunque, esclusi lui e i suoi invitati); il che aveva costretto il medico a tortuosi spostamenti per i viottoli di campagna ogni volta che usciva in macchina.

I sentimenti della signora Martini erano assai più lineari. Inquinamento acustico e problemi alla viabilità le parevano un piccolo prezzo da pagare, in cambio del privilegio di abitare a due passi da un VIP, che un giorno avrebbe concesso a lei ed al marito il privilegio di visitare la sua reggia. C’era di che far morire d’invidia le sue amiche, quando l’avrebbe raccontato dal parrucchiere.

Intanto, aveva comprato un binocolo da teatro e se ne serviva per spiare il suo vicino, soprattutto in serate come quelle, quando alla villa c’era un’insolita animazione. Peccato che tutto quello che oggi riusciva a vedere fossero auto di lusso che percorrevano il vialone della discordia e poi sparivano dentro le alte mura di cinta di villa Merloni. Ad un certo punto, come una nota discordante in una sinfonia, sul vialone apparve un’utilitaria. A bordo, pareva (ma non era facile stabilirlo, a quella distanza), un uomo e una donna. “Faranno parte del personale” pensò la signora Martini. Invece no: erano la zia della piccola festeggiata e il suo fidanzato, Amelia ed Arturo.

Riassunto

Nella fastosa villa di Merloni si svolgono i festeggiamenti per il battesimo della piccola Aurora, la figlia di Fanny e Edmondo. Fra gli invitati, oltre alle nostre vecchie conoscenze (Tavella, Eva e Giulio, Amelia ed Arturo) fa la sua prima apparizione anche l’avvocato del banchiere, Antonio Zoli. Merloni finge partecipazione, ma in realtà tutta la sua attenzione è rivolta a una votazione del parlamento lituano, il cui esito potrebbe far saltare i delicati equilibri su cui si regge il Credito Cisalpino; solo quando apprende dal telegiornale che il pericolo è passato, sfoga il suo sollievo baciando affettuosamente la nipotina. C’è una vivace discussione fra il cinico Tavella e l’idealista Arturo, nata quando il primo, citando Francis Scott Fitzgerald, ha augurato alla bambina di crescere bella e stupida, mentre il secondo le ha augurato di migliorare il mondo;  lo scambio di idee si allarga alla politica e alle questioni supreme e si conclude con ognuno dei due contendenti rimasto della propria opinione. Tornando a casa, Arturo chiede la mano di Amelia, in puro stile ottocentesco, vincendo  un inconfessato disagio: l’idea che in questo modo verrebbe a crearsi un legame di parentela, per quanto lontano, fra lui e il discusso banchiere. (Più precisamente, Merloni sarebbe il patrigno del cognato di Arturo). Intanto, l’amico di Arturo, l’avvocato Valerio, durante un campeggio scout fa conoscenza con la guida di un gruppo di girl-scout, Giovanna Pezzola, anche lei legata al credito cisalpino. Suo marito, Leonardo Pezzola, è un dirigente di medio livello, frustrato per non aver fatto carriera.

I giocolieri

Incipit

A un punto tale / Che guarda li quattrini ne lo specchio / Pe vedè radoppiato er capitale

C’era stata una curiosa inversione di ruoli tra il consiglio d’amministrazione ufficiale del Credito Cisalpino, e il Politburo Affari Coperti. Quando i cinque padrini di Vittorio Bianchi si incontravano fra di loro (in genere nella villa o sullo yacht di Merloni, a volte in ristoranti o night club poco frequentati, mai negli uffici della banca) ci si sarebbe potuto aspettare che si concedessero il lusso della sincerità. Invece, in quelle riunioni, nessuno aveva il coraggio di dire ciò che tutti, in un certo momento, avevano pensato: “Forse stiamo giocando un gioco troppo pericoloso e faremmo meglio a tornare indietro”. Una regola non scritta imponeva l’ottimismo riguardo ai fini, e la fede nella giustezza dei mezzi, come condizione imprescindibile per l’ammissione al circolo.

Nel consiglio d’amministrazione, invece, poteva capitare che si facesse sentire la voce della prudenza e della ragione, da parte degli esterni al Politburo. Costoro sentivano che i muri dell’edificio erano pencolanti, pur non immaginando di tenere le loro riunioni in cima alla torre di Pisa. Era soprattutto il caso del dottor Brunori, l’ultimo superstite della precedente gestione della banca, quella le cui ambizioni non oltrepassavano la scala regionale. Degli altri tre, Vittorini e Fossati erano personalità troppo scialbe per mettersi contro il boss. L’ultimo consigliere, Tavella,  era un caso a parte.

Tavella era, culturalmente, l’opposto di Brunori: un figlio degli anni Ottanta, l’epoca in cui, dopo il tabù del sesso, era caduto quello della ricchezza, e fare i soldi per il solo gusto di farli non era stato più visto come un peccato. Raccogliendo dagli aridi verbali dei consigli le sue battute e i suoi paradossi, si sarebbe potuto mettere assieme un manuale d’immoralismo applicato al mondo degli affari, con una giustificazione per qualsiasi attività proibita dal codice.

La cosa strana era che, in quel consiglio, Tavella era uno degli onesti. Merloni non si era mai fidato abbastanza di lui da ammetterlo nel Politburo; temeva che il suo cinismo, come in altre persone la virtù, fosse troppo ostentato per essere sincero. C’era un’altra cosa che rendeva Tavella sospetto. Qualche tempo prima, aveva avuto un incarico in una piccola casa editrice, e si diceva che ne avesse approfittato per pubblicare due romanzi sotto pseudonimo.

Riassunto

Il capitolo descrive la situazione del Credito Cisalpino, che è in grave deficit. Solo il presidente Merloni e il gruppo dei suoi fedelissimi (il cosiddetto Politburo), come Giulio Monti, ne sono del tutto a conoscenza, ma continuano a illudere se stessi sulla possibilità di evitare la bancarotta. Intanto, il vero stato dei conti è tenuto nascosto, oltre che con le spettacolari iniziative promozionali, con lo spostamento di capitali della banca da una filiale estera all’altra, da Barbadilla a Macao, per opera dei due personaggi fantasma Vittorio Bianchi e Amelia Dorriti. (Il titolo e l’epigrafe di Trilussa fanno riferimento a questo gioco di prestigio, che consente di moltiplicare artificiosamente la ricchezza della banca).

Il resto dei dirigenti ha solo vaghi sospetti riguardo al baratro in cui l’istituto sta per precipitare. A un consiglio di amministrazione, un anziano consigliere, Brunori, esprime le sue perplessità sul modo in cui è gestito il Credito Cisalpino, ma è rimbeccato da Niccolò Tavella. Questi (in cui si può riconoscere l’io narrante de I soldi, le donne, il potere)  è una sorta d’ipocrita alla rovescia: sebbene sia personalmente onesto e all’oscuro dei maneggi di Merloni, si diverte a atteggiarsi a cinico e a giustificare la disonestà negli affari con battute paradossali alla Oscar Wilde. Il consiglio di amministrazione finisce con l’approvazione di un aumento di capitale (puramente sulla carta) e di uno stanziamento per ciclo di conferenze rivolto ai quadri della banca e tenuto dalla psicologa e sessuologa Irina Dimenti. Nel pomeriggio, Giulio incontra alla stazione Eva, reduce da una delle sue missioni all’estero sotto il nome di Amelia Dorriti; la giovane sta prendendo fin troppo gusto alla sua seconda identità di elegante donna in carriera e al pericoloso gioco che sta conducendo, tanto da suscitare qualche preoccupazione anche nel suo amante senza scrupoli.

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