L’occasione peduta del maestro Minghini

Incipit

Si dice che nella Foresta Nera ci sia una casa con un tetto a spioventi e due grondaie; dopo un acquazzone, l’acqua che scende dalla grondaia di sinistra va a finire nel Reno, e quella che scende dall’altra nel Danubio. Per una goccia d’acqua che scende su quel tetto, cadere un millimetro a destra o a sinistra, può voler dire andare a finire a migliaia di chilometri di distanza, nel gelido Mare del Nord o fra i tepori del Mar Nero.

Così, durante quei temporali che si chiamano guerre e rivoluzioni, per quelle goccioline che sono gli esseri umani, circostanze insignificanti e casuali possono voler dire andare a finire dalla parte giusta o da quella sbagliata, andare verso la gloria o verso il disonore, sfociare nel mare tempestoso della storia o adagiarsi tranquillamente in una pozzanghera a lato della strada.

 

Nel 1943, quando Minghini partì per il servizio militare, era già maestro, anche se da poche settimane; aveva dato l’esame di abilitazione ai primi di giugno e tre giorni dopo gli era arrivata la cartolina precetto. Aveva pensato di iscriversi all’Università per ottenere il rinvio, ma la famiglia non era in grado di pagargli il proseguimento degli studi.

Il giorno in cui Amedeo prese il treno per andare alla visita medica all’Ospedale Militare di Bologna, suo padre fece in modo da restare a quattrocchi con lui e gli disse: – Spero che tua madre non ci stia a sentire, altrimenti dice che cerco di mettere tutti e due nei guai, ma devo farti un discorso serio. Tu che cos’hai intenzione di fare, una volta che avrai vestito la divisa?

Riassunto

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Militari italiani internati in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale

Quando, nel 1943, il giovane Amedeo Minghini parte per il servizio militare, suo padre, vecchio socialista e antifascista, gli chiede di non farsi ammazzare per i begli occhi del Duce. Amedeo viene assegnato ad una tranquilla caserma sul Lago Maggiore, nei pressi del confine svizzero e, nel periodo fra il 25 luglio e l’8 settembre, vede l’avversione al fascismo e alla guerra diffondersi anche fra i suoi commilitoni; l’unica eccezione è il giovane Benito, che resta caparbiamente fedele al suo omonimo. Quando viene annunziato l’armistizio, Amedeo si trova in casa di una famiglia di contrabbandieri, che lo aiutano a raggiungere la Svizzera, dove il giovane fuggitivo passa il resto della guerra in un campo di internamento. Solo molto più tardi saprà che il suo reggimento, dopo aver tentato di passare anch’esso il confine, si era dato alla macchia ed aveva preso parte alla guerra partigiana, incluso il giovane fascista Benito morto, paradossalmente, per mano dei Tedeschi. Amedeo tornerà, dopo la guerra, al suo paese e riprenderà la vita da civile; ma negli anni successivi finirà col rimpiangere l’occasione perduta di dimostrare il proprio valore e la propria fede antifascista.

Commento

article38_4In Un immortale a Brugola uno dei personaggi, il Presidente dell’Accademia, diceva di aver visto il 25 aprile da un campo di internamento svizzero; questo racconto è nato da quell’accenno e da una considerazione che feci alla morte di Amintore Fanfani anche lui, come migliaia di altri militari italiani, rifugiato in Svizzera dopo l’armistizio dell’8 settembre. È ironico pensare che se Fanfani, per qualche motivo, non fosse riuscito a passare la frontiera, avrebbe quasi sicuramente preso parte alla lotta partigiana, e sarebbe così riuscito a cancellare il proprio passato fascista, che invece lo perseguitò per tutta la sua carriera politica.

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Due bottiglie di lambrusco (Antefatto nel 1945)

Incipit

Dalle Memorie di guerra del barone von Leertasche, inedite in Italia.

800px-Schieramento_di_soldati_tedeschi_in_Italia_nel_1944Il comando della 4. Divisione di Fanteria, presso il quale ero stato assegnato, si trovava in una villa che, quando fu costruita, era in aperta campagna ma già allora era stata raggiunta dalla periferia di Modena. Le vicende che ho narrato nei capitoli precedenti mi avevano fatto sbollire ogni esaltazione patriottica; avevo capito che la Germania era perduta e che l’unica cosa ragionevole cui potessi aspirare era di non essere travolto insieme a lei. Per questo, svolgevo il lavoro d’ufficio che mi era stato assegnato con scrupolo ma senza entusiasmo, sperando che ai miei superiori non venisse in mente di rimandarmi sulla linea del fuoco prima della fine della guerra. Nella prime settimane, approfittai della vicinanza di una magnifica città d’arte per fare il turista; poi il capitano Kurbis mi consigliò di non lasciare la villa se non per motivi di servizio o necessità impellenti, e in ogni caso sempre accompagnato, perché c’erano già stati in città degli attentati contro ufficiali tedeschi imprudenti.

Fu per questo che cominciai ad interessarmi alla villa ed al suo proprietario. Il conte Pepolini era un personaggio eccentrico ma di gradevole compagnia, che sopportava filosoficamente l’incomodo che gli procuravamo noi soldati e qualche volta offriva un bicchiere di Lambrusco a chi di noi gli andava a genio. Frequentandolo, scopri che, nonostante la nostra differenza di età (lui era ormai vicino al tramonto della vita, ed io ancora all’alba), avevamo parecchie cose in comune. Eravamo tutti e due aristocratici, anche se della ricchezza dei nostri antenati ben poco allora si trovava nelle nostre tasche; lui era stato deluso dal fascismo, dopo esserne stato un fervente sostenitore, ed io provavo gli stessi sentimenti nei confronti dell’uomo coi baffetti; infine, tutti e due avevamo ereditato dai nostri antenati l’interesse per l’esoterismo e la magia. C’era però una differenza fra noi due: per me astrologia, alchimia, saperi occulti e le mille scienze fantastiche in cui il mio antenato, il barone Leopold, aveva speso tanta parte della sua vita e del suo denaro, erano cose da studiare per puro divertimento intellettuale, così come si può studiare con passione la mitologia germanica senza credere che esista per davvero il dio Odino. Il conte Pepolini, invece, era incline a credere che, in quelle materie, ci fosse qualcosa di vero, magari solo una goccia dispersa in un mare di ciarlatanerie. Basti pensare questo: nonostante che le sue condizioni finanziarie non fossero state floride neppure in tempo di pace, e nonostante che, oltre a tutti i disagi della guerra, si trovasse l’esercito di occupazione in casa e fosse padrone solo di un’ala della sua bella villa, pure si preoccupava ancora di abbellire e affrescare una delle poche stanze di cui avesse ancora disponibilità, perché era quella dove si sarebbero dovute svolgere le sedute spiritiche.

Riassunto

Un altro curioso personaggio frequenta villa Pepolini: il pittore Paolo Crilloni, anch’egli appassionato di occulto ed esoterismo. Una sera d’inverno, mentre il tedesco, il conte e il pittore stanno passando la serata bevendo lambrusco e parlando della loro comune passione per il fantastico, Leertaschen racconta la storia di un suo antenato, il barone Leopold, che aveva al suo servizio Thomas Wenderbinder, una tenebrosa figura di mago e satanista. Quando le truppe francesi avevano saccheggiato il pezzo più prezioso della pinacoteca dei Leertaschen, La salita al calvario, in seguito ad un incantesimo del mago, il comandante francese si era ritrovato prigioniero all’interno del dipinto, e ne era uscito solo quando i suoi soldati avevano restituito il 260px-Tovenaarsleerling_S_Barthmaltolto. Più tardi, Wenderbinder era sparito dalla circolazione, lasciando però nella biblioteca del barone un suo rarissimo testo di magia bianca e nera. Quello stesso testo è ora nelle mani del giovane Leertaschen, che, sotto l’effetto dell’alcol, esegue uno degli incantesimi del libro (quello per punire i ladri di opere d’arte) su un quadro di Crilloni. Leertaschen aggiunge che, in seguito alle vicende della guerra, perse il prezioso volume, rimasto probabilmente nella biblioteca del conte Pepolini.

Commento

Questo racconto serve da antefatto e collegamento ad alcuni racconti fantastici ed esoterici che avevo ambientato nella Modena di oggi. Ho seguito la tecnica narrativa della narrativa fantastica ottocentesca, dove la storia vera e propria è incastonata in lunghi ed elaborati preamboli, con antefatti che si svolgono anche secoli prima.