La bella addormentata di Central Park

021917_1328_Labellaaddo1.jpgIncipit

Dormi, principessa, dormi e sogna.

Sogna Seattle, Fort Worth, Boston, Baltimora: tutte le città e i paesini dove hai trascorso un pezzetto dei tuoi diciotto anni. I tuoi genitori sembravano essere mossi da un’inquietudine straordinaria anche per un popolo di nomadi come gli americani. Il bello è stato che così hai potuto conoscere più mondo di quanto non abbiano fatto i tuoi coetanei; il brutto è che, con questi continui trasferimenti, non hai potuto fare amicizie stabili. Per dirne una, solo adesso che vai per la maggiore età hai cominciato ad uscire con un boy-friend. È già stato qualcosa che, cambiando continuamente istituti, compagni e professori, a volte anche due volte nel corso dello stesso anno, sia riuscita ad avere una carriera scolastica nel complesso regolare.

Sogna le misteriose cartoline con firme strane (“Carabosse”, “Maleficent”) che, per quel che ricordi, ti sono arrivate regolarmente per i tuoi compleanni. Non proprio regolarmente: due o tre compleanni li hanno saltati, ma mai due di seguito. Quando ti arrivavano quelle cartoline, che ti piacevano tanto perché avevano le immagini delle principesse Disney , i tupoi genitori facevano la faccia scura e non ti spiegavano perché. Non te l’hanno spiegato neanche adesso che sei adulta.

Sogna lo zio Walter. Hai parecchi zii e cugini, nel senso corrente della parola; fratelli e nipoti di papà e mamma, ma faresti fatica a dire come si chiamano, anche quando non sei addormentata come adesso. Certo, non è bello ignorare il nome del sangue del tuo sangue, ma sono gli inconvenienti del vivere on the road. Come potresti conoscere dei parenti che saltano fuori dal nulla e poi vi ritornano per anni? Walter, invece, non è uno zio in senso letterale, però ha finito per diventare una presenza famigliare. È simpatico e dice di volerti bene, però tu, fin da bambina, lo hai sempre un po’ temuto. Già da piccola, infatti, avevi notato che ogni vostro trasloco era stato preceduto di pochi giorni da una visita dello zio Walter.

Riassunto

Il racconto è la storia di due giorni di lavoro in un distretto di polizia a New York, alternate con i monologhi interiori di una ragazza, rapita e sotto l’effetto degli stupefacenti.

021917_1328_Labellaaddo2.jpgAl distretto 66, il figlio di un influente giornalista, Arthur Altman, denuncia la scomparsa della sua ragazza, Dawn Rudolph. I genitori di Dawn sostengono che lei è semplicemente andata presso dei suoi parenti all’Ovest per sottrarsi al corteggiamento troppo pressante di Arthur, ma i due poliziotti che seguono il caso, l’ispettore Burr e il sergente Jackson, intuiscono, dal comportamento della coppia, che la ragazza è stata in realtà rapita. Nell’armadietto di Dawn, alla Columbia University, i due poliziotti trovano un suo quaderno con l’indirizzo di un’agenzia di modelle, La fata madrina. Recatosi sul posto, Jackson vi trova un palazzo semivuoto, e con scarsa sorveglianza, i cui appartamenti sono spesso affittati per brevi periodi: il luogo ideale per attirare in trappola una fanciulla ingenua. Anche un’agente dell’FBI si interessa alla scomparsa di Dawn, e va a fare visita ai Rudolph…

Intanto, un altro caso di ragazza scomparsa è denunciato al Distretto 66. Anthony Caruso, il proprietario di un’agenzia di prestiti (in sostanza, uno strozzino) racconta di come la sua famiglia fosse stata avvicinata da un certo Marcel Carabas, che, fingendosi un uomo d’affari francese, aveva sedotto sua figlia Gwen e l’aveva fatta fuggire con lui. Caruso non è in grado di dire chi fosse in realtà Carabas, ma riconosce in una fotografia il suo segretario-factotum. È un piccolo criminale di origine messicana, chiamato El gato botado (il gatto con gli stivali) per la sua astuzia. Il detective Lebowicz scopre un collegamento fra i due casi: El gato botado lavorava come autista per Ernest Haller, un immobiliarista sull’orlo della bancarotta, proprietario sia dell’immobile, dove è stata rapita Dawn, che della sfarzosa villa dove Carabas aveva invitato a pranzo i Caruso…

Il primo giorno d’indagini è passato e cala la notte sulla città

dbpix-puss-in-boots-tmagarticle-v2Commento

Mi sono reso conto che, alla serie delle fiabe gialle, manca quella che oggi è la detective story per eccellenza: il procedural, basato sulla descrizione “realistica” del lavoro della polizia. Ho cercato di seguire le regole dei telefilm polizieschi, dando ad ogni personaggio un’etnia diversa (Jackson è di colore, Lebowicz ebreo, i Caruso italoamericani, “Carabas” franco-canadese, El gato botado e e l’agente Ortega ispanici; apparirà poi anche una cattiva di origine cinese) e caratterizzando ogni poliziotto in maniera diversa: Burr è una sorta di Maigret, bonario ed esperto, padre di famiglia; Jackson un duro, che viene dai quartieri più turbolenti, la cui maggiore aspirazione è dimostrare ai colleghi di avere anche un cervello da investigatore; Lebowicz un Serpico aggiornato, intellettuale e ribelle, ma efficiente e scrupoloso sul lavoro; Ortega un novellino, a cui il duro lavoro non ha ancora tolto la voglia di scherzare.

I due casi sono in realtà le fiabe della Bella addormentata e del Gatto con gli stivali, trasferite nella New York di oggi; vi ho inserito anche, in un paragrafo, l’allusione a un caso di banconote false che ricorda un’altra favola di Perrault, Le fate, ma forse vi dedicherò un racconto per intero.

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Il ventunesimo secolo arriva a Holeycomb

Incipit

121916_1146_Ilventunesi1.jpgNon ho mai fatto letture pubbliche dei miei romanzi, a differenza di Dickens, ma, nel caso avvenisse, so già che mai uguaglierò il successo che ottenni quella domenica sera, leggendo alla nostra piccola comunità il diario di quel bigotto parroco di campagna.

(Forse sono troppo prevenuta nei confronti del buon Drummond, che, come testimoniava la targa nel cimitero, tenne scrupolosamente fede all’impegno preso con una ragazza che conosceva appena. Non tutti gli ecclesiastici possono essere come il frate Lorenzo di Shakespeare e neanche lui, in fondo, riuscì a fare molto per Giulietta e Romeo.)

Mathilda era già in lacrime quando lesi la sgrammaticata lettera di Tony Brawardine, e quando arrivai al finale tristissimo sembrava appena tornata dal funerale di entrambi i genitori. Suo fratello dimostrò maggiore controllo e, quando ebbi letto l’ultima riga, si rivolse a Lucy dicendole: – Se davvero la tua pro-pro-prozia ha sposato un Brawardine, allora significa che facciamo parte della stessa famiglia e dovrò chiamarti cugina.

– Siamo tutti cugini a questo mondo – intervenne Peter – visto che discendiamo tutti da Adamo ed Eva. – Poi, rivolto a Lucy: – Signorina, a nome della stirpe degli McShafton, vi faccio le mie scuse per l’indegno comportamento della mia famiglia verso la vostra antenata. La cosa grave è che sir Jakob non fu spinto neppure dall’orgoglio di casta, ma dall’avidità: lo so perché sono stato nella sua testa. Concordo col giudizio del suo antenato e collega – (e indicò Edgar). – Sir Jakob era un figlio di puttana. Neanche di sir Alan sono più tanto fiero. Se ha avuto il coraggio di morire in guerra, avrebbe dovuto avere anche quello di ribellarsi a suo fratello.

Più pomposo fu il commento di mio marito: – Mi è stato detto infinite volte che la parapsicologia non è una scienza, perché vi manca la verifica sperimentale. Ebbene, stasera la verifica sperimentale c’è stata. Le visioni di Lucy e di sir McShafton sono state confermate, parola per parola, da quel manoscritto bisecolare di cui nessuno di noi, fino a stamattina, sospettava minimamente l’esistenza.

Riassunto

La lettura del manoscritto riporta la serenità fra gli ospiti di Holeycomb Manor: Tomassina dimentica i malumori col marito, lo riaccoglie nel suo letto e si sente sempre più attratta dalla magica atmosfera che si è creata nel luogo; l’idilio fra Peter e Lucy appare in piena fioritura. L’incantesimo, purtroppo, dura solo una giornata. Lo infrange l’arrivo di Omar Bradley, l’acquirente americano del castello, e dei suoi operai, venuti a fare i rilevamenti in vista dei lavori di ristrutturazione. Mentre Peter, anche se poco entusiasta dei progetti di Bradley, che rischiano di snaturare la dimora dei suoi avi, si trattiene al castello per concludere l’affare, Tomassina, Caleb e 121916_1146_Ilventunesi3.jpgLucy tornano a Edimburgo, per passare il Capodanno in famiglia. Il loro soggiorno si conclude con un brindisi di capodanno, anticipato al pomeriggio del 30 dicembre, malinconico soprattutto per Lucy, che non ha fatto in tempo a concretizzare il suo flirt con Peter. Tuttavia, quello stesso giorno, Wandering Willie aveva predetto a Tomassina che l’amore fra Alec e Clarissa si sarebbe presto realizzato nei loro discendenti, come lui stesso aveva promesso a Margaret Ramsay due secoli prima; ma la narratrice, anche molto meno scettica in materia di paranormale rispetto al principio della storia, si rifiuta di credere che lo straccione zingaro sia in realtà il genius loci di Holeycomb.

Commento

Il personaggio di Omar Bradley, l’uomo d’affari yankee indifferente alla seduzione del fantastico e alle tradizioni scozzesi, salvo che per il loro aspetto pubblicitario, è stato ripreso da un altro racconto fiabesco d’ambientazione simile: L’alce numero 10.

Un marito europeo (conclusione)

Incipit

La stanza segreta non era minuscola: vi si poteva stare in piedi e avrebbe potuto ospitare comodamente un letto. Tuttavia, era completamente priva di aperture, salvo che per la porta blindata e un piccolo finestrino sulla parte opposta, e Paola provò un senso di soffocamento e di claustrofobia solo a darvi una sbirciata. Pure, si fece forza e varcò la soglia aperta così fortunosamente. Dentro, non c’era traccia di lampadine, ma poiché era una bella giornata di primavera, dal finestrino arrivava abbastanza sole da potersi muovere senza inciampare. C’era tuttavia da rabbrividire, immaginando come doveva apparire quella cella di notte, alla luce tremolante di una lampada a pile. A prima vista, il luogo non nascondeva mogli incatenate o tesori da custodire gelosamente. Solo un paio di librerie, l’una di faccia all’altra, e nient’altro. Tuttavia, non c’erano neppure le ragnatele e lo strato di polvere tipici di un luogo abbandonato; Barbaresco doveva avere aperto di recente la sua caverna personale.

Paola si rimproverò di aver tradito la fiducia del suo fidanzato solo per vedere una stanzetta semivuota; pure, visto che ormai era lì, tanto valeva trasgredire fino in fondo e guardare cosa ci fosse su quegli scaffali.

C’erano Consuelo, Genevieve, Jane e Ingrid: non in persona naturalmente, ma in effige. A ognuna delle quattro donne era stato dedicato uno scaffale, a mo’ di altarino, col nome inciso sul legno e due fotografie incorniciate: un ritratto a mezzobusto e il fotocolor del loro matrimonio.

Mogli

Consuelo era una brunetta sensuale che, per sposarsi, si era messa un vestito scollato e quasi zingaresco. Genevieve aveva una bellezza minuta ed un’aria pensosa; era andata dal sindaco ocn un tailleur di Chanel. Jane, una stangona bionda, era la più giovane di tutte e, dopo aver pronunciato il sì, si era fatta ritrarre al braccio di un signore anziano, sicuramente il padre. Anche Ingrid era una bella bionda, ma del tipo più giunonico e con un’espressione del volto non proprio simpatica; a giudicare dalla foto, non aveva sorriso neppure nel suo giorno più bello. Quanto agli sposi, uno aveva i baffetti, un altro i baffoni, il terzo portava le basette e il quarto gli occhiali, ma in tutti e quattro i volti, già alla prima occhiata, Paola riconobbe gli stessi lineamenti: quelli di Barbaresco.

Riassunto

Paola fa la deduzione più logica (che il fidanzato le abbia nascosto di essersi già sposato quattro volte, e forse di esserlo ancora) e si ripromette di chiarire le cose con lui alla prima occasione. In realtà, Barbaresco ha fatto ben di peggio che mentire a lei. È un falsario e truffatore internazionale, che, sotto quattro diverse 4 mogliidentità, ha sedotto, sposato e derubato quattro donne ricchissime (un’attrice spagnola, la vedova di un industriale francese, la figlia di un lord inglese e una donna d’affari tedesca), senza neppure darsi la pena di divorziare; è poi tornato ricco al suo paese, ma ha saputo che l’Interpol è sulle sue tracce. Poiché Paola si rifiuta sia di fuggire con lui, sia di mantenere il segreto col fratello carabiniere, Barbaresco la chiude nella stanza segreta, promettendole che la farà liberare una volta che lui sarà al sicuro. Fortunatamente, la ragazza, dopo alcune ore di angoscia, viene liberata da suo fratello, che proprio in quel giorno aveva avuto l’incarico di arrestare il suo mancato cognato. Lieto fine: il criminale viene punito e l’eroina dimentica la sua brutta avventura sposando un bravo ragazzo.

Commento

barbablu1Era inevitabile che, nella serie delle fiabe gialle, ci fosse anche il prototipo di tutti i thriller con protagonista femminile: Barbablù. Come sempre, ho addolcito la crudeltà dell’originale: il mio Barbablù è un truffatore e non un pluriomicida, e l’eroina non rischia veramente la vita. Il che non toglie che la pagina in cui descrivo le sue ore di agonia nella stanza chiusa, tradita dall’uomo che ama e costretta a sperare, per la propria sopravvivenza. in un residuo di affetto da parte di lui, sia la più angosciante che abbia mai scritto.

Un marito europeo

Incipit

Castel Saraceno è uno di quei paesini lontani dalle grandi vie di comunicazione, dove l’arrivo di un forestiero è sufficiente ad alimentare le chiacchiere locali per una settimana. Quell’anno, ci fu parecchio di cui chiacchierare.

Il primo forestiero ad arrivare fu il nuovo comandante dei carabinieri, il maresciallo Carlo Rossi. Il nuovo responsabile dell’ordine pubblico suscitò, al principio, una certa curiosità, visto che sembrava troppo giovane per il suo grado; circolò la voce che avesse ottenuto la promozione dopo essere stato ferito gravemente in un’azione antimafia, e che le autorità gli avessero assegnato un posto tranquillo per un anno, in attesa che si riprendesse del tutto.

Poi, quando ormai la gente si era abituata ad avere un maresciallo trentenne, ci fu il ritorno del dottor Barbaresco, che era partito dal paese tanti anni prima, assieme alla sua famiglia, con un diploma da geometra in tasca. Era tornato (diceva lui), perché, dopo tanti anni di vagabondaggio, sentiva il bisogno di ritrovare le sue radici e di mettere su famiglia; avrebbe deciso poi se stabilirsi nel luogo natio o limitarsi a trascorrevi le vacanze. Subito aveva comprato una villetta a due piani, sulle prime pendici della collina che sovrastava il paese, l’aveva ristrutturata, ribattezzata Villa Europa, e adesso stava finendo di arredarla.

VillettaSi continuò a parlare di Barbaresco per mesi, finché durarono i lavori alla villa, tanto più che gli operai, quando scendevano in paese, raccontavano storie curiose a proposito delle abitudini eccentriche del dottore.

La sua più curiosa iniziativa era stata di assegnare, al momento della ristrutturazione, a ogni ala della villa un nome di donna. Il pian terreno, quello di rappresentanza, era diviso fra l’ala Genevieve, con salotto e camera degli ospiti, e l’ala Consuelo, con una biblioteca (per ora formata solo da scaffali vuoti) e una sala da pranzo, da usare quando veniva invitato qualcuno. Al primo piano, quello riservato alla vita di tutti i giorni, si fronteggiavano, dai due lati del corridoio, l’ala Jane, con studio e camera da letto, e l’ala Ingrid, con sala da pranzo, da usare per i pasti in famiglia, ripostiglio, e quella che sarebbe diventata la camera per i bambini, il giorno in cui Barbaresco avesse realizzato la sua intenzione di mettere su famiglia, e dove, per adesso dormivano i due domestici filippini.

 

Riassunto

La sorella del maresciallo, Paola Rossi, arredatrice a Milano, venuta a Castel Saraceno per passare le vacanze assieme al fratello, conosce Giuliano Barbaresco che le offre di lavorare alla sistemazione della villa. La ragazza accetta e presto si innamora dell’uomo, apparentemente ricambiata, tanto che i due già cominciano a progettare il matrimonio. Mentre i lavori alla villa procedono alacremente, Paola è però sconcertata da alcune bizzarrie del fidanzato, quali l’aver riempito le pareti del salotto con diplomi falsi confezionati da lui stesso; o l’aver fatto costruire, dietro la camera da letto, una stanza con una serratura elettronica, il cui ingresso è nascosto da un arazzo, rifiutandosi di dire alla fidanzata che cosa nasconda con tante precauzioni. Un giorno in cui l’uomo è via per affari, Paola cede alla curiosità: riesce a indovinare la password della serratura elettronica ed entra nella stanza misteriosa …

Porta

Villa Brusantini

Incipit

Per gli sfaccendati che nel 1928, anno V dell’era fascista, passavano la domenica mattina nella Piazza Maggiore di Bellugo commentando la cronaca locale, la vendita di villa Brusantini fu una benedizione. Finalmente c’era qualcosa di nuovo su cui parlare.

Bellugo non era sempre stata una città in cui non succedeva niente. Fino a qualche anno prima, non passava mese senza che sulla sua gazzetta locale non appa­risse un titolo a nove colonne, per annunciare uno sciopero, un delitto politico o uno scontro di piazza. Ma da quando c’era il Duce, questi fatti non succedevano più o in ogni caso non era consigliabile discuterne pubblicamente. L’ultima volta che nelle chiacchiere della gente la po­litica aveva tenuto banco era stato nell’ottobre del 1926. Allora, due giorni dopo l’attentato a Mussolini, una squadraccia aveva devastato l’abitazione dell’onorevole Briganti e aveva sottoposto l’ex deputato socialista all’umiliazione dell’olio di ricino, incurante dei suoi capelli bianchi. Molti, compreso qualche fascista, avevano deplorato la violenza contro un povero vecchio; qualcuno lo aveva fatto a voce troppo alta e se n’era pentito. Dopo di che, la politica sparì dalle conversazioni in Piazza Maggiore, cedendo il posto alle storie di corna e alla piccola cronaca nera.

lupo

Luigi Parmeggiani, il vero Pariselli

Poi, cominciò il romanzo a puntate. Un giorno, si seppe che i conti Brusantini avevano venduto la loro villa, chiusa da anni, ad un certo Pariselli, un misterioso e ricchissimo parigino di origini italiane, che aveva intenzione di farla restaurare e usarla come abitazione. Poi, cominciarono i lavori e gli operai che vi prendevano parte rivelarono che il nuovo proprietario non era per nulla francese: non solo parlava un italiano perfetto e senza accento ma capiva il dialetto e conosceva bene la topografia del territorio bellughese. Deduzione: era uno dei tanti emigranti partiti per l’estero con le pezze ai pantaloni e che tornavano vecchi per trascorrere i loro ultimi anni dov’erano nati. Ma se le cose stavano così, com’è che nessuno a Bellugo ricordava di avere a Parigi un parente talmente ricco da potersi permettere una villa? E come mai sembrava che Pariselli non volesse farsi vedere da nessuno in città? Ogni lunedì, scendeva alla stazione, si faceva portare alla villa e lì stava fino al venerdì: passava il giorno a seguire i lavori e trascorreva la notte in una locanda.

Riassunto

Il misterioso Pariselli, sposato e con tre figlie, si rivela essere un ricchissimo collezionista e mercante d’arte, dai gusti squisiti, che oltre a restaurare la villa cadente la trasforma in un museo privato.  Le origini della sua ricchezza ed i suoi rapporti con Bellugo rimangono però un mistero, salvo che per una persona: il marchese Brusantini, l’ex proprietario della villa, e che è poi diventato il capo dei fascisti locali. Il marchese, incontrato per caso Pariselli in città, lo obbliga, fingendo una conversazione svagata, a confessare la verità sul proprio passato. Il tranquillo borghese, il raffinato amatore d’arte era, trent’anni prima, un anarchico estremista, tanto da essere costretto a lasciare l’Italia per aver attentato alla vita del socialista Briganti, lo stesso che i fascisti hanno perseguitato e costretto all’esilio.

La cornice ed il quadro 1.

Continua

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