Quarto potere

Sii tu casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia.

Incipit

Erano anni che Bernazza utilizzava, per gli incontri con gli informatori, il ristorante veneto Zonin, lo stesso dove, più di un anno prima, Eva e Giulio avevano sancito il loro patto di amore e di affari, e i camerieri avevano imparato a stuzzicare le piccole vanità di quel cliente fisso.

– Ah, è lei signor Bernazza. Sa che ieri sera l’ho vista in televisione?

– Spero di esserle piaciuto.

– Sì, però forse dovrebbe controllarsi un po’ di più, se no c’è rischio che non la invitino più.

– Finché mi invitano, farò quello che mi viene meglio: parlare senza peli sulla lingua. Se vorranno censurarmi, mi resta sempre il mio giornale.

– Vuole ordinare, signor Bernazza?

– Non ancora, aspetto qualcuno che deve arrivare a momenti – rispose il giornalista.

– Compagnia femminile, per caso? – chiese, maliziosamente, il cameriere.

– Eh, mi piacerebbe; no, una cena di lavoro, quindi, dopo averci serviti, statevene a distanza di sicurezza, perché dobbiamo parlare di argomenti riservati. –

In realtà, Bernazza avrebbe potuto benissimo incontrarsi con i suoi informatori a casa, o alla sede del Fogliaccio, però quegli appuntamenti clandestini al ristorante, come si fosse trattato di una relazione adultera, soddisfacevano il suo gusto melodrammatico.

Pochi minuti dopo, entrò al ristorante la gola profonda, un tale corpulento, stempiato, con due baffoni scuri. Lo abbiamo già incontrato due capitoli fa; era quel cancelliere Fazzuoli che ebbe uno scambio di opinioni con Arturo, il giorno degli avvisi di garanzia.

– Allora, caro il mio cancelliere, hai qualche notizia in anteprima per il tuo amico giornalista? – chiese Bernazza, una volta che il cameriere ebbe servito due piatti di fegato alla veneziana.

– Il procuratore ha chiesto un’altra rogatoria ai cinesi, ma ci vorrà del tempo prima che venga accolta.

– Senti, io non ti offro la cena per notizie di ordinaria amministrazione, come rogatorie e simili. Io voglio uno scoop in anteprima. I traffici del Credito erano solo di valuta o anche di armi e di droga? C’è qualche politico coinvolto, a parte quel deficiente di Vinaccia? I segni del tempo ha pubblicato un’intervista a uno degli indagati; significa per caso che il Vaticano si sta muovendo per insabbiare tutto?

Riassunto

Il giornalista scandalista Bernazza s’incontra in un ristorante con un suo informatore (Fazzuoli, un cancelliere del tribunale) e gli chiede anticipazioni a proposito dell’inchiesta sul Credito Cisalpino. Il cancelliere, violando il segreto istruttorio, rivela a Bernazza i nomi dei titolari di tre conti bancari attraverso i quali passavano le operazioni illegali della banca; Vittorio Bianchi e Amelia Dorriti. (In realtà, come sa bene il lettore, i due sono completamente innocenti e le loro identità sono state usate a loro insaputa). Bernazza pubblica la notizia sul suo giornale, accompagnandola con feroci commenti, senza mancare di citare lo scandalo che anni prima ha travolto il padre di Amelia. La procura, in seguito allo scoop, deve rinunciare ad ogni prudenza ed emettere un avviso di garanzia contro Amelia. La riceve la notizia mentre è in Francia per lavoro; il buon Arturo si preoccupa di procurarle un avvocato e si rivolge al suo amico Valerio. (Come si vede, se finora nel romanzo si è denunciata la corruzione, adesso si comincia a mostrare l’altra faccia della medaglia: il moralismo, il sensazionalismo della stampa, il linciaggio morale degli innocenti).

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Rassegna stampa

Si tratta certo di un malinteso / io non capisco perchè me l’hanno preso.

Incipit

Sarà anche vero, come dice Tavella, che oggi, in Italia, la carriera di un manager non è completa senza un avviso di garanzia. Ciò non toglie che, per una mamma come la signora Elvira, così orgogliosa del successo del figlio, aprire il giornale e trovare, in una fila di fotografie, quella del pargolo, sotto il titolo GLI INDAGATI, costituisca un discreto shock. Meno male che Giulio era riuscito perlomeno a prepararla al colpo, con una telefonata in cui le diceva che era stata aperta un’inchiesta sul Credito Cisalpino, ma era la solita speculazione politica, e tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone.

Per circa un mese, lo scandalo aveva monopolizzato l’interesse dell’opinione pubblica. Prima c’era stato il momento della disperazione, con scene che ricordavano l’America del 1929. Per una settimana, le lunghe file di correntisti, venuti a ritirare dalle filiali del CC quel poco che restava dei loro depositi, furono un’immagine obbligatoria sulle prime pagine dei quotidiani; e in televisione, era difficile guardare un telegiornale o un programma del pomeriggio, senza incappare in una vecchietta disperata per aver perduti tutti i risparmi o in un uomo incavolato per lo stesso motivo.

Poi ci fu il momento della rabbia e della ricerca dei responsabili. I brillanti membri del consiglio d’amministrazione non rilasciavano più sussiegose interviste ai mensili in carta patinata, come avevano fatto fino ad un mese prima; adesso erano descritti come boss mafiosi e persino le loro immagini su quotidiani e settimanali avevano l’aria di foto segnaletiche. Non parliamo poi di quello che appariva in rete; se un blogger sosteneva che Merloni e company meritavano l’ergastolo, subito spuntavano decine di commenti a rincarare la dose, e a proporre per i bancarottieri non l’ergastolo, ma la fucilazione e l’esposizione dei corpi a piazzale Loreto.

Quando l’inchiesta della procura sembrò entrare nel vivo, e cominciarono gli interrogatori (intanto, Tambini, Artigiani e Sormani, i tre membri del Politburo che la sera della festa erano mancati all’appello, avevano deciso di presentarsi in tribunale, e solo Merloni restava irreperibile), i contestatori diventarono una presenza fissa davanti al palazzo di Giustizia. Ogni volta che qualcuno, coinvolto nello scandalo del Credito Cisalpino, (che fosse un indagato od un testimone minore), saliva lo scalone d’ingresso, l’avvocato da un lato e il carabiniere dall’altro, come minimo si scatenava una salva di fischi e di insulti. Ci furono anche diversi lanci di monetine e di pomodori, e un paio di tentate aggressioni fisiche.

Riassunto

Nella furia contro i dirigenti del Credito Cisalpino, si distingue soprattutto Marino Bernazza, un giornalista scandalistico e demagogo, tipico istrione da talk-show. Il buon Arturo, vedendo Bernazza in televisione  inveire, con toni esagitati e volgari, contro il latitante Merloni e i suoi parenti acquisiti, prova sentimenti contrastanti: da una parte è lieto per la punizione dei disonesti, dall’altra teme che Amelia possa soffrire per la nuova disgrazia che si è abbattuta sulla sua famiglia.

Merloni ha però conservato abbastanza conoscenze da manovrare una campagna di stampa a sua difesa. Passata la fase più acuta dello scandalo, su alcuni giornali appaiono articoli che criticano l’inchiesta sulla banca e propongono il suo salvataggio con denaro pubblico.

Poco dopo, il professor Renato, la madre, la moglie e i figli vanno a un pranzo di famgilia con la zia Elvira, la madre di Giulio. La vecchia signora insiste a difendere il figlio, per lei vittima innocente di una congiura dei poteri forti, andando contro l’evidenza ed appoggiandosi ai sopraccitati articoli e all’intervista di un anonimo funzionario del Credito Cisalpino apparsa su un settimanale. Nessuno osa contraddirla, per rispetto umano, e quando il giovane Mario osa fare qualche timida obiezione, è subito zittito dai genitori. Il ragazzo si sfoga pubblicando nei social networks, con lo pseudonimo di Robespierre, un articolo furibondo contro il cugino Giulio.

Parola di esperto

 Incipit

Era una tiepida notte di primavera. Nel condominio di periferia in cui viveva da dieci giorni, Aristide Damiani sedeva davanti al televisore, seguendo distrattamente un programma noioso su di un emittente locale e pensando alla sua nuova sistemazione. L’appartamento era comodo e spazioso ma Aristide non ci si sentiva ancora a proprio agio. Forse, dopo tanti anni passati a tirare la cinghia ed a dormire in alberghetti come cronista sportivo, adesso che era diventato il caporedattore della sede modenese del “Corriere della Val Padana” con un buono stipendio, doveva ancora abituarsi al modo di vivere dei benestanti. Oppure era per un motivo più banale: le masserizie del vecchio proprietario, l’antiquario Dosolini.

Aristide aveva comprato l’appartamento tramite un’agenzia e non aveva mai visto l’antiquario, neppure in fotografia. Gli altri condomini ne parlavano come di un vecchietto simpatico. Aveva un negozio a Bologna ed usava la sua abitazione come deposito per i pezzi più preziosi. Era molto riservato e non faceva entrare nelle sue stanze nemmeno la donna delle pulizie, ma era sempre gentilissimo con i vicini. Solo il suo hobby dell’erboristeria aveva suscitato qualche lamentela. Sembrava che passasse la maggior parte del suo tempo libero a distillare amari e decotti e qualcuno, ogni tanto, trovava da ridire sugli odori dolciastri che invadevano il pianerottolo. Due mesi prima, Dosolini aveva venduto il negozio e l’abitazione, annunciando di voler passare i suoi ultimi anni di vita all’estero. Naturalmente, aveva sgomberato i locali ma non del tutto. Quando Aristide aveva preso possesso della sua nuova casa, il portiere gli aveva consegnato un messaggio del vecchio proprietario: “Sono costretto a lasciare provvisoriamente in quello che adesso è il suo appartamento degli oggetti preziosi. Si tratta di due tele, una collezione di ceramiche faentine, un tavolo e uno scatolone di libri. Entro quindici giorni, finirò il trasloco; le sarò grato se nel frattempo lei sorveglierà il materiale. Le auguro di poter trascorrere nella mia vecchia casa anni felici quanto quelli che vi ho trascorso io. Arrigo Dosolini”.

Trama

Flying WizardAristide Damiani (l’improvvisato corrispondente di guerra a Barbadilla, adesso direttore di un giornale di provincia) segue su una tivù privata, per motivi professionali, il programma del mago di Nonantola (al secolo Emilio Bianchi), in quel momento agli onori della cronaca come evasore fiscale. Il giornalista riceve la visita del precedente proprietario del suo appartamento, il signor Dosolini, un anziano antiquario specializzato in materiale esoterico. Dosolini segue la trasmissione assieme al giornalista, ironizzando pesantemente sulle trovate ciarlatanesche del Bianchi ed anzi lascia a Damiani un “parere di esperto” in cui dichiara che il presunto mago non è altri che un truffatore. Al momento del congedo, Damiani chiede a Dosolini se, oltre ai truffatori, esistano anche dei maghi autentici; Dosolini risponde di sì, e poi si allontana a cavallo di una scopa.

Commento

Un raccontino umoristico e leggero, con un’idea di partenza abbastanza semplice: mettere di fronte uno dei cialtroneschi paragnosti che, fino a poco fa, infestavano le tivù locali, con un mago autentico. L’aver voluto riutilizzare il personaggio di Aristide Damiani mi ha costretto ad ambientare a Modena sia questo racconto che gli altri del ciclo di Wenderbinder che ne sono germogliati. I due protagonisti di questo racconto, nonché altri personaggi qui citati (il disonesto avvocato Verardi, il pittore Crilloni) sono poi ricomparsi in racconti successivi.

Bassin

Il maestro Bassin, noto per le sue apparizioni televisive e per aver fatto magicamente scomparire un miliardo di vecchie lire dalla dichiarazione dei redditi.

Il vaso di terracotta

Incipit

 – Mi chiamo Jonathan Everton, e dirigo un’edizione locale del Bows Bell. Se un posto come il mio viene dato ad un giornalista giovane, significa che sta facendo carriera e si prepara a salire verso incarichi più importanti; se viene dato ad un anziano, è il premio di consolazione dopo una carriera lunga, onesta e senza lampi di genio. Visto che ormai da tempo ho i capelli bianchi, inutile precisare quale sia il mio caso. Eppure, quand’ero giovane e lavoravo per il gruppo Scrap da appena due anni, sono stato sul punto di spiccare il salto verso la serie A, di essere accolto nell’Olimpo dei giornalisti che mettono la firma in cima all’articolo anziché in fondo. È vero che il mio breve successo professionale non è stato merito mio, ma di Orton il folletto.

 Nel nostro ambiente, il Bows Bell e l’Evening Star sono soprannominati “dr. Jeckyll e mr. Hyde”. Il Bows Bell è un quotidiano dalla grafica raffinata, su cui appaiono gli articoli di scrittori famosi e docenti universitari. Se ogni traccia del Times sparisse dalla faccia della terra, il Bows Bell diventerebbe il giornale più prestigioso delle isole britanniche. L’Evening Star, nonostante il suo nome poetico, è un giornalaccio, che mette in prima pagina, a rotazione, donne nude, delitti truculenti e fenomeni inspiegabili (in genere, apparizioni di UFO o di fantasmi). Un lettore del Bows Bell si vergognerebbe anche solo a leggere i titoli dell’Evening Star in edicola, eppure i due giornali appartengono allo stesso gruppo editoriale, hanno la sede nello stesso palazzo, con molti uffici in comune, e quasi tutti i giornalisti del quotidiano prestigioso si sono fatti le ossa nel tabloid, compreso il sottoscritto. Poiché siamo in Inghilterra, il secondo paese delle caste dopo l’India, ogni giornalista del Bows, compreso il curatore dei necrologi, sente di appartenere ad una categoria superiore ai suoi colleghi dell’Evening, compreso il direttore responsabile. Io stesso, se penso che sono riuscito a passare da un giornale all’altro, sento di non aver vissuto invano. L’unica consolazione di chi lavora all’Evening è sapere che il gruppo Scrap (e quindi, anche lo stipendio dei colleghi snob) economicamente si regge sugli introiti del fogliaccio.

 Riassunto

Jonathan Everton è un giovane giornalista che lavora per un tabloid scandalistico (l’Evening Star), occupandosi di paranormale senza crederci. Grazie al suo lavoro, egli viene a sapere della misteriosa apparizione di un folletto irlandese, di nome Orton, in un cottage alla periferia di Londra; non se ne lascia impressionare ed anzi decide di affittare  il villino, rimasto vuoto dopo la morte del precedente inquilino, il reverendo Dyson. La prima notte che trascorre nella sua nuova casa, a Everton appare Orton, che gli racconta la sua storia. Il reverendo Dyson (un ex ecclesiastico anglicano, appassionato di esoterismo e magia) pronunciando un incantesimo su un vaso di terracotta pieno di terra leprechaunirlandese, aveva reso Orton suo schiavo; e quando il reverendo era stato sfrattato dal cottage, si era servito del folletto per scacciare i nuovi inquilini, i coniugi Hobson. Adesso che il suo vecchio padrone è morto, Orton spera che Everton vorrà annullare l’incantesimo, infrangendo il vaso di terracotta; invece, l’ambizioso giornalista decide di utilizzare a proprio vantaggio gli straordinari poteri del folletto (in grado di muoversi alla velocità del pensiero, e di penetrare non visto nei luoghi più segreti). Grazie alle informazioni ricevute da Orton, Everton riesce ad inanellare uno scoop dietro l’altro e a fare una fulminante carriera, venendo assunto da un giornale di prestigio (il Bows Bell). A questo, punto, secondo i patti, Orton avrebbe diritto alla libertà, ma Everton non se la sente di rinunciare al suo informatore soprannaturale. Quando però il giornalista trasloca in una nuova casa, il vaso magico di terracotta viene distrutto da un operaio, accidentalmente (o forse per opera di Orton). Senza più il folletto a fornirgli le dritte, Everton non riesce più ad ottenere scoop, e dovrà rassegnarsi ad una carriera giornalistica senza infamia e senza lode.

Commento

Anche all’origine di questo racconto c’è una leggenda  medievale, riportata sul Penguin Book of Ghost Stories: quella del duca Raimondo di Correse, che era informato degli avvenimenti d’Europa grazie a uno spirito di nome Orton. Ho trasferito nel mondo del giornalismo spazzatura una trama tipica delle fiabe: l’uomo che, grazie ad un essere od un animale magico (come il rombo dei fratelli Grimm) ottiene potere e ricchezza, e poi li perde per non aver saputo moderare i suoi desideri. Poiché mi piace autocitarmi, per  il suo incantesimo  il reverendo Dyson fa ricorso al manuale di Wenderbinder (un libro magico che ricorre in un’altra mia serie di racconti fantastici).